di Vincenzo Medde

I. IL FASCISMO ETERNO DI UMBERTO ECO

I termini fascismo e fascista sono diventati d’uso generico e superficiale per esprimere radicale avversione nei confronti di persone, idee, atteggiamenti. Berlusconi faceva un uso analogo del termine comunista. Più diffuso ancora è l’impiego superficiale e meccanico dei termini medioevo e medievale a indicare strutture, mentalità, comportamenti che si giudicano arretrati o premoderni. Si tratta di usi linguistici popolari, frequenti e retorici, comprensibili magari in contesti emotivamente caratterizzati, poco formali, senza intenti analitici, ma scorretti e comunque da evitare nel contesto di una discussione seria e non di sola polemica.

A questo uso generico del termine fascismo sembra inclinare anche uno scritto di Umberto Eco, Il fascismo eterno, che, nato come discorso a un pubblico di studenti americani nel 1995 (uscito il 22 giugno 1995 sulla «New York Review of Books») , è stato poi pubblicato in italiano nel 1997 e ripubblicato nel 2018 da La nave di Teseo.

Un testo magari brillante ma alquanto deludente dal punto di vista analitico, sul quale vorrei proporre, schematicamente e per punti, perplessità e domande.

1. Il fascismo eterno

Il fascismo storico, secondo Eco, sembra essere stato solo un’incarnazione di «quello che vorrei chiamare l`Ur-Fascismo, o il “fascismo eterno”». Il fascismo, allora, non sarebbe espressione di una congiuntura storica, necessariamente transeunte, ma essenza astorica, ancorata a qualcosa di permanente: alla natura umana? a costanti antropologiche? a esiti evolutivi? a che cosa? Insomma, da dove deriva l’eternità?

Copertina della New York Review of Books

Copertina della New York Review of Books con il titolo dell'articolo di Eco

«Il termine “fascismo” si adatta a tutto». Ma allora qual è la sua capacità euristica e individualizzante? La sua possibilità di essere usato per rendere conto di fenomeni politici, sociali, ideologici particolari, determinati, localizzati nel tempo e nello spazio? Insomma, se si adatta a tutto, come distinguere nel tutto ciò che è pertinente al fascismo storico?

Emilio Gentile ha messo in guardia contro «un uso inflazionistico della categoria di “fascismo generico”», un «fascismo “elastico” che continuamente si allarga e si restringe nel tempo e nello spazio», mentre «La funzione di una definizione, nel senso originario del termine, è circoscrivere, limitare, fissare dei confini. Invece, nelle definizioni del “fascismo generico” i confini storici del fascismo diventano spesso evanescenti» (Gentile: 59).

2. Il fascismo sgangherato

Eco qualifica il fascismo come «filosoficamente scardinato» e caratterizzato da «sgangheratezza politica e ideologica». Si potrebbe opporre quanto afferma Juan J. Linz (autore di numerosi studi sui sistemi politici democratici e totalitari) nel suo articolato volume su Fascismo, autoritarismo, totalitarismo. Connessioni e differenze, dove ha scritto: «il fascismo, nelle sue molteplici formulazioni, comprese quindi le tragiche semplificazioni del razzismo nazista e hitleriano, ha avuto una base e delle ascendenze ideologiche forti, ricche e complesse» (Linz: 83).

A riprova, si leggano gli Elementi per una definizione del fascismo di Emilio Gentile, perché l’idea che se ne ricava non è certo quella di un sistema politicamente e ideologicamente sgangherato (e vi si trova anche una alternativa alla definizione e all’elenco delle caratteristiche del fascismo di Umberto Eco).

3. Come una cultura sgangherata diventa organica e coerente

Alla politica del fascismo, così sgangherata secondo Eco, però contribuirono, e alcuni fino all’ultimo, molti intellettuali, che dopo il 1945 avrebbero costituito il nerbo della cultura democratica e comunista, diventandone protagonisti organici.

Collaborarono infatti alla rivista «Primato» (uscì tra il 1940 e il 1943) di Giuseppe Bottai (fascista di spicco, fondatore del fascio di combattimento di Roma, ministro delle Corporazioni, ministro dell’Educazione nazionale):

scrittori: Riccardo Bacchelli, Massimo Bontempelli, Corrado Alvaro, Vitaliano Brancati, Carlo Emilio Gadda, Vasco Pratolini, Romano Bilenchi, Carlo Bernari, Cesare Zavattini;
poeti: Giuseppe Ungaretti, Vincenzo Cardarelli, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Sibilla Aleramo, Sandro Penna, Alfonso Gatto;
letterati: Piero Bargellini, Carlo Muscetta, Mario Alicata, Luigi Russo, Gianfranco Contini;
artisti: Renato Guttuso, Giacomo Manzù, Mario Mafai, Felice Casorati, Carlo Carrà, Ottone Rosai, Filippo De Pisis;
critici d’arte: Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi, Giuliano Briganti, Antonello Trombadori;
filosofi: Nicola Abbagnano, Enzo Paci, Galvano della Volpe.

Tutti grandi nomi della cultura del dopoguerra, molti dei quali o iscritti o vicini al Pci.

Copertina del primo numero della rivista Primato

Copertina del primo numero della rivista Primato
fondata e diretta da Bottai

Quando il regime così culturalmente «sgangherato», nel 1938, diffuse un questionario per il censimento degli ebrei nelle Accademie, negli Istituti e nelle Associazioni di scienze lettere e arti, in vista della loro espulsione, accademici e intellettuali risposero con entusiasmo e in massa al questionario delatorio.

Risposero infatti Luigi Einaudi, Norberto Bobbio, Natalino Sapegno, Nicola Abbagnano, Antonio Banfi, Ugo Ojetti, Giacomo Balla, Felice Casorati, Giorgio Morandi, Luigi Dalla Piccola, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Cesare Brandi, Gianfranco Contini, Giacomo Devoto, Roberto Longhi, Guido Manacorda, Giorgio Pasquali, Ervino Pocar, , Ernesto Sestan, Manara Valgimigli, Galvano Della Volpe, Ernesto Codignola, Alessandro Passerin d’Entrèves, Renato Dulbecco, Pietro Valdoni, Ildefonso Schuster, Giuseppe Siri, Alberto Beneduce (Battista: 107-108 ).

Un regime così culturalmente «sgangherato», infine, poté giovarsi della collaborazione di grandi tecnici dell’economia come Alberto Beneduce e Donato Menichella, che impostarono l’intervento pubblico nell’economia fondando e dirigendo organismi come l’IMI, l’IRI, ereditati poi dalla Repubblica. Lo stesso Menichella che nel dicembre 1946 troviamo tra i fondatori dell'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ), che elabora l'idea di un "nuovo meridionalismo" fondato sull'intervento straordinario nel Mezzogiorno, che nel 1947 viene nominato Governatore della Banca d’Italia.

Tra fascismo, antifascismo e post-fascismo vi furono dunque elementi di continuità assicurati dai moltissimi intellettuali protagonisti del prima e del dopo. Continuità che Franco Fortini ha così esplicitato: «L’elemento populistico del fascismo e quello gerarchico-autoritario, mai saldati fra loro perché corrispondenti a interessi di classe divergenti e solo temporaneamente paralleli, confluirono negli ultimi anni del regime, e soprattutto tra il 1940 e il 1943, nell’antifascismo socialista e democratico (quello che sarà poi della base “rossa” della resistenza) e in quello liberal-idealistico di provenienza e cultura medio-alto borghese. L’uno e l’altro avrebbero fornito personale al “nuovo partito” comunista» (Fortini: 126).

E il passaggio dal fascismo al comunismo di molti intellettuali che collaborarono con istituzioni culturali e riviste fasciste viene spiegato (ad esempio da Giovanni Belardelli, sulla scorta degli studi di Renzo De Felice e François Furet) piuttosto che con l’opportunismo, soprattutto con la «sotterranea continuità tra fascismo e comunismo» e con l’affinità culturale tra il loro precedente fascismo e il loro successivo comunismo, incentrati l’uno e l’altro sul disprezzo della democrazia liberale e borghese.

4. Le caratteristiche del fascismo secondo Eco

Scrive Umberto Eco: «… ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l’”Ur-Fascismo'”, o il “fascismo eterno”. Tali caratteristiche non possono venire irreggimentate in un sistema; molte si contraddicono reciprocamente, e sono tipiche di altre forme di dispotismo o di fanatismo. Ma è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare una nebulosa fascista».

Ma allora è giusto chiamare fasciste anche altre forme di dispotismo e di fanatismo?

Eco afferma che la prima di queste caratteristiche è il «culto della tradizione», che, nato in epoca ellenistica, possiamo ritrovare anche nel pensiero controrivoluzionario cattolico dopo la Rivoluzione francese. Ma allora possiamo tranquillamente dire che il fascismo nasce subito dopo Alessandro Magno e che i cattolici controrivoluzionari post-1789 erano fascisti?

Caratteristica n. 7 dell’elenco di Eco è «l’ossessione del complotto». Il 1° dicembre 1934 a Leningrado viene assassinato S. Kirov da un giovane comunista; la tesi ufficiale è che si sia trattato di un complotto dei seguaci di Zinoviev e Kamenev (capi rivoluzionari che avevano partecipato agli eventi del 1917 e poi dirigenti del nuovo stato sovietico) ormai in rotta con Stalin. Allora, Stalin e l’NKVD erano fascisti?

Era dunque “fascista” anche Andrej Vyšinskij, il regista dei grandi processi e delle grandi purghe del 1937-38 voluti da Stalin per arginare i complotti contro il “primo stato socialista”?

Il 13 gennaio 1953 la «Pravda» annuncia la scoperta di un complotto del “gruppo terrorista dei medici”, costituito prima da nove poi da quindici medici famosi, oltre la metà dei quali erano ebrei. Avrebbero complottato, in combutta con l’Intelligence Service britannico, per assassinare alcuni membri dell’Ufficio politico del partito comunista. La «Pravda» e coloro che avevano messo in piedi l’accusa di complotto erano “fascisti”?

Sono fascisti tutti quelli che hanno costruito teorie complottiste sull’11 settembre 2001? E sono “fascisti” i “webeti” che vedono complotti dappertutto?

La «condanna intollerante per abitudini sessuali non conformiste» è caratteristica n. 12 del fascismo citata da Eco. Ma, ancora una volta, quanti saranno i fascisti oggi solo in Occidente? E le società tradizionali saranno culle di fascisti? E quante comunità cattoliche e islamiche saranno formate in gran parte da “fascisti”?

Ma, con così tanti fascisti in giro, vien da pensare che si viva in un’epoca di fascismo trionfante. Cosa celebriamo allora il 25 aprile?

5. La neolingua del fascismo

Infine, «La “neolingua” … Tutti i testi scolastici nazisti o fascisti si basavano su un lessico povero e su una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico», scrive Eco. Non è che la “neolingua”, almeno in parte, abbia contagiato anche Eco, che utilizza il termine “fascismo” come passe-partout? E infatti, perché utilizzare il solo termine “fascista” per caratterizzare eventi, fenomeni, comportamenti, istituzioni, persone, Stati così diversi, così eterogenei, così lontani nel tempo e nello spazio, quando si ha a disposizione tutto un ricco e articolato lessico, in grado di descrivere in modo più proprio e analitico tutte quelle strutture che inglobano o producono situazioni di diseguaglianza, sopraffazione, violazione dei diritti e della dignità dell’uomo?

Per capire il fascismo e distinguerlo da altri fenomeni storici, come pure per acquisire una certa dimestichezza con una terminologia più ricca e articolata, mi pare più utile leggere invece Juan J. Linz, Fascismo, autoritarismo, totalitarismo. Connessioni e differenze, Ideazione Editrice, Roma 2003, dove troviamo una considerazione che permette di comprendere l’errore di Umberto Eco: «Come l’impero romano lasciò colonne che furono poi utilizzate dai cristiani per costruire chiese romaniche e dai musulmani per costruire moschee, così pezzi sparsi del patrimonio fascista vengono oggi usati perché giudicati utili e attraenti. Come non chiameremmo romani gli edifici che incorporano pietre romane, così non dovremmo chiamare fascisti quei fenomeni politici che ne riprendono qualche elemento» (pp. 121-122).

II. IL FASCISMO ETERNO PRIMA E DOPO UMBERTO ECO

Il discorso di Eco sul fascismo eterno si colloca in una lunga e ininterrotta tradizione, come documenta Ernesto Galli della Loggia nel saggio Patologie italiane: il fascismo sempre in agguato e l’antifascismo perenne, del 2003, e ripubblicato in Speranze d’Italia. Illusioni e realtà nella storia dell’Italia unita, il Mulino, Bologna 2018 (qui si cita da questo testo).

1. L’antifascismo dopo il ’45

Già all’indomani della Liberazione, negli ambienti politici e culturali antifascisti vi era la diffusa convinzione che il fascismo non fosse veramente finito il 25 aprile 1945, perché le forze che lo avevano generato erano ancora operanti. In particolare, il Pci andava elaborando e diffondendo anche a livello di massa l’interpretazione del fascismo come fenomeno di classe, nato dalla reazione al processo di emancipazione del movimento operaio da parte della borghesia più retriva, la quale non era stata sconfitta se non militarmente, per cui occorreva vigilare, organizzarsi, combattere contro la possibilità che il fascismo potesse risorgere dalle proprie ceneri.

Inoltre, si accreditava l’idea che il fascismo non fosse solo una costellazione politico-istituzionale storicamente datata, ma un aspetto del carattere degli Italiani, una sorta di stigma antropologico, forgiato nel corso dei secoli e solamente attivato e fattosi Stato nel ventennio 1922-1945, quindi sempre pronto ad attualizzarsi, solo che se ne creassero le condizioni.

Insomma, fin da subito, nonostante la vittoria del 1943-45, consistenti forze politiche e culturali alimentarono l’idea di un fascismo perenne che richiedeva una continua vigilanza da parte del fronte antifascista, che si percepiva altrettanto perenne.

La continuità dell’impegno antifascista, conseguente alla permanenza del pericolo fascista, era anche alla base dello sforzo di autolegittimazione del Pci, considerato che la legittimazione classista e internazionalista (l’Urss paese del socialismo realizzato e quindi guida e modello) intercettava un pubblico ed un elettorato indubbiamente meno ampio.

2. L’antifascismo e il ’68

Con il ’68 il termine fascismo si gonfia a dismisura di contenuti che riassumono di fatto tutti gli aspetti negativi della società, i quali, attribuiti al capitalismo contemporaneo, spesso poco hanno a che fare con l’esperienza storica in Italia tra il 1922 e il 1945.

«Sotto la spinta decisiva del ’68 e della “contestazione globale”, specie per i giovani ogni elemento sgradito del panorama che li circonda diventerà “fascismo” […] Negli scritti dei francofortesi e di Foucault, di Laing o di Chomsky, di Paul Sweezy o di Carmicael, tutto, dall’industria culturale alla famiglia, dai maschi alla repressione culturale, dal capitale finanziario alla disciplina vigente nelle istituzioni “totali”, tutto diventava “fascismo”» (Galli della Loggia: 154).

Ma c’era chi aveva anticipato il ’68 nell’uso del termine fascismo in questa accezione onnivora. Già nei primi anni Sessanta, Pasolini scriveva su un settimanale vicino al Partito comunista, «Vie Nuove»: «L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il “fascismo”» (cit. in Galli della Loggia: 155).

Sull’onda della rivolta studentesca (vista anche come la continuazione della insurrezione partigiana) e in linea con i nuovi ed estesi contenuti radicali, il mirino antifascista puntò ben presto il Partito comunista e ampi settori politici, anche di sinistra, accusati di essere conniventi con un fascismo aggiornato, perché ancora si battevano, al massimo, per un riformismo interclassista e non per la conquista del potere e per la creazione di una democrazia socialista che, sola, avrebbe potuto sradicare definitivamente il fascismo.

La lotta, scriveva Nuto Revelli (partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà) nel 1975, doveva essere contro «l’altro fascismo, che non siamo mai riusciti a stroncare, nemmeno a scalfirlo minimamente: il fascismo dei colletti bianchi, il fascismo che si nasconde nei partiti democratici, nelle istituzioni democratiche, nella polizia, nell’esercito […] sono i fascisti che si vestono da antifascisti i fascisti più pericolosi» (Nuto Revelli cit. in Galli della Loggia: 161).

Venti anni dopo Eco scriverà: «L'Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. […] L'Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti».

E Potere Operaio, una delle formazioni extraparlamentari, inviterà a muovere guerra al fascismo «che non è solo quello delle camicie nere di Almirante, ma anche quello delle camicie bianche di Andreotti e della Democrazia Cristiana» (cit. in Galli della Loggia: 162-3).

Manifesto di Lotta Continua

Manifesto di Lotta Continua del 1971. Ai cadaveri di Mussolini e dei fascisti sono stati aggiunti le teste e i nomi di Almirante, Fanfani, Pirelli, Agnelli.

Lotta Continua e il Manifesto videro nella possibile ascesa di Amintore Fanfani alla presidenza della Repubblica, una prospettiva di fascistizzazione dello Stato, contro cui solo l’antifascismo militante, e più tardi armato (ma quest’ultimo sviluppo fu dal Manifesto avversato con determinazione) avrebbe potuto combattere.

Così, l’antifascismo venne assunto come mezzo di autolegittimazione anche dai gruppuscoli dell’estrema sinistra, i quali però si battevano per uno sbocco rivoluzionario e comunista, e non democratico-unitario, come invece era accaduto al Pci fin dalla svolta di Salerno dell’aprile 1944.

La rivendicazione antifascista (e, per converso, l’attualità perenne del pericolo fascista), declinata nelle maniere più diverse e diversamente inclusive o divisive, a seconda del soggetto politico, continuerà anche dopo il ’68 e dopo gli anni Settanta; e ancora oggi viene avanzata come crisma di legittimazione in assenza del quale non si ha diritto a governare lo Stato italiano. È la tesi che sostiene Alberto Asor Rosa su «la Repubblica» del 3 agosto 2018 in un articolo intitolato Estranei alla storia, dove si afferma che è il rifiuto della tradizione resistenziale e antifascista che in primo luogo rende Lega e Movimento 5 stelle estranei alla democrazia rappresentativa.

La conferenza americana di Umberto Eco del 1995 è solo uno dei polloni di una pianta le cui radici sono state messe a dimora già nel 1945, e che continua ancora oggi a germinare, a distanza di oltre sette decenni dalla fine dell’evento storico fascista in senso stretto.

 

Bibliografia

Pierluigi Battista, Cancellare le tracce. Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali dopo il fascismo, Rizzoli, Milano 2007.

Giovanni Belardelli, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, in Miti e storia dell’Italia unita, il Mulino, Bologna 1999.

Umberto Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano 2018.

Franco Fortini, Vicini e distanti. A proposito del Doppio diario di Giaime Pintor, in «Quaderni Piacentini», n. 70-71, maggio 1979.

Ernesto Galli della Loggia, Patologie italiane: il fascismo sempre in agguato e l’antifascismo perenne, in Speranze d’Italia. Illusioni e realtà nella storia dell’Italia unita, il Mulino, Bologna 2018.

Emilio Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Bari 2005.

Juan J. Linz, Fascismo, autoritarismo, totalitarismo. Connessioni e differenze, Ideazione Editrice, Roma 2003.

Mirella Serri, I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948, Corbaccio, Milano 2005. A proposito di questo volume vale la pena raccontare che, acquistato usato in una bancarella, reca nel frontespizio le scritte a matita: «Una disonesta falsaria» sotto il nome dell’autrice, e «Fascista» sotto il nome dell’editore.

 


Il neretto è sempre dell’autore di questo articolo.

La copertina del n. 1 della rivista «Primato» è reperibile presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Il manifesto di Lotta Continua è reperibile presso la Biblioteca Franco Serantini.