di Vincenzo Medde

1. Un confronto tra due partiti

(Per l'inquadramento di questa prima parte si veda l’articolo: Cecoslovacchia 1945-1950: un caso di auto-stalinizzazione)

Tra il Partito comunista italiano (PCI) e il Partito comunista cecoslovacco (PCC), tra il 1945 e il 1948, è possibile rilevare diversi importanti elementi in comune.

  1. Sia il PCI sia il PCC si consideravano parte, prima ancora che di una comunità nazionale, di una organizzazione internazionale che combatteva unitariamente per l’avvento della società socialista in Europa e nel mondo. Entrambi i partiti riconoscevano all’Urss e a Stalin il ruolo di guida, come la partecipazione alla riunione di fondazione del Cominform nel settembre 1947 aveva ampiamente dimostrato.
  2. Come il PCI, anche il PCC aveva un forte seguito di massa, che nelle elezioni del 1946 gli aveva fruttato il 38% dei voti; libere elezioni in un sistema democratico multipartitico nelle quali i Socialisti nazionali ebbero il 18%, il Partito del popolo il 16%, i Socialisti democratici il 13%, i Democratici slovacchi il 15%.
  3. Sia il PCC (nel 1946-1947) sia il PCI, dicevano di voler percorrere una “via nazionale al socialismo”.
  4. Come il PCI nella cultura italiana, il PCC nella cultura ceca in particolare (meno in quella slovacca), sviluppò una forte presa egemonica, tanto da imporre le basi ideologiche e storiche – di fatto condivise dagli intellettuali comunisti, socialisti, popolari, protestanti, cattolici – su cui si fondò il dibattito sulla ricostruzione della società cecoslovacca nel dopoguerra.
  5. Anche per il PCC nel 1948 si mobilitarono centinaia di intellettuali con la firma di un documento, come accadde per il PCI, sempre nel 1948, quando il 20 febbraio trecento intellettuali firmarono il manifesto dell’Alleanza per la difesa della cultura che fiancheggiava il Fronte popolare di comunisti e socialisti [Orlando: 162-164].
  6. Come il PCI, che si voleva erede delle migliori tradizioni italiane, anche il PCC affermava di voler proseguire le migliori tradizioni della Cecoslovacchia dell’anteguerra per portarle su un terreno più avanzato e socialista. Il padre della prima repubblica, Tomáš Masaryk, che socialista non era stato, venne però accolto come precursore di una via che i comunisti avrebbero percorso insieme con gli altri partiti democratici.
  7. Come il PCI («rispettiamo la fede cattolica, fede tradizionale della maggioranza del popolo italiano», Togliatti, luglio 1944), anche il PCC affermava di voler rispettare il credo religioso dei Cecoslovacchi, guadagnandosi così il sostegno forte dei protestanti e degli evangelici.
  8. Sia Il PCC sia Il PCI erano guidati da leader, Klement Gottwald e Palmiro Togliatti, che avevano trascorso molti anni a Mosca, condividendo con Stalin errori e orrori.
  9. Sia il PCC sia il PCI, prima si orientarono verso la partecipazione al Piano Marshall e poi, su ingiunzione sovietica, fecero marcia indietro e lo rifiutarono.

Nonostante le proclamate premesse democratiche, nel febbraio 1948 il PCC organizzò il “colpo di Praga”, che instaurava in Cecoslovacchia il monopolio del partito comunista e una dittatura che sarebbe durata quarant’anni.

Altro fu il destino dell’Italia, nonostante la presenza di un fortissimo partito comunista allineato sulle posizioni sovietiche come lo erano i comunisti cecoslovacchi, e nel quale vi erano spinte consistenti a seguire il modello del “colpo” cecoslovacco, come risulta chiaro dall'affermazione dell'esponente comunista Paolo Robotti: «Dobbiamo vincere queste elezioni [18 aprile 1948] perché la vittoria darà al fronte e al partito comunista la possibilità di passare legalmente ad una tattica molto più risoluta, come è stato in Cecoslovacchia» [cit. in Aga Rossi, Zaslavsky: 247].

Perché l’Italia, al contrario della Cecoslovacchia, pur con dei limiti importanti, rimase una liberal-democrazia, sostanzialmente rispettosa degli essenziali diritti di libertà? Perché il PCI, anche per sua fortuna, non ebbe le “opportunità” di cui approfittò il PCC?

2. Come il PCI si educò nelle “casematte” del sistema liberal-democratico

Gli storici intervenuti all’inizio del 2021 nel dibattito sui cento anni dalla fondazione del PCI hanno riproposto alcuni temi della tradizione storiografica comunista: il PCI era diverso dagli altri partiti comunisti e per questo ha costituito, nonostante il suo sovietismo, un fondamento della democrazia in Italia; questa diversità e democraticità sarebbero derivate dal pensiero di Gramsci, dalla scelta personale e autonoma di Togliatti a Salerno, o anche dall’aver avuto come ispiratori Antonio Labriola, Benedetto Croce e Giovanni Gentile (Biagio De Giovanni).

Nikola Petkov, bulgaro, 1893 - impiccato il 23 settembre 1947

Nikola Petkov, bulgaro, 1893 - impiccato il 23 settembre 1947

È un altro modo di «sottolineare le radici endogene e autoctone, interamente nazionali e più forti di qualsiasi evento esterno» per «ribattere l’accusa più ricorrente nella polemica politica di ogni giorno: che il PCI fosse al servizio di Mosca». L’osservazione è di M. Flores e G. Gozzini (42-43) e si riferisce alla storiografia della tradizione comunista sulla nascita del PCI; ma a me pare che possa essere fatta anche per la “svolta di Salerno”, per celare il fatto che quella “svolta” non era farina del solo sacco togliattiano, perché era in effetti la linea che Stalin e i Sovietici avevano dettato al movimento comunista europeo e che Dimitrov aveva trasmesso ai francesi, agli ungheresi, ai romeni, ai bulgari e così via.

In realtà, a rendere il PCI diverso e democratico (nel tempo), impedendogli di percorrere la via cecoslovacca, e dunque a mantenere l’Italia nell’ambito dei paesi a regime politico pluralistico, non furono né le idee dei suoi ispiratori né la “doppiezza” di Togliatti, ma, come hanno spiegato Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky «l'assetto istituzionale liberaldemocratico» [Aga Rossi, Zaslavsky: 297] che i comunisti avevano accettato come soluzione obbligata e comunque transitoria, dato che il loro fine restava la trasformazione dell’Italia in un paese socialista. I paesi socialisti, oltre all’Urss, dal 1945 erano la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Romania, la Bulgaria, l’Albania, la Jugoslavia, dove imperavano i processi-farsa, le impiccagioni degli oppositori, la repressione più violenta.

László Rajk, ungherese, 1909 - impiccato il 15 ottobre 1949

László Rajk, ungherese, 1909 - impiccato il 15 ottobre 1949

C’è da chiedersi e rispondere con Zaslavsky «Che cosa sarebbe successo in Italia se i comunisti avessero preso il potere e fossero riusciti a instaurare un regime di democrazia popolare? Si può ragionevolmente supporre che il risultato non sarebbe stato diverso da quello verificatosi in Cecoslovacchia» (Zaslavsky: 238-239).

Se non fu così, se l’Italia non fece la fine della Cecoslovacchia, dell’Ungheria, della Polonia, gli Italiani non lo devono a né a Gramsci, né a Togliatti, né al PCI, ma a situazioni ed eventi di ben altro peso: il paese fu liberato dagli Alleati anglo-americani e non dall’Armata Rossa, per cui ricadde nella sfera di influenza occidentale e non sovietica; a capo della Commissione Alleata di Controllo c’era l’ammiraglio americano Ellery Wheeler Stone, e non il maresciallo sovietico Kliment Ye. Voroshilov come in Ungheria [Rothschild: 97]; i comunisti non poterono infiltrare gli apparati di sicurezza per usarli contro gli altri partiti (anche se il PCI discusse spesso con l'ambasciatore sovietico «la tattica di penetrazione e di controllo dell'apparato di polizia dello stato borghese da parte di comunisti e simpatizzanti») [Aga Rossi, Zaslavsky: 126]; non ebbero il monopolio della stampa e dei mezzi di comunicazione; non ebbero la possibilità di diventare l’unico partito dopo aver eliminato tutti gli altri. Insomma, nel contesto del dopoguerra al PCI fu impedito di conquistare il monopolio del potere.

Lucrețiu Pătrășcanu, rumeno - 1900, fucilato il 17 aprile 1954

Lucrețiu Pătrășcanu, rumeno, 1900 - fucilato il 17 aprile 1954

Il che si rivelò una fortuna anche per i comunisti italiani. Nel giro di dieci anni i comunisti al potere nell’Europa orientale, dopo una serie di processi farsa misero a morte per impiccagione o fucilazione molti loro dirigenti e alleati: Nikola Petkov in Bulgaria nel 1947, László Rajk in Ungheria nel 1949, Trajčo Kostov in Bulgaria nel 1949, Rudolf Slánský e Vladimir Clementis in Cecoslovacchia nel 1952, Lucrețiu Pătrășcanu in Romania nel 1954, Imre Nagy in Ungheria nel 1958.

«l’Unità» (28 novembre 1952) salutò le impiccagioni degli «agenti imperialisti» come un «un grande contributo alla pace» contro «la cieca disperazione di un mondo che ha già sul volto il pallore della morte, anche se conosce ancora gli scatti rabbiosi di chi sta per annegare» (Andreucci: 322). Togliatti, in un incontro con János Kádár (segretario del Partito comunista ungherese) il 10 novembre 1957, dichiarò di approvare la condanna a morte di Nagy e chiese di spostare tale esecuzione a dopo le elezioni italiane del 25 maggio 1958, come sappiamo fu accontentato: le condanne di Budapest furono eseguite il 16 giugno 1958 [Courtois; Argentieri: 52, 140-145; Pietrosanti: 298]. Non deve allora stupire se, sempre Togliatti, uscendo da un dibattito parlamentare, si lasciò andare a una greve battuta: «Mentre Saragat parlava, gli stavo alle spalle e lo guardavo attentamente: mi sono accorto che ha il collo come Petkov» (Gambino: 476). Nikola Petkov, dirigente del Partito agrario della Bulgaria, era stato impiccato il 23 settembre 1947.

Imre Nagy, ungherese, 1896 - impiccato il 16 giugno 1958

Imre Nagy, ungherese, 1896 - impiccato il 16 giugno 1958

Se in Italia Palmiro Togliatti e Pietro Secchia, segretario e vicesegretario del PCI, non corsero il rischio di venire impiccati dai loro compagni non lo devono né a Gramsci né a Labriola né a Croce, ma a Churchill e Roosevelt, ai generali degli Alleati Dwight Eisenhower e Harold Alexander, al pontefice Pio XII e al leader della Democrazia Cristiana Alcide De Gasperi.

In una intervista del 1956 Togliatti ammetteva che in Italia «Vi è una tradizione di vita democratica. Vi è una tradizione di vita parlamentare. Vi sono diversi partiti che affondano le radici in strati sociali spesso della stesa natura. Tutto questo non può essere distrutto […] Proporsi di tagliare, con l’azione violenta di una minoranza di avanguardia l’attuale nodo di posizioni politiche e di organizzazioni della più diversa natura, da cui risulta la struttura della società e dello stato, non è possibile» (cit. in Bedeschi: 65).

E ancora Togliatti ammetteva che se il PCI aveva rinunciato all’insurrezione e alla rottura rivoluzionaria quando questa poteva essere almeno tentata, non fu perché accettava pienamente la prospettiva di una società democratica e pluralistica, ma perché «Vi era qualcuno più forte di noi e più forte anche di tutte le forze del blocco democratico che lo impediva» [Gambino: 41-42].

Ha chiarito Luciano Cafagna: «L’autonomia dei comunisti italiani, nella misura in cui c’è stata, è stata goduta in virtù dell’ombrello americano che proteggeva l’Italia dal dispotismo terrorista di Stalin (e di quello, meno terrorista, ma sempre dispotico, dei successori di costui)» [Cafagna: 33].

Palmiro Togliatti, italiano, 1893 - morto per emorragia cerebrale il 21 agosto 1964

Palmiro Togliatti, italiano, 1893 - morto per emorragia cerebrale il 21 agosto 1964

Se l’Italia – è sempre Togliatti che lo ammette – è oggi un paese libero, unito, indipendente è anche perché il PCI ha rinunciato alla rivoluzione, attuabile solo nell’Italia settentrionale, perché il resto del paese era controllato dalle truppe anglo-americane [Aga Rossi, Zaslawsky: 232].

Infine, con Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky possiamo così riassumere: «Grazie al regime democratico e alla libera competizione politica il PCI fu salvato da sé stesso e poté contribuire al rinnovamento della società italiana» (297).

Certo, col tempo il PCI è diventato democratico, ha contribuito alla difesa e alla crescita della democrazia in Italia; ha anche avuto una funzione pedagogica educando i suoi iscritti, «spesso analfabeti e indifferenti alla politica» (come ha scritto Guido Melis); ma ha potuto svolgere questa funzione perché è stato a sua volta educato, inizialmente mordendo il freno, dalle istituzioni e nelle “casematte” del sistema liberaldemocratico che aveva inizialmente in programma di rovesciare.

Bibliografia

Elena Aga Rossi, Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, il Mulino, Bologna 2007.

Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del PCI, Della Porta Editori, 2014.

Federigo Argentieri, Ungheria 1956. La rivoluzione calunniata, Marsilio, Venezia 2006.

Giuseppe Bedeschi, Togliatti 1956, in «nuova Storia Contemporanea», n. 2, marzo-aprile 2014.

Luciano Cafagna, La “debolezza storica della borghesia italiana” e le Tesi di Lione, in AAVV, Le Tesi di Lione. Riflessioni su Gramsci e la storia d'Italia, FrancoAngeli, Milano 1990.

Stéphane Courtois, Complice puis victime de la répression, «L’Express», 06/11/1997

Biagio De Giovanni, Croce, Labriola e Gentile sono i veri fondatori del Partito comunista italiano, «Il Riformista», 11/12/2020.

Marcello Flores, Giovanni Gozzini, Il vento della rivoluzione. La nascita del Partito comunista italiano, Laterza, Roma 2021.

Antonio Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Laterza, Roma-Bari 1975.

Guido Melis, Del PCI e di una certa nostalgia, «il Mulino», versione online, 21/01/2021.

Federico Orlando, 18 aprile, così ci salvammo, Edizioni Cinque Lune, Roma 1988.

Romano Pietrosanti, Imre Nagy, un ungherese comunista. Vita e martirio di un leader dell’ottobre 1956, Le Monnier 2014.

Joseph Rothschild, Nancy M. Wingfield, Return to Diversity. A political history of Est Central Europe since World War II, Oxford University Press, New York-Oxford 2008.

Victor Zaslavsky, Lo stalinismo e la sinistra italiana, Mondadori, Milano 2004.