di Vincenzo Medde

Le fotografie delle vittime del Grande Terrore sono state pubblicate da Tomasz Kizny nel volume La Grande Terreur en Urss 1937-1938, Les Éditions Noir sur Blanc, Lausanne 2015. Ringrazio Tomasz Kizny per la cortese e generosa autorizzazione a ripubblicarle in questo sito. Ringrazio anche Les Éditions Noir sur Blanc.

The photographs of the victims of the Great Terror were published by Tomasz Kizny in the volume La Grande Terreur en Urss 1937-1938, Les Éditions Noir sur Blanc, Lausanne 2015. I thank Tomasz Kizny for his kind and generous permission to republish them on this site. Je remercie aussi Les Éditions Noir sur Blanc.

 

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1. Trovare i colpevoli

Il processo di sviluppo voluto da Stalin – industrializzazione accelerata, collettivizzazione in agricoltura, requisizioni forzate nelle campagne – aveva prodotto forti tensioni nella società sovietica, alimentate dal consistente degrado delle condizioni di vita dei cittadini e dalla forte pressione sui quadri industriali, amministrativi e politici affinché gli obbiettivi irrealistici decisi dall’alto fossero raggiunti a qualsiasi costo.

Alle difficoltà interne si aggiungevano i rischi del contesto internazionale che portavano Stalin a temere un accerchiamento guidato dalla Germania di Hitler volto a conquistare nuovi spazi a est. Far fronte ai pericoli della situazione internazionale implicava necessariamente, secondo Stalin, intensificare il processo di industrializzazione e di potenziamento delle forze armate, ciò che poi, e Stalin ne era convinto, avrebbe comportato anche l’aumento delle tensioni interne.

«Nel clima di quegli anni [anni Trenta], dominati dall’incubo dell’aggressività fascista, è facile comprendere il panico che doveva pervadere la mente di chi aveva la responsabilità di governare l’Unione Sovietica. Ed è facile immaginare quale effetto potesse produrre su Stalin, sordo per temperamento e per formazione ai valori fondamentali di rispetto della persona umana che sono alla base della civiltà moderna. Rifiutandosi di ammettere le difficoltà che obbiettivamente scaturivano dal processo di sviluppo accelerato dell’URSS, e ostinandosi a volerle tradurre in colpe, soggettivamente individuate, non poteva approdare che a una sola conclusione: quella della repressione preventiva». [Mieli: 26]

Infatti, in un rapporto al comitato centrale del Partito comunista il 3 marzo 1937 aveva detto: «È necessario ricordare e non dimenticare mai che l’accerchiamento capitalistico è il fatto fondamentale che determina la situazione internazionale dell’Unione Sovietica. Ricordare e non dimenticare mai che fino a quando esisterà l’accerchiamento capitalistico, vi saranno dei sabotatori, degli agenti di diversione, delle spie, dei terroristi inviati nelle retrovie dell’Unione Sovietica dagli organi di spionaggio degli stati stranieri, ricordare questo e condurre una lotta contro quei compagni che non apprezzano nel modo dovuto l’importanza del fatto dell’accerchiamento capitalistico, che non apprezzano nel modo dovuto le forze e l’importanza del sabotaggio». [Rapporto di Stalin al comitato centrale del Partito comunista del 3 marzo 1937, cit. in Mieli: 177]

Durante un incontro con il segretario del Comintern Georgi Dimitrov, l'11 novembre 1937, Stalin dichiarò: «I trockisti vanno inseguiti, fucilati, annientati. Sono provocatori mondiali, i più feroci agenti del fascismo». [in Firsov 2004: 159-160]

Più che un invito, era un’ingiunzione al partito, all’NKVD, al Comintern a inasprire la lotta contro tutti coloro che, a insindacabile giudizio del capo sovietico, potevano essere individuati come spie e sabotatori, compresi i dirigenti, i funzionari e i militanti dei partiti comunisti stranieri, i veri e unici colpevoli dei fallimenti, delle difficoltà e delle tensioni che le politiche staliniane avevano determinato.

2. Il Grande Terrore contro i “colpevoli”

Nel 1936-1938 Stalin scatenò in Unione Sovietica il “Grande Terrore”[ 1 ], una repressione di ampiezza smisurata che colpì tutte le componenti della popolazione sovietica, dai capi che avevano fatto la rivoluzione ai semplici cittadini arrestati per strada al fine di completare le quote di “elementi controrivoluzionari da reprimere” che Stalin e i vertici del partito comunista avevano stabilito.

Vittime del Grande Terrore
in Unione Sovietica

Alexei Jeltikov.

Aleksei Jeltikov. Russo, nato nel 1890. Studi elementari. Fabbro. Arrestato l'8 luglio 1937, condannato a morte il 31 ottobre, giustiziato il giorno seguente. Riabilitato nel 1957.

Evdokia Arkhipova.

Evdokia Arkhipova. Russa, nata nel 1886. Studi elementari, senza partito. Starosta della Chiesa ortodossa. Monaca nel monastero di Kazan. Arrestata il 16 febbraio 1938, condannata morte l'8 marzo, giustiziata il 14 marzo. Riabilitata nel 1958.

Aleksei Zakliakov.

Aleksei Zakliakov. Russo, nato nel 1915. Studi elementari. Contadino. Arrestato il 19 agosto 1937, condannato a morte il il 19 agosto, giustiziato il giorno seguente. Riabilitato nel 1989.

Maria Pappe.

Maria Pappe. Ebrea, nata nel 1899. Studi superiori. Iscritta al partito comunista. Capo dell'Ufficio speciale dell'NKVD dell'Urss. Arrestata il 7 dicembre 1938, condannata a morte il 21 marzo 1940, giustiziata il giorno seguente. Riabilitata nel 1956.

Ivan Belokachkine.

Ivan Belokachkine. Russo, nato nel 1921. Istruzione elementare, senza fissa dimora né lavoro. Arrestato nel 1937, condannato a morte l'8 marzo 1938, giustiziato, a 17 anni, il 14 marzo 1938. Riabilitato nel 1955.

Ivan Volkov.

Ivan Volkov. Russo, nato nel 1881. Studi elementari, senza partito, operaio nell'estrazione della torba. Arrestato il 4 dicembre 1937, condannato a morte il 7 dicembre, giustiziato il 15 dicembre. Riabilitato nel 1989.

Marfa Riazantseva .

Marfa Riazantseva. Russa, nata nel 1866, sapeva a stento leggere e scrivere, senza partito, in pensione. Arrestata il 27 agosto 1937, condannata a morte l'8 ottobre, giustiziata l'11 ottobre. Riabilitata nel 1989.

Vladimir Volkov.

Vladimir Volkov. Russo, nato nel 1878, studi secondari, senza partito, prete ortodosso. Arrestato il 27 febbraio 1938, condannato a morte il 7 marzo, giustiziato il 25 marzo. Riabilitato nel 1989.

Quarta di copertina del volume di Kizny.

Dal 2008 al 2011, TOMASZ KIZNY ha condotto una indagine sull’ondata di violenza che lo stato sovietico scatenò contro i propri cittadini. In Russia, Ucraina e Bielorussia, in collaborazione con l'International Memorial Association, ha realizzato un'opera fotografica che documenta i crimini e presenta una topografia del Terrore: luoghi di esecuzioni e fosse comuni, fotografie dei parenti dei dispersi, oggetti trovati durante gli scavi. Il cuore del libro consiste in una serie di intensi ritratti di condannati, realizzati in carcere dall'NKVD dopo il loro arresto e pochi giorni prima della loro esecuzione.

In quindici mesi, dall'agosto 1937 al novembre 1938, circa 750.000 cittadini sovietici furono giustiziati dopo essere stati condannati a morte da tribunali speciali dopo un processo farsa: quasi 50.000 esecuzioni al mese, 1.600 al giorno. Durante il Grande Terrore, un sovietico adulto su cento fu, nella massima segretezza, giustiziato con una pallottola alla nuca o anche, in alcuni casi, asfissiati con i gas di scarico di furgoni appositamente attrezzati. Allo stesso tempo, più di 800.000 persone furono condannate da questi stessi tribunali speciali a dieci anni di lavori forzati e inviate nei campi del Gulag. Quasi un quarto di loro morì entro i primi due o tre anni di detenzione. Centomila sopravvissero fino al loro rilascio, tra il 1954 e il 1956. [Werth 2015: 177]

Negli anni del Grande Terrore furono inflitte condanne a morte pari ai tre quarti di tutte le condanne alla pena capitale inflitte tra il 1921 e il 1953, anno della morte di Stalin; una carneficina esito della convergenza di due serie di operazioni repressive: una politica, diretta contro le élite, l’altra, sociale, contro un vasto insieme di elementi “socialmente dannosi” ed “etnicamente sospetti”, percepiti come elementi di una mitica quinta colonna di terroristi al soldo di potenze straniere ostili all’URSS.

Le repressioni di massa oscurate dalle repressioni delle élite. In passato, gli storici, anche a causa della penuria e indisponibilità delle fonti, si sono concentrati soprattutto sulla prima serie, le purghe dirette contro le élite politiche, economiche, militari, culturali e, in particolare, sulle élite bolsceviche al vertice che avevano fatto la rivoluzione e che furono eliminate nei grandi processi di Mosca tra il 1936 e il 1938 (vedi §§ 4 e 5). Da quando, a partire dalla fine degli anni ’80, gli archivi sovietici sono stati gradualmente aperti, hanno visto la luce molti studi che hanno ampliato la conoscenza delle azioni repressive degli anni Trenta in Urss, dimostrando che gli strati di popolazione repressi, fucilati e deportati sono stati molto più estesi di quanto si potesse supporre in precedenza. [Werth 2006: 7-11]

3. Repressioni di massa

La repressione dei leader bolscevichi e dei quadri comunisti è l’aspetto più noto del Grande Terrore; eventi di proposito trasformati in spettacolo, i processi pubblici hanno occupato e occupano tuttora un posto centrale e sproporzionato nella memoria popolare e accademica del Grande Terrore, anche se le vittime furono pari al 7-8% delle repressioni segrete e di massa del Grande Terrore. [Werth 2015: 178]

Ma il Grande Terrore fu anche e soprattutto altro: fu una serie di operazioni repressive segrete e di massa che colpirono milioni di persone; fu il punto d’arrivo, radicale e omicida, di una di gestione poliziesca dei problemi economici e sociali inaugurata, all’inizio degli anni Trenta, con la “dekulakizzazione” (cioè l’espropriazione e la deportazione di milioni di contadini) e continuata con una politica di rastrellamenti ed espulsioni di elementi “socialmente nocivi” dalle città e di “pulizia” delle zone frontaliere delle loro minoranze etniche (cittadini sovietici di origine polacca, tedesca, finlandese, coreana, ecc.) sospettati di avere legami con potenze straniere ostili (Polonia, Germania, Finlandia, Giappone, ecc.).

Mentre i processi pubblici delle élite e dei quadri occupavano la sfera pubblica, nazionale e internazionale, l'NKVD conduceva “operazioni segrete di massa”, le cui direttive erano note solo a un numero estremamente piccolo (200 al massimo) di alti dirigenti del partito e dell'NKVD. Queste operazioni segrete, pianificate e centralizzate, furono decise ed elaborate, al più alto livello del partito, da Stalin, da Nikolaj Ežov, commissario del popolo degli interni, e dai più stretti collaboratori di Stalin, Vjačeslav Molotov, Lazar Kaganovič, Klement Voroshilov, Andrei Zhdanov, le cui firme compaiono in calce alle decisioni segrete del Politburo. [Werth 2015: 178]

Alle repressioni di massa del 1937-1938 venne anche dato il nome di Ežovscina, dal nome di Nikolaj I. Ežov, uno dei principali organizzatori del terrore, che ricoprì la carica di capo del Commissario del popolo agli Affari interni dell’URSS (NKVD), dalla fine del 1936 alla fine del 1938. In realtà, Ežov non fece altro che eseguire ciò che Stalin comandava; infatti, le decisioni più importanti, relative a tutti i settori della vita politica, economica, sociale, culturale, militare erano prese da Stalin e dalla ristretta cerchia di fedelissimi appena richiamata; gli altri membri del Politburo si limitavano a ratificare tali decisioni, spesso a posteriori.

Le operazioni repressive di massa vennero effettuate nel più grande segreto: segreta l'indagine; segreta la sentenza, pronunciata a porte chiuse, il più delle volte in assenza dell'imputato, privo di qualsiasi difesa; segreta l'esecuzione, attuata in luoghi segreti; segreti i luoghi in cui le vittime furono seppellite, spesso in grandi fosse comuni. Segretezza, in particolare, osservata nei confronti delle famiglie dei condannati, che non venivano mai informate della sentenza, né in caso di condanna a morte né in caso di internamento nei campi. La fucilazione veniva comunicata con la formula menzognera di “condanna a dieci anni in un campo senza diritto di corrispondenza”.

Alla linea repressiva politica delle élite ampiamente pubblicizzata, Stalin abbinò dunque una linea repressiva sociale, segreta e molto più estesa della prima, che mirava alla liquidazione fisica di tutti gli elementi ritenuti “estranei” o “dannosi” per la nuova società sovietica. Si è trattato di un crimine di massa attuato in segreto tramite brutali interventi di ingegneria e “purificazione” sociale, azioni che negli ambienti della polizia staliniana erano note come “operazione kulak” e “operazioni nazionali”. [Werth 2006: 8-9; Werth 2002: 122]

Eppure, il mito di Stalin – leader di grande saggezza e padre premuroso che aveva a cuore il benessere dei suoi figli, i cittadini sovietici – creato e alimentato dalla propaganda, sopravviveva anche tra i condannati, i repressi, i deportati nelle prigioni e nei gulag. Evgenija Ginzburg – espulsa nel 1937 dal partito comunista e condannata a morte, pena poi commutata e scontata in dieci anni nelle prigioni e nei lager, tra i quali anche quello di Kolyma – racconta nel suo libro Viaggio nella vertigine del viaggio verso il lager: «Malgrado tutto, almeno venti delle settantasei occupanti del settimo vagone sostengono con la testardaggine dei maniaci che Stalin non sa nulla delle illegalità che vengono commesse. “Sono i giudici istruttori, quei vigliacchi, che hanno inventato tutto… Lui si è fidato di Ežov. Ma adesso Berija [sostituì Ežov quando questi cadde in disgrazia] rimetterà le cose a posto. Gli dimostrerà che sono stati arrestati degli innocenti. Ricordate quel che vi dico: presto torneremo a casa. Bisogna scrivere di più a lui. A Iosif Vissarionovič … Per fargli sapere la verità. Appena la conoscerà, come potrà permettere che si commettano cose simili contro il popolo?”» [Ginzburg: 213].

3.1. “Operazione kulak”

Il provvedimento scatenante dell’Operazione kulak può essere individuato nella risoluzione segreta del Politburo del 2 luglio 1937, inviata con telegramma firmato da Stalin, che ordinava a tutti i segretari regionali del Partito e ai dirigenti regionali dell’NKVD di schedare tutti i kulaki e i criminali che dai luoghi di confino erano tornati alle loro case, affinché i più ostili fossero immediatamente arrestati e fucilati a conclusione di una sbrigativa procedura affidata a una troika[ 2 ] , mentre i meno attivi, ma comunque ostili, dovevano essere esiliati in regioni remote del paese. Veniva altresì richiesto di comunicare entro cinque giorni i nomi dei membri delle troike, il numero degli elementi da fucilare e il numero di elementi da esiliare. [Werth 2006: 36; Werth 2002: 124]

Dando seguito alla risoluzione del 2 luglio, il 30 luglio 1937, Nikolai Ežov firmò l’ordine operativo n. 00447 dell’NKVD sulla soppressione degli ex-kulaki, dei criminali e di altri elementi antisovietici, nel quale venivano elencati i gruppi da reprimere:
  • ex-kulaki che erano tornati a casa dopo aver scontato la pena o essere fuggiti dai luoghi di deportazione e continuavano a svolgere attività antisovietica;
  • elementi socialmente dannosi ed ex-kulaki che aveva fatto parte di un gruppo criminale o antisovietico;
  • ex membri di partiti non bolscevichi (socialisti-rivoluzionari, menscevichi, membri del Partito democratico musulmano dell’Azerbaigian e della Federazione armena);
  • ex ufficiali o gendarmi zaristi;
  • elementi antisovietici che avevano prestato servizio in formazioni bianche, cosacche o clericali;
  • elementi antisovietici particolarmente attivi tra gli ex kulaki, i bianchi, i banditi, i membri delle sette, i membri del clero, già esiliati, imprigionati o condannati;
  • criminali (banditi, ladri, recidivi, contrabbandieri professionisti, ladri di bestiame e cavalli) che continuavano ad avere legami con il mondo criminale, o che erano stati arrestati ma non ancora processati;
  • criminali esiliati o rinchiusi in un campo di lavoro e che continuano a svolgervi attività criminali.

Tutti gli individui schedati, ritenuti socialmente dannosi, dovevano essere divisi in due categorie: i “più attivi” nella categoria 1, i “meno attivi, ma comunque ostili” nella categoria 2. Tutti dovevano comparire davanti a una troika, la quale avrebbe condannato gli individui inclusi nella categoria 1 alla fucilazione e quelli della categoria 2 a otto-dieci anni di lager. L’ordine n. 00447, tenuto conto delle informazioni inviate a Mosca dai segretari regionali del Partito e dai dirigenti regionali dell’NKVD, indicava anche, regione per regione, quanti individui dovevano essere assegnati alla 1a e alla 2a categoria. Le quote previste dall’ordine n. 00447 erano 75.950 per la 1a categoria e 193.500 per la 2a. [Werth 2002: 125]

Acquisite le disposizioni di Mosca con l’assegnazione delle quote, le sezioni territoriali dell’NKVD si si misero all’opera per definire le modalità di attuazione degli ordini e per compilare le liste degli “elementi antisovietici”, inizialmente attingendo dalle schedature preesistenti e dalla congerie di dati forniti dagli informatori.

Quando i dati preliminari erano assenti o insufficienti, gli inquisitori potevano adottare metodi più “creativi”. Per esempio il responsabile dell’NKVD di Belozersk nella regione di Vologda, Vlasov, e i suoi collaboratori, ricevuto il compito di «individuare e smascherare i kulaki e gli elementi antisovietici che svolgevano attività controrivoluzionaria», «giunsero nella colonia di lavoro correzionale n. 14 fingendosi una commissione medica incaricata di selezionare i condannati da inviare in altre colonie. Dopo aver selezionato 100 persone fra quante scontavano la pena, Vlasov e i suoi collaboratori compilarono falsi verbali di interrogatorio in cui gli imputati confessavano di aver commesso gravissimi reati contro lo Stato. Le firme degli imputati su questi verbali furono ottenute fingendo che si trattasse di certificati di malattia». I fascicoli così falsificati furono trasmessi all’esame extragiudiziario della troika presso I’NKVD della regione di Vologda e tutti i 100 detenuti furono fucilati. [Chlevnjuk 2006: 171]

Tutte le operazioni previste dall’ordine 00447 dovevano iniziare tra il 5 e il 15 agosto 1937 ed essere completate entro quattro mesi. In realtà, si protrassero per quindici mesi. L’ordine dava ai dirigenti locali la facoltà di richiedere a Mosca la concessione di quote aggiuntive di persone da fucilare o da inviare ai lager. A decidere il destino degli arrestati erano delle troike nelle repubbliche, nei territori e nelle regioni. Alle troike erano conferiti poteri straordinari: emanavano sentenze (comprese quelle capitali) e ne disponevano l’esecuzione senza alcuna forma di controllo. Così, le quote iniziali della 2a categoria furono moltiplicate per due e quelle della 1a categoria per cinque!

Quando non si riusciva a raggiungere le cifre che le quote prescrivevano, la polizia organizzava irruzioni nelle stazioni ferroviarie e nei mercati, luoghi frequentati da una popolazione marginale, diventata tale a causa della legislazione sui passaporti o di una delle innumerevoli leggi che punivano la “speculazione”, l’accattonaggio, il “parassitismo”. Per raggiungere o addirittura superare le quote non si esitò neppure a cogliere l’opportunità di incidenti e disastri naturali: in Turkmenistan, ad esempio, l’NKVD sfruttò un incendio in una fabbrica come pretesto per arrestare tutti coloro che si trovavano sul posto; a Sverdlovsk, in occasione di alcuni gravi incendi boschivi nelle vicinanze della città, “appiccati da gruppi di terroristi e sabotatori kulak”, il primo segretario del partito, Alexander Vakulin, il 27 settembre 1938, inviò un telegramma a Stalin per richiedere una quota aggiuntiva di 3.000 unità, di cui 2.000 da inserire nella prima categoria.

A proposito degli eccidi conseguenti all’ordine 00447, Nicolas Werth fa un’affermazione impressionante: «In un contesto di assoluta arbitrarietà, il principio delle quote da superare a volte faceva riaffiorare, tra il personale dell’NKVD e, soprattutto, a quanto pare, tra i subordinati negli uffici provinciali della polizia politica, uno sfondo di violenza fatto di pratiche radicate nell’ancestrale esperienza contadina di uccidere gli animali. Per illustrare questo punto, citerò un breve estratto da una delle poche testimonianze provenienti dagli ambienti della polizia su come le istruzioni sulle “quote repressive” potrebbero essere state applicate nella “Russia profonda”».

Ed ecco la testimonianza altrettanto scioccante: «All’inizio dell’operazione, Vlasov ci chiamò nel suo ufficio e ci disse che il nostro dipartimento doveva consegnare alla troika più dossiers di tutti gli altri distretti. Per fare questo, lui, Vlasov, aveva organizzato un gruppo speciale chiamato Commissione di reclutamento composta da Vlasov, Yemin, Ovchinnikov, Vorobyev, Portnoy, Levachov, Antipov. [...] Una sera Vlasov e Portnoy ci convocarono e ci dissero che era appena arrivata una circolare segreta da Mosca, dal Comitato centrale, che ci ordinava di uccidere settanta persone e di ucciderle all’arma bianca. Vorobyev, Ovchinnikov e Yemin allora tirarono fuori un’ascia e un martello e dissero: “Stanotte ne uccideremo una trentina. Taglieremo le teste e i pezzi di carne, li getteremo in una fossa scavata dal custode del cimitero, anche lui della partita”. Portarono quindici o venti prigionieri dal carcere, li ammanettarono e li misero su slitte, coprendoli con coperte e sedendosi su di essi. Quando arrivarono al cimitero, Yemin, Antipov e altri trascinarono i condannati al ceppo, Vorobiev e Ovchinnikov li decapitarono con le asce e poi gettarono i pezzi di carne nella fossa. Così, in tre giorni, sterminarono un gran numero di persone». [Werth 2002: 126, 130, 132-133]

Un’indagine dello stesso partito comunista accertò che l’inquirente Trofimov nell’NKVD di Čita nella Siberia orientale aveva picchiato sistematicamente la detenuta K., arrestata nel dicembre del 1937, tanto da romperle i denti e causarle a calci gravi lesioni alla colonna vertebrale che la costrinsero a camminare carponi. K. riuscì a sopravvivere, ma era ormai un’invalida incapace di muoversi senza aiuto esterno, con la testa tremante, uno zigomo spaccato e il sistema nervoso gravemente scosso.

Da una scheda informativa della Procura dell’URSS sull’ex commissario del popolo agli Affari interni del Dagestan, V. G. Lomonosov, risulta, secondo il racconto di un altro esponente dell’NKVD, che: «Lomonosov decise di strangolare con delle corde gli arrestati condannati per la prima categoria e sotterrarli nel cortile dove vive la mia famiglia. […] La cosa era organizzata più o meno in questo modo: l’arrestato è condotto in una stanza, vicino c’è un’altra stanza vuota, il cosiddetto quartier generale […] Il nostro compito consiste nel legare le mani all’imputato. Lo stesso Lomonosov sfoglia personalmente ogni incartamento un’altra volta, benché ci sia già la sentenza della troika, e sempre parla personalmente con l’arrestato, legge il fascicolo; in tal modo dichiariamo all’imputato che adesso sarà caricato sul vagone n. 2, 4 e così via, viene trasferito da una stanza all’altra e là si trovano gli esecutori materiali dello strangolamento, il sergente Bojcenko e il sottufficiale Romanenko. Essi mettono a sedere il detenuto su una sedia e domandano: se sei malato, dillo. Uno degli agenti dice al condannato: su, alza la gola, fa’ vedere il collo, perché non hai la biancheria pulita, e in quel momento l’altro, Romanenko, gli infila un cappio e subito lo strangola. Piu o meno per ogni persona occorrono 5 minuti».

All’inizio del 1938 in base all’ordine n. 00447 erano state condannate già più di 500 000 persone [Chlevnjuk 2006: 172, 181, 187]

3.2. Operazioni nazionali

Parallelamente alle azioni contro gli “elementi antisovietici” vennero condotte le operazioni repressive contro le minoranze nazionali. Dieci giorni prima della promulgazione dell’ordine n. 00447, durante la riunione del Politburo del 20 luglio 1937 Stalin scrisse una breve nota: «Arrestate in tutte le regioni tutti i Tedeschi che lavorano nelle nostre fabbriche militari, semi-militari e chimiche, nelle nostre centrali elettriche e nei cantieri».

Il comando di Stalin venne formalizzato da Ežov con l’Ordine n. 00439, che, inviato il 25 luglio alle direzioni regionali dell’NKVD, così recitava: «I materiali investigativi e le informazioni fornite dal controspionaggio negli ultimi tempi hanno dimostrato che lo stato maggiore tedesco e la Gestapo organizzano un lavoro spionistico e diversivo su vasta scala nei più importanti stabilimenti, in primo luogo in quelli dell’industria della difesa, utilizzando a tale scopo i quadri tedeschi che vi si sono insediati. Tali agenti tedeschi, compiendo fin d’ora atti diversivi e di sabotaggio, si concentrano soprattutto sull’organizzazione di azioni diversive in vista del periodo bellico e a questo scopo preparano quadri di sabotatori».

Entro tre giorni dal ricevimento dell’ordine, le direzioni locali dell’NKVD dovevano comunicare a Mosca gli elenchi di tutti i cittadini tedeschi impiegati nelle industrie militari, nelle fabbriche con reparti rilevanti per la difesa e per il trasporto ferroviario, e anche di quelli che avevano lavorato in tali settori in passato e che, dopo aver lasciato il lavoro, erano rimasti in URSS. Quindi, entro cinque giorni, a partire dal 29 luglio, si dovevano arrestare tutti coloro che risultavano inclusi in tali liste. Contemporaneamente, l’ordine imponeva di schedare tutti i Tedeschi che lavoravano in stabilimenti industriali non militari, nell’agricoltura, nei diversi enti, nonché le persone di nazionalità tedesca che avevano preso la cittadinanza sovietica e che in passato avevano lavorato nell’industria bellica. [Werth 2002: 133; Chlevnjuk 2006: 164-165]

Oltre ai Tedeschi che lavoravano (o avevano lavorato) in vari settori dell’economia nazionale, dovevano essere immediatamente arrestati «tutti i cittadini sovietici che avevano o avevano avuto legami con spie, sabotatori e terroristi tedeschi, indipendentemente da dove lavorassero». Tale formulazione ampliava notevolmente la portata dell’operazione originariamente prevista. A quella data, risiedevano in URSS appena 4.000 Tedeschi. Come per tutte le altre operazioni, venivano individuate due categorie: gli arrestati inclusi nella prima dovevano essere condannati a morte, a quelli inclusi nella seconda dovevano essere inflitti da otto a dieci anni di campo. In quindici mesi, nell’ambito dell’”operazione tedesca” furono arrestate 56.787 persone, di queste 41.898 furono condannate a morte e 13.107 alla reclusione. [Werth 2002: 134]

All’operazione contro i Tedeschi seguirono altre operazioni contro altre nazionalità che colpirono Rumeni, Lettoni, Estoni, Finlandesi, Greci, Afgani, Iraniani, Cinesi, Bulgari, Macedoni.

Una operazione repressiva speciale venne realizzata contro i dipendenti sovietici della Ferrovia orientale cinese che erano rientrati in Urss dopo la vendita della società al Giappone nel 1935.

Il 21 agosto 1937 il Consiglio dei commissari del popolo e il Comitato centrale decisero di espellere la popolazione coreana dalle regioni di confine dell’Estremo Oriente. Nell’autunno 1937 vennero arrestati o espulsi oltre 170.000 coreani con l’obbiettivo di impedire lo spionaggio giapponese. [Chlevnjuk 2017: 189, 195]

L’11 agosto 1937, a seguito di una risoluzione segreta presa due giorni prima dal Politburo, Nikolai Ežov inviò una nuova direttiva ai leader regionali dell’NKVD, l’ordine n. 00485, che aveva come obbiettivo la «liquidazione totale delle reti di spie e terroristi dell’Organizzazione militare polacca, infiltrati nell’industria, nei trasporti e nell’agricoltura». Questa “operazione polacca”, la più importante di tutte le “operazioni nazionali”, doveva portare all’arresto, in quindici mesi, di 143.810 persone; di queste, 139.885 furono condannate da un tribunale speciale, 111.091 delle quali a morte [ 3 ]. [Werth 2002: 134]

Nell’ordine n. 00485 dell’NKVD sulla repressione dei Polacchi furono definite le nuove modalità di condanna, cosiddette “ad album”, adottate in seguito in tutte le altre azioni contro i contingenti nazionali definiti controrivoluzionari. Secondo queste modalità, per ciascun imputato veniva compilata una breve scheda. Le singole schede erano poi raccolte e ricopiate sotto forma di elenco. Questi album erano esaminati da dvoike, commissioni formate dal capo dell’NKVD e dal procuratore locale, che assegnavano la pena: fucilazione o condanna a 5-10 anni di lager. Quindi gli album venivano inviati a Mosca per essere confermati dal commissario del popolo agli Affari interni Ežov e dal procuratore generale Andrej Vyšinskij, dopodiché ritornavano alla periferia per l’esecuzione delle sentenze. [Chlevnjuk 2006: 167]

Nell’ottobre-novembre 1937, l’NKVD lanciò, sempre su ordine del Politburo, altre cinque operazioni nazionali: l’operazione lettone (22.360 detenuti, di cui 16.573 giustiziati), l’operazione finlandese (7.023 detenuti, di cui 5.724 giustiziati), le operazioni greche, rumene ed estoni, ciascuna mirata a un “gruppo di spie e terroristi” al soldo di una potenza straniera. Secondo le statistiche dell’NKVD, nel corso delle “operazioni nazionali”, dal luglio 1937 al novembre 1938, i tribunali speciali condannarono 335.513 individui; di questi, 247.157, pari al 73,6 per cento, furono giustiziati. [Werth 2002: 134]

3.3. Repressione dei familiari dei “nemici del popolo”

Un’altra categoria di popolazione considerata potenzialmente pericolosa dai capi staliniani era quella dei familiari dei “nemici del popolo”. Contro di loro fu condotta un’altra operazione speciale iniziata con l’ordine operativo n° 00486 del 15 agosto 1937 con il quale veniva applicato il principio della responsabilità collettiva. Tale principio era già stato utilizzato in passato durante le campagne di “dekulakizzazione” e nell’ambito delle operazioni di deportazione delle minoranze dalle zone di confine, ma nel 1937 fu compiuto un ulteriore passo avanti nell’individuazione delle vittime.

Fosse comuni di Butovo.

Butovo. La più grande necropoli delle vittime dello stalinismo a Mosca.
Come appare oggi una delle fosse di Butovo. In tredici fosse di questo tipo furono sepolte 20 764 vittime identificate: contadini, operai, artigiani, funzionari statali, quadri inferiori e superiori, ex ufficiali zaristi, rappresentanti dell’intellighenzia, artisti, ortodossi e di altre confessioni, individui di diverse professioni e nazionalità.

Inizialmente, si trattava dei familiari di esponenti della nomenklatura comunista (funzionari del partito, ufficiali dell’Armata Rossa, dirigenti economici, alti funzionari pubblici e “specialisti”), condannati come “traditori della Patria” o “membri di organizzazioni di spionaggio e sabotaggio della destra trockista”. Le loro mogli o compagne furono condannate e inviate nei campi per un periodo che andava dai cinque agli otto anni; pena che avrebbero evitato quelle che avessero denunciato il loro coniuge o compagno. Per quanto riguarda i loro figli, sarebbero stati collocati in orfanotrofi lontani dal loro luogo di residenza.

Queste misure furono poi applicate a categorie molto più ampie di quelle previste dall’Ordine n. 00486; furono infatti arrestati, condannati e deportati parenti, mogli, figli di molti condannati nell’ambito delle “operazioni nazionali”. In totale, quasi 40.000 mogli e compagne furono arrestate e condannate, e circa ventimila figli di “genitori repressi” furono messi in orfanotrofi. [Werth 2006: 31; Chlevnjuk 2006: 167]

Il “Grande Terrore” si concluse con una risoluzione segreta del Politburo del 17 novembre 1938. Il documento, riservato a pochi dirigenti del Partito e dell’NKVD, aboliva le troike e le dvoike, sospendeva le repressioni di massa e denunciava i gravi errori commessi dagli organi di sicurezza. Secondo la versione ufficiale, i “nemici del popolo” si erano infiltrati nell’NKVD per sabotarne l’opera e sottrarlo al controllo del Partito. I dirigenti vennero accusati di scarsa vigilanza, di aver operato nel disordine e, invece di fare indagini serie, di essersi limitati a estorcere le confessioni, abbandonando così ogni rigore procedurale. Pochi giorni dopo, Ežov fu costretto alle dimissioni, ufficialmente per motivi di salute, e sostituito da Lavrentij Beria, che mantenne saldo il controllo dell’apparato. Come l’inizio, anche la fine del Terrore rimase avvolta nel segreto: gli “errori” dell’NKVD non dovevano essere discussi, in nome della konspiratsia, la regola di silenzio che garantiva la sopravvivenza stessa del sistema.

«Il Grande Terrore fu, in gran parte, una vasta operazione di ingegneria sociale che prese di mira principalmente elementi già emarginati dal regime fin dall’inizio degli anni ‘30: la vasta schiera di “ex-kulaki”, “gente del passato”, “elementi declassati, senza professione”, membri del clero; fu colpito anche un numero non trascurabile di “gente comune” – impiegati, operai, colcosiani, contadini autonomi. Del milione e mezzo di persone arrestate, meno di 100.000 erano comunisti; Poche decine di migliaia appartenevano alle “alte sfere” della nomenklatura».

Dai documenti degli archivi sovietici risulta che nel 1937-38 gli organi dell’NKVD (senza la polizia) arrestarono 1 575 259 persone (l’87,1% delle quali per motivi politici). Nello stesso periodo furono condannate 1 344 923 persone arrestate per casi istruiti dall’NKVD. Oltre la metà di esse, 681 692, furono condannate alla fucilazione (353 074 nel 1937 e 328 618 nel 1938). [Werth 2006: 32; Werth 2002: 137-138; Chlevnjuk 2006: 185]

Stalin e la sua cerchia attuarono e giustificarono il grande massacro del 1936-1938 nella convinzione paranoica che il governo sovietico aveva molti nemici interni, i quali, al momento nascosti e camuffati, erano però pronti, individualmente e molto più spesso associati, ad allearsi con le potenze straniere che avrebbero attaccato l’URSS, il primo paese socialista.

I vecchi dirigenti bolscevichi, anche quelli che avevano fatto la rivoluzione, ora disponibili a tradire e in contatto con elementi dell’esercito e dell’NKDV, avrebbero potuto assumere la guida di una quinta colonna interna, appoggiata da kulaki, Guardie Bianche, residui dell’aristocrazia e del clero. Le numerose minoranze etniche, sempre in contatto con elementi dei paesi confinanti nemici, Tedeschi e Polacchi in particolare, si sarebbero unite agli attaccanti con cui condividevano origini e legami di sangue.

«Tale la logica della mente apprensiva e spietata del dittatore […] Nella febbrile immaginazione della sua cerchia ristretta questa quinta colonna acquistava dimensioni di svariati ordini di grandezza superiore a quelle che avrebbe mai potuto avere in realtà». [Chlevnjuk 2017: 195-196]

Il Grande Terrore, che aveva colpito una massa di cittadini anonimi, non ebbe quasi eco nel mondo (anche perché la documentazione archivistica è disponibile solo da poco tempo), oscurato dai processi di Mosca del 1936-1938, l’eco dei quali in Occidente lo declassarono a grande purga politica che avrebbe colpito quasi solo i quadri del partito, dell’economia, dell’esercito insieme con una parte degli intellettuali e delle élite delle nazionalità non russe.

3.4. Interrogare, torturare, confessare

Le confessioni strappate con la tortura furono uno dei mezzi per moltiplicare le quote degli arrestati e quindi dei fucilati e dei deportati. Durante i quindici mesi del Grande Terrore tutte le sedi dell’NKVD, locali e regionali, si trasformarono in luoghi in cui centinaia di migliaia di arrestati furono sottoposti ai tormenti affinché confessassero crimini mai commessi, firmassero verbali imposti con la forza e con l’inganno, coinvolgessero altri disgraziati in complotti mai avvenuti. I carnefici avevano bisogno di confessioni e atti di contrizione che, almeno sulle carte, li confermassero che le atrocità che stavano commettendo servivano a impedire che i “nemici del popolo” bloccassero l’avanzata verso il socialismo e il comunismo. Senza considerare il paradosso per cui milioni di membri del popolo potessero essere ritenuti nemici in un paese già socialista.

Evgenija Ginzburg racconta nel suo libro Viaggio nella vertigine il momento in cui nella sua cella fecero entrare un gruppo di donne vittime dell’NKVD.

«Il rumore della chiave. La porta si apre ed entrano in fila trentacinque donne. Un brusio in tante lingue diverse […] Una biondina magra, di ventotto anni, mi tende la mano: “Mi presento… sono Greta Kestner, membro del partito comunista tedesco. E questa è una mia amica: Clara. È fuggita da Hitler. È stata per molto tempo nelle mani della Gestapo”. […] Clara si sdraia a pancia in giù sulla brandina e solleva il vestito. Ha sulle cosce e sulle natiche delle cicatrici spaventose, come se un branco di bestie feroci le avesse lacerate le carni […] “Questa è la Gestapo”, dice con voce rauca. Poi si mette a sedere e allungando le mani aggiunge: “E questa l’NKVD”. Ha i polpastrelli delle mani maciullati, violacei, gonfi. Le dita sono senza unghie. Il mio cuore sembra sul punto di arrestarsi. E questo cos’è? “Un metodo speciale per ottenere – come si dice? – confessioni sincere… “».

A Evgenija che affermava di non aver sentito dalla sua cella nessuna che urlasse, un’altra delle sue compagne di sventura replica:

«Perché vi ci hanno portato poco prima dell’alba. E le torture finiscono alle tre. Le tedesche che sono state nelle mani della Gestapo dicono che l’esperienza tedesca è stata assimilata perfettamente. C’è addirittura una consonanza di stile. Che li abbiano mandati a imparare in Germania?». [Ginzburg: 116-119]

Documentano l’incubo degli interrogatori e delle torture, oltre alle testimonianze delle vittime, quelle degli stessi funzionari dell'NKVD, arrestati durante le purghe organizzate da Berija (capo dell’NKVD che sostituì l’epurato Ežov) negli anni 1938-40. Qui di seguito alcuni esempi.

Estratto dal verbale dell'interrogatorio di un ex prigioniero, A.T. Kojouchka, il 26 agosto 1940:

«Mi hanno fatto sedere sull'angolo sporgente della sedia in modo che il peso del mio corpo poggiasse sull'estremità della colonna vertebrale. Una volta, rimasi seduto in questa posizione per più di ventiquattro ore senza potermi alzare, nemmeno per i miei bisogni. Sono stato costretto a sedermi con i piedi distesi davanti a me, le braccia penzoloni, lo sguardo fisso sul soffitto. Al minimo tentativo di cambiare posizione, mi raggiungeva una pioggia di colpi. Sono svenuto due volte, poi Danileiko si è messo sopra di me e mi schiacciava con tutto il suo peso. Antonov mi bruciava le guance e il collo con una sigaretta accesa e quando giravo la testa dall'altra parte, Danileiko mi colpiva sulla testa e gridava: “Non girare la testa” (...)».

Da una denuncia di Vasily Matveyev della prigione Taganskaya di Mosca al procuratore generale dell'URSS, Andrei Vyshinsky:

«Quando mi sono rifiutato categoricamente di firmare tutte queste denunce ingiustificate, l'interrogatore Kudriavtsev ha chiamato un altro funzionario e dalle 11 del mattino del 1° febbraio 1938 hanno iniziato a lavorarmi a pugni la faccia, la testa e tutto il corpo fino a quando il sangue non è schizzato fuori dalla gola. (...) Mi hanno spogliato nudo e picchiato con un manganello di gomma di 4-5 cm di diametro e 60 cm di lunghezza, il bastone terminava con 4 strisce e dei piombi all'estremità. È durato quasi un'ora. (...) Quando rifiutai di nuovo, Kudriavtsev mi mise un foglio sottile tra le labbra, l'individuo che non conoscevo mi tenne le mani da dietro e Makarov diede fuoco al foglio con un fiammifero».

Estratto dal rapporto indirizzato da Lavrentij Berija a Stalin, Mosca, 1939:

«I metodi impiegati dall'ex dirigenza dell'UNKVD della città di Taganrog (...) Erano picchiare i detenuti, ma anche rinchiuderli in piccole celle senza finestre, senza ventilazione e surriscaldate. In queste celle progettate per 2 o 3 persone, ne venivano ammassate 25-30 e lasciate lì per un mese o più. I verbali venivano redatti quando i prigionieri erano fisicamente esausti. Coloro che persistevano nella resistenza venivano poi rinchiusi in celle buie, non più grandi di un tavolino del telefono, e lasciati lì, in piedi o seduti, senza dormire, per un massimo di dieci giorni alla volta. Nello stesso dipartimento municipale dell'NKVD, gli agenti inquirenti hanno organizzato sparatorie per ottenere le confessioni degli imputati». [Kizny: 146-149]

«La gran mole di fatti di cui siamo ormai a conoscenza a questo proposito, – ha concluso lo storico russo Oleg Chlevnjuk – ci permette di affermare con assoluta certezza che il ricorso alle torture più crudeli era diffuso ovunque e generalizzato. Gli organi punitivi sovietici, che non si erano mai distinti per particolare moderazione, si trasformarono in quel periodo in uno degli apparati repressivi più criminali e spietati che la storia abbia mai conosciuto». [Chlevnjuk 2006: 173]

4. Repressione delle élite e dei quadri

L’obbiettivo della linea repressiva politica era la sostituzione di un’élite non strettamente stalinista con un’altra, più giovane, magari meglio preparata, politicamente e ideologicamente più obbediente e malleabile, formata nello spirito stalinista degli anni Trenta.

La manifestazione più eclatante, trasformata da Stalin in spettacolo educativo e propagandistico, fu allestita con i famosi “Processi di Mosca”. Oltre a questi, in molti capoluoghi di provincia furono istruiti diecine di “piccoli processi” a carico di leader comunisti locali e sempre a vocazione educativa; queste parodie della giustizia, diffuse dalla stampa e dalla radio, “smascheravano” molteplici complotti e additavano alla vendetta pubblica i «nuovi signori il cui atteggiamento disumano produce[va] artificialmente un certo numero di persone scontente e irritate, creando così un esercito di riserva per i trockisti» (Stalin al plenum qui appresso indicato).

La giustificazione pubblica per l’eliminazione di decine di migliaia di quadri politici, economici e militari venne formulata da Stalin in occasione del plenum del Comitato Centrale del febbraio-marzo 1937. Poiché nel paese erano numerosi gli atti di sabotaggio, spionaggio e le azioni diversive, occorreva smascherare e punire i colpevoli, i quadri e i dirigenti del Partito, i «grandi signori sempre soddisfatti di sé stessi», che «non erano stati in grado di discernere il vero volto dei nemici» e si limitavano a «inviare al centro rapporti vuoti e stucchevoli sui successi ottenuti». A questi dirigenti e quadri, Stalin opponeva la «la gente comune, i semplici membri del Partito, che erano molto più vicini alla verità di alcuni dei grandi signori». [Werth 2002: 123]

Dando un seguito punitivo a tali accuse, dal maggio al giugno 1937, Stalin lanciò una vasta purga poliziesca, condotta dall’NKVD, contro i leader regionali del Partito, lo Stato Maggiore dell’Armata Rossa, i quadri dell’economia e i diplomatici. Queste operazioni repressive, specificamente mirate, avevano lo scopo di distruggere tutti i legami politici, amministrativi, professionali e personali che legavano gruppi di potere non compiutamente allineati alla politica staliniana, e di promuovere nuovi leader e quadri che, dovendo la loro ascesa a Stalin, gli sarebbero stati totalmente devoti.

L’epurazione dell’esercito ebbe inizio nel 1936, e si concluse nel giugno del 1937 con il processo relativo all’”organizzazione militare antisovietica trockista”, quando fu condannato alla fucilazione un folto gruppo di alti ufficiali dell’Armata rossa insieme con il vicecommissario del popolo per la difesa M.N. Tuchacevskij.

Assieme all’esercito venne preso di mira anche l’apparato del partito e dello Stato; furono colpiti, tra gli altri, i segretari delle organizzazioni regionali del partito, accusati sia di “scarsa vigilanza” sia di diretta partecipazione ai complotti contro lo Stato e i leader sovietici. Le drastiche sostituzioni effettuate nella prima metà del 1937 indussero l’apparato del partito a rispondere con solerzia agli ordini del centro e a dar prova di spirito di iniziativa nella lotta contro i “nemici”, dimostrando di sostenere pienamente la linea generale decisa da Stalin e dal Politburo.

Neppure l’NKVD venne risparmiato. I numerosi trasferimenti e arresti nell’apparato centrale dell’NKVD, nei commissariati delle repubbliche, nelle direzioni regionali e territoriali, sia fra i dirigenti sia fra il personale operativo, furono un’importante componente del Grande Terrore. La minaccia di licenziamento e arresto era il miglior mezzo non solo per mobilitare gli uomini dell’NKVD, ma anche per promuovere a ruoli di primo piano i funzionari più “intraprendenti” e “inflessibili”. [Chlevnjuk 2006: 162]

La Commissione Pospelov [ 4 ], ha calcolato che nel 1937-1938 il collegio militare della Corte Suprema inflisse più di 44.400 condanne (di cui circa 39.000 alla pena di morte). Questo tribunale eccezionale esaminava quasi esclusivamente casi che coinvolgevano dirigenti e quadri politici, militari e di polizia. Tutte le sentenze erano state approvate in anticipo dallo stesso Stalin, che aveva firmato 383 liste di imputati redatte dall’NKVD. L’arresto di una percentuale spesso molto alta (dal 50% al 100%, a seconda della regione e del settore di attività) della nomenklatura comunista rappresentò, contrariamente a un’opinione comune, solo una piccola parte delle vittime del Grande Terrore, come dimostrato nel § 3.1. [Werth 2002: 124]

Con i grandi processi-farsa celebrati a Mosca nell’agosto del 1936, nel gennaio 1937 e nel marzo del 1938, la repressione raggiunse anche i vecchi bolscevichi, i compagni di Lenin, i protagonisti della rivoluzione e della guerra civile.

Così, Stalin – nel giro di tre anni, attraverso massacri di dimensioni inaudite – sconvolse l’assetto di comando costituitosi in Urss fino al 1930, eliminando sia l’élite bolscevica storica sia un vasto strato di quadri economici, amministrativi, militari formatosi durante la fase di consolidamento del regime sovietico.

5. I processi del 1936-1938 e la liquidazione dei bolscevichi

Nella fiumana insanguinata del Grande terrore scorrevano altre correnti, certo meno copiose e con molte meno vittime, ma ugualmente letali: quelle che trasportavano le vittime dei grandi processi-farsa celebrati a Mosca nell’agosto del 1936, nel gennaio 1937 e nel marzo del 1938. Le vittime erano i vecchi bolscevichi, i compagni di Lenin, i protagonisti della rivoluzione e della guerra civile: Zinov´ev, Kamenev, Krestinskij, Rykov, Pjatakov, Radek, Bucharin, i più noti. Tra i quali quelli che Gramsci, nella lettera inviata a Togliatti nell’ottobre 1926, riconosceva come suoi maestri: «I compagni Zinoviev, Trotzkij, Kamenev hanno contribuito potentemente a educarci per la rivoluzione, ci hanno qualche volta corretto molto energicamente e severamente, sono stati fra i nostri maestri» [ 5 ].

I milioni di vittime del Grande Terrore soffrirono e perirono nella misconoscenza e nel disinteresse dell’opinione pubblica mondiale. I condannati dei processi di Mosca furono invece portati alla ribalta mondiale da Stalin stesso, il quale volle seguire, personalmente e momento per momento, tutte le fasi della repressione: denunce, indagini, fabbricazione di prove false, confessioni, istruttorie, dibattiti in aula, condanne, esecuzioni. E ad assistere furono invitati giornalisti, intellettuali, diplomatici.

I processi illustravano, nella maniera più plateale, un tema centrale dell’ideologia staliniana: il complotto, che, a sua volta, manifestava il rifiuto di prendere in considerazione le cause reali dei fallimenti e delle difficoltà di un sistema che affermava di aver raggiunto il fine che si era proposto: il socialismo.

5.1. Il primo processo

Dal 19 al 24 agosto 1936 si tenne a Mosca il processo contro il cosiddetto “Centro terrorista trockista-zinovievista”, sedici accusati, in maggioranza vecchi bolscevichi che avevano fatto la rivoluzione con Lenin, combattuto la guerra civile, occupato ruoli importanti nel governo del “primo stato socialista”. Il più importante e più noto era senz’altro Grigorij Zino’vev, braccio destro di Lenin, fondatore del Comintern e poi suo presidente, membro del Comitato centrale del partito bolscevico. Altro accusato di spicco, Lev Kamenev, collaboratore di Lenin, direttore della Pravda nel 1913-1914, membro del Comitato centrale e dell’Ufficio politico. E poi, vecchi bolscevichi meno conosciuti, G.E. Evdokimov, I.N. Smirnov, I.P. Bakayev, V.A. Ter-Vaganyan, S.V. Mrachkovsky, E.A. Dreitzer, E.S. Holtzman, I.I. Reingold, R.V. Pickel. Un terzo gruppo era composto da agenti provocatori dell’NKVD, legati agli ambienti comunisti tedeschi: K.B. Berman-Yurin, Fritz David (I.I. Kruglyansky), M. Lurye, N. Lurye, V.P. Olberg. [Werth 2023: 13, 16-17]

I sedici erano accusati di aver costituito un “Centro terrorista trockista-zinovievista” con l’obbiettivo di impadronirsi del potere con qualsiasi mezzo, incluso l’assassinio dei capi più importanti del partito comunista come Stalin e Vorošilov, come risultava dalle loro stesse confessioni, confermate durante gli interrogatori in aula condotti dal procuratore generale Andrej Vyšinskij.

Gli imputati, autoaccusandosi, avevano confessato misfatti incredibili: di aver organizzato nuclei terroristici allo scopo di rovesciare il governo sovietico, assassinare i dirigenti comunisti, restaurare il capitalismo, effettuare atti di sabotaggio, scardinare la difesa militare dell’Urss, smembrare l’Unione sovietica tramite la separazione dell’Ucraina, della Bielorussia, della Georgia, dell’Armenia, complottare con i paesi stranieri nemici, con la Germania in particolare.

Ma durante il processo non vennero esibite prove concrete e circostanziate; le uniche “prove” presentate e prese in considerazione furono le “confessioni” degli accusati.

Karl Radek, membro del Comitato esecutivo del Comintern dal 1920, che di lì a poco sarebbe stato, anche lui, prima condannato e poi ucciso in carcere, il 21 agosto su un giornale ufficiale come le «Izvestia», scrisse dei suoi vecchi compagni ora alla sbarra: «Sfruttando quanto era rimasto in loro della credibilità di vecchi bolscevichi, hanno simulato il rimorso e, contando sulla nobiltà del Partito, hanno creato un sistema di menzogne e falsità senza precedenti nella storia del mondo […]. Sono diventati fascisti e hanno lavorato per il fascismo polacco, tedesco e giapponese. Questa è la verità storica. E sarebbe una verità storica anche se non vi fossero prove dei loro legami con i servizi di spionaggio fascisti». [in Slezkine: 795-796]

I Bolscevichi avevano stabilito che né la verità storica né quella processuale avevano bisogno di prove, poiché solo il partito e i suoi organismi avevano l’autorità di accertarle e il compito di irrogare le pene relative alla loro contestazione, come pure, eventualmente e raramente, di concedere, per decisione di fatto privata, benevola assoluzione.

Nella requisitoria finale Vyšinskij attaccò gli imputati con parole di estrema violenza e grondanti di indignata retorica: «cani rabbiosi del capitalismo che hanno cercato di sradicare gli elementi migliori della nostra terra sovietica […] vili avventurieri che hanno tentato di calpestare con i loro piedi sporchi i fiori più profumati del nostro giardino socialista […] bugiardi, istrioni, miserabili pigmei, cani, bastardi che attaccano l’elefante […] Io esigo che questi cani rabbiosi siano fucilati, tutti, senza eccezione».

E anche dopo la requisitoria di Vyšinskij, prendendo la parola per l’ultima volta gli accusati chiamarono sé stessi «mostri umani», «assassini fascisti», «traditori», «rottami controrivoluzionari». Kamenev indirizzò un messaggio ai suoi due figli: «Quale che sia il verdetto, io lo considero fin d’ora giusto. Non volgete lo sguardo all’indietro. Continuate la vostra strada. Come il popolo sovietico, seguite Stalin!». [in Werth 2023: 22-23]

Il 23 agosto, alle 23, la corte si ritirò; alle 2.30 il presidente lesse il verdetto, gli imputati, riconosciuti colpevoli di tutte le accuse, furono condannati a morte. Vennero fucilati entro le 24 ore, prima ancora che scadesse il tempo, che pure era previsto dalla legge di fare appello.

Sulla scia del processo, 160 persone furono giustiziate con accuse collegate al “Centro unito antisovietico trockista-zinovievista”. Migliaia di ex oppositori a Stalin furono arrestati. Il 29 settembre 1936 il Politburo emise un decreto che ordinava “l’annientamento della marmaglia trockista-zinovievista” arrestata o già condannata. Il 4 ottobre il Politburo (con Kaganovič, Molotov, Postyšev, Andreev, Vorošilov ed Ežov presenti) votò per condannare “585 membri attivi dell’organizzazione terrorista controrivoluzionaria trockista-zinovievista in quanto lista unica” (ossia non prendendo in esame i singoli casi). Nuovi arresti portarono a nuove confessioni, e queste portarono a nuovi arresti. Alcuni degli ex oppositori erano dirigenti economici; il loro arresto portò all’arresto di altri dirigenti economici che non erano ex oppositori. [Slezkine: 796]

5.2. Il secondo processo

Dal 23 al 30 gennaio 1937 ebbe luogo il secondo dei grandi processi-farsa di Mosca, il processo contro il cosiddetto “Centro Trockista Parallelo Antisovietico” con diciassette imputati. Georgi Pjatakov [ 6 ]era l’imputato-vedetta in questo secondo processo-farsa; Pjatakov, tra i quattro principali dirigenti bolscevichi (secondo Lenin), fino al 1926 diresse l’industria sovietica; tra il 1932 e il 1936 fu il principale organizzatore dell’industrializzazione; arrestato nel settembre 1936, e poi torturato, fu uno degli imputati principali. Venne giustiziato nel gennaio 1937.

Karl Radek era un altro imputato eccellente. Dal 1917 aveva curato i legami internazionali dei bolscevichi, si era schierato con Trocki nel 1924 ma nel 1929 si era arreso per allinearsi a Stalin. Grigorij Sokol’nikov, vecchio bolscevico, compagno di Lenin in Svizzera era rientrato con lui nell’aprile del 1917 ed era stato poi nominato commissario del popolo alle finanze. Anche lui dalla critica a Stalin era passato al suo sostegno. Leonid Serebryakov, vecchio bolscevico, ebbe ruoli economici importanti dopo la vittoria dell’ottobre. Nel 1923-1926 aveva fatto parte dell’opposizione a Stalin per diventare poi, anche lui, un suo sostenitore.

Gli altri imputati erano dei quadri economici con ruoli importanti nell’amministrazione dei trasporti, dell’industria carbonifera e chimica.

Gli imputati erano accusati di aver complottato con agenti tedeschi e giapponesi per rovesciare con la violenza il governo sovietico e per indebolire l’economia del paese tramite attentati e sabotaggi, facendo deragliare i treni, provocando esplosioni nelle miniere, causando l’intossicazione e la morte dei lavoratori, tramando per assassinare i dirigenti sovietici.

Come nel primo processo, l’atto d’accusa era basato, in assenza di prove fattuali e circostanziate, esclusivamente sulle confessioni degli imputati. E come nella precedente, anche in questa occasione, dopo la requisitoria, gli imputati, cui era stata concessa un’ultima dichiarazione, si riconobbero colpevoli dei peggiori crimini, il che sanciva la resa umana e politica di militanti e dirigenti che pure avevano combattuto per la rivoluzione e per instaurare il socialismo in Urss.

Il verdetto fu pronunciato il 30 gennaio alle 3 del mattino. Quattordici furono condannati alla pena capitale, uno a otto anni di prigione, Radek e Sokolnikov a dieci anni di galera, un altro a dieci anni. Tutti i condannati a morte furono giustiziati entro le 24 ore che seguirono il verdetto. [Werth 2023: 34]

5.3. Il terzo processo

Il terzo processo ebbe inizio il 2 marzo 1938 con ventuno accusati. L’imputato-vedetta era questa volta Nikolaj Bucharin, bolscevico della prima ora, uno dei principali esponenti del partito nel 1917, il principale teorico degli anni Venti. Nel 1928 guidò l’opposizione a Stalin, al quale addebitava l’assenza di democrazia all’interno del partito e la politica di collettivizzazione forzata nelle campagne. Sconfitto nel 1929, perse tutte le cariche, ma negli anni Trenta recuperò qualche ruolo dopo essersi inchinato a Stalin, per essere infine arrestato nel febbraio del 1937.

Aleksej Rykov era un altro imputato di primo piano. Vecchio compagno di Lenin, dopo la rivoluzione d’ottobre diventò commissario del popolo agli interni. Esponente dell’opposizione a Stalin, capitolò nel febbraio del 1929, perse tutte le cariche e venne arrestato con Bucharin nel febbraio del 1937.

Altri due dirigenti storici del bolscevismo tra gli imputati del terzo processo moscovita erano Nikolaj Krestinskij e Christian Rakovskij.

Riempivano il banco degli imputati altri importanti personaggi: Genrich Jagoda, regista del primo processo in quanto capo dell’NKVD nel 1936; quattro ex commissari del popolo; un dirigente delle cooperative; il segretario del partito in Bielorussia; il presidente del consiglio dei commissari del popolo e il segretario del partito dell’Uzbekistan.

In secondo piano gli altri imputati: un funzionario della delegazione commerciale a Berlino; un funzionario del commissariato all’agricoltura; gli ex segretari di Jagoda e di Maksim Gor’kij e, infine, tre medici.

Gli imputati, secondo l’accusa, avrebbero costituito un gruppo con l’obbiettivo di rovesciare il governo sovietico, restaurare il capitalismo, eseguire dei sabotaggi, attentare alla sicurezza militare dell’Urss, fornire informazioni segrete agli stati nemici, smembrare lo stato sovietico e staccarne l’Ucraina, la Bielorussia, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian.

L’atto di accusa specificava che «Il blocco di destra aveva costituito fin dagli anni Venti, una rete di focolai cospirativi formati da zinovievisti, destri, menscevichi, socialisti-rivoluzionari, guardie bianche, kulaki e nazionalisti borghesi di una mezza dozzina di repubbliche sovietiche della periferia».

Il racconto dettagliato degli episodi di sabotaggio – realizzato in forme ingegnose, inattese, spesso stravaganti e che gli imputati riconoscevano di aver organizzato – occupò una parte notevole dei dieci giorni del processo. Un ex commissario del popolo all’industria del legno raccontò che i suoi complici avevano causato deliberatamente la carenza di carta «al fine di ostacolare la rivoluzione culturale con il blocco della produzione di quaderni, il che avrebbe provocato lo scontento delle masse». Un altro imputato si riconobbe colpevole di aver provocato delle epidemie per colpire il bestiame bovino, di aver inoculato ai maiali della regione di Leningrado batteri di erisipela, di aver introdotto coleotteri infestanti nei depositi di grano. Un terzo raccontò di aver infettato i cavalli della Bielorussia utilizzati per la difesa. Un quarto descrisse il sabotaggio del commercio al dettaglio che un gruppo composto da ex menscevichi, socialisti-rivoluzionari, anarchici e trockisti mise in opera e che causò la mancanza di sale, zucchero e tabacco in molti negozi. Il procuratore Vyšinskij ne approfittò per chiedere: «Nel 1936 a Mosca mancavano le uova, fu a causa vostra?», «Certamente!» fu la risposta. Altra forma confessata di sabotaggio consisteva nel rifornire i negozi con prodotti fuori stagione: stivali imbottiti in estate e sandali in inverno. [Werth 2023: 37, 42-43]

Le confessioni relative al sabotaggio, certo preparate in carcere durante l’istruttoria dell’NKVD, offrirono a Vyšinskij il destro per spiegare la penuria di beni di consumo e le code in Urss: «Nel nostro grande paese, dove abbondano risorse di ogni genere, non poteva né può accadere che venga a mancare un prodotto. Per questo, il compito di questa organizzazione di sabotaggio consisteva nel provocare la carenza di prodotti che noi avevamo in abbondanza. Ora è chiaro perché, qua e là, malgrado l’abbondanza, venga a mancare ora un prodotto ora un altro. La colpa è appunto di questi traditori i quali, tramite mezzi difficili da smascherare, non solo miravano a minare il sistema difensivo e la potenza economica del nostro paese, ma anche a provocare il malcontento e l’irritazione tra le masse».

Vyšinskij concluse il suo atto d’accusa chiedendo la pena di morte per tutti gli imputati, tranne Bessonov e Rakovsky.: «Il nostro popolo chiede solo una cosa: che questi maledetti rettili siano schiacciati, che questi cani rognosi siano massacrati! Il tempo passerà, erbe selvatiche e cardi invaderanno le tombe degli esecrati traditori... Liberati dall’ultima macchia e abiezione del passato, tutti noi, il nostro popolo, continuiamo ad andare avanti, sempre avanti, verso il comunismo, guidati dal nostro amato leader e guida, il grande Stalin!». [in Werth 2023: 46]

Dopo l’arringa conclusiva, agli imputati fu concesso un ultimo intervento. Come nei processi precedenti, la maggior parte degli imputati ricordò a propria difesa, la gloriosa esperienza al servizio del Partito. Alcuni contestarono qualche dettaglio delle accuse, senza mai mettere in crisi l’impianto generale e Bucharin, addirittura, ma quasi incidentalmente, si permise un’osservazione che demoliva le argomentazioni di Vyšinskij: «la confessione degli accusati è un principio giuridico medievale». [in Werth 2023: 48]

Ma, alla fine, tutti, senza eccezione, si riconobbero colpevoli. Il verdetto, emesso nella notte tra il 12 e il 13 marzo, condannava a morte, tutti gli imputati, giudicati colpevoli di tutti i capi d’accusa, ad eccezione di Pletnev, Rakovsky e Bessonov, che furono condannati rispettivamente a venticinque, venti e quindici anni di reclusione. Il verdetto della corte fu accolto, secondo i titoli della «Pravda», con numerose manifestazioni di gioia popolare.

Bucharin venne fucilato dall’NKVD a Mosca il 15 marzo 1938.

«I processi di Mosca furono un evento spettacolare d’eccezione, un richiamo per distrarre l’attenzione degli osservatori stranieri invitati alla rappresentazione da tutto quello che accadeva intorno: la repressione di massa di tutte le categorie sociali». [Werth 1998: 172]

I grandi processi di Mosca, come le centinaia di processi pubblici ai quadri comunisti svoltisi nel 1937-1938 furono l’occasione per divulgare presso le masse popolari la spiegazione ufficiale delle difficoltà e degli insuccessi del regime, da attribuire ai traditori; ai dirigenti e quadri infedeli, sleali, incapaci; agli alleati interni dei nemici tedeschi, polacchi, giapponesi… E furono l’occasione per aizzare le masse contro i “nemici del popolo” nelle fabbriche, nelle imprese, nelle amministrazioni e negli istituti di istruzione superiore, dove gli oratori locali o inviati dal regime invitavano il pubblico a sostenere e richiedere la pena capitale per gli accusati, additati all’odio e al ludibrio come “rettili”, “bestie immonde”, “cani rabbiosi”.

Manifestazione operaia.

Manifestazione di operai di una fabbrica di Rostov sul Don a favore dell'esecuzione dei “traditori, sabotatori, spie e criminali”.
Fonte: Tomasz Kizny.

«In che misura i partecipanti a questi incontri [per pubblicizzare i processi] aderivano a questa messa in scena?» – si è chiesto Nicolas Werth – «È certo che il “popolino”, duramente provato fin dall'inizio degli anni '30, non vide di cattivo occhio che figure eminenti del partito venissero additate alla vendetta popolare. Più fondamentalmente, il problema del grande processo pubblico, con i suoi eroi (i dirigenti del partito) e i suoi demoni (i traditori, i sabotatori, le spie) era perfettamente assimilabile dalle masse sradicate e disorientate, brutalmente proiettate in un mondo in pieno cambiamento. Questa “demonizzazione” affondava le sue radici in tutto un insieme di credenze magico-religiose ancestrali, in una visione manichea del mondo che costituiva ancora il cuore dell'universo mentale del “popolino” strappato senza tante cerimonie alla sua tradizionale cultura contadina: se la vita era difficile, era perché c'era il tradimento. Questa condanna spiega senza dubbio l'ondata di denunce, un'altra componente di questa campagna di odio, che travolse le procure, i tribunali, i direttori dei giornali e i comitati di partito nel 1937-1938». [Werth 2015: 198-199]

5.4. La dipendenza del sistema giudiziario dal partito

La rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 aveva esplicitamente rifiutato uno dei cardini dei sistemi liberali, la separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo, giudiziario, per cui in Unione Sovietica le tre funzioni vennero di fatto concentrate nel partito comunista e, più precisamente, in un organismo ristretto, il Politburo. In Urss dunque non esisteva (e mai era esistito), un sistema giuridico che prevedesse una magistratura indipendente dall’esecutivo, dal partito-stato. Il ruolo egemone del partito comunista era stato ribadito da Lenin in una lettera del 20 febbraio 1922 [ 7 ] a Dimitrij Kurskij, dal 1921 al 1928, commissario del popolo alla giustizia, con cui dettava le linee della politica giudiziaria che dovevano essere applicate dai tribunali e dagli organismi di partito, minacciando, tramite il partito comunista, di sostituire tutti i membri del commissariato se tali linee non fossero state rispettate.

La lettera, che Lenin raccomandava di mantenere segretissima («non riprodurla, farla vedere solo sotto impegno scritto»), conteneva alcuni passaggi estremamente significativi della concezione bolscevica del diritto e della sua applicazione nei tribunali: il diritto e il ruolo dei tribunali erano subordinati unicamente all’elaborazione e alle decisioni del partito comunista.

«Intensificazione delle rappresaglie contro i nemici politici del potere sovietico e gli agenti della borghesia (in particolare i menscevichi e i socialisti rivoluzionari); organizzazione di queste rappresaglie da parte di tribunali rivoluzionari e tribunali popolari nel modo più rapido, rivoluzionario e opportuno; organizzazione obbligatoria di una serie di processi modello […] a Mosca, Pietrogrado, Kharkov e in diversi altri centri chiave; influenza sui giudici popolari e sui membri dei tribunali rivoluzionari attraverso il Partito, nel senso di migliorare l'attività dei tribunali e intensificare le rappresaglie».

Pēteris Stučka – dal 1923 al 1932 presidente della Corte suprema – asseriva che «la direttiva di partito costituisce il fondamento di ogni legge». [in Fortuna, Todini: 40]

Dopo l’ottobre 1917, progressivamente e sistematicamente, erano state distrutte o assoggettate tutte le organizzazioni indipendenti nelle quali si dispiegava la società civile, partiti, sindacati, associazioni, relazioni, iniziative individuali e di gruppo. Era così rimasto solo il partito comunista come unica forma istituzionale nella quale, forzatamente, si esprimeva l’intera dialettica politica in Urss. E per i vecchi militanti bolscevichi che avevano fatto la rivoluzione e partecipato alla costruzione dello stato sovietico, la politica nel partito era diventata una forma di vita che non riusciva a esprimersi se non all’interno del partito. Esserne esclusi significava perdere una ragione di vita e spesso la vita stessa. Bucharin, in una lettera al Politburo del 26 agosto 1936, espresse questa idea nei termini drammatici di un estremo congedo: «La vita dopo la morte politica non è vita. È una fine totale» [Slezkine: 796].

Il culto del partito come unica forma in cui potesse manifestarsi ogni forma di impegno politico e culturale non era solo dei bolscevichi russi se un comunista critico come Antonio Gramsci poteva scrivere nel 1925 che «ogni comunista deve sentire di essere sempre subordinato alla volontà del suo Partito e deve giudicare tutto dal punto di vista del suo Partito» e riprendere più sistematicamente nel 1931, nei Quaderni, la stessa idea: «Il moderno Principe [il partito], sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali in quanto il suo svilupparsi significa appunto che ogni azione è utile o dannosa, virtuosa o scellerata, in quanto ha come punto concreto di riferimento il moderno Principe e incrementa il suo potere o lo combatte. Egli prende il posto, nelle coscienze, della divinità e dell’imperativo categorico, egli è la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume». [ 8 ]

Certo, la Costituzione del 1936 proclamava diritti e libertà civili ed economiche (suffragio universale e diretto, libertà di parola, di stampa, di riunione, diritto al lavoro), ma nessuno di questi principi trovava applicazione nella realtà, segnata invece da condanne extragiudiziali inflitte da organismi strettamente controllati dal partito comunista, le troike e le dvoike, ad esempio. E le condanne alla fucilazione o al Gulag non erano comminate per azioni o crimini commessi, ma perché i cittadini venivano inseriti in determinate categorie arbitrariamente definite o anche perché si era parenti e consanguinei di un condannato. Si puniva non un reato commesso ma uno stato o un’appartenenza o un’esperienza pregressa: essere contadini o polacchi o moglie e figli di un represso, aver fatto parte di organizzazioni giudicate antibolsceviche.

5.5. Implorare la grazia del carnefice

Il cittadino che avesse voluto difendere i propri diritti che riteneva violati, doveva per forza rivolgersi ad una qualche istanza del partito, o controllata dal partito, e non c’era modo di appellarsi a qualche giudice o tribunale che potesse operare e decidere in maniera indipendente. Il sistema giuridico, infatti, non aveva l’obiettivo di garantire i diritti individuali, ma di rafforzare il potere statale.

Così, gli inquisiti e i condannati, quelli almeno che erano nella condizione di farlo, come ultima risorsa si rivolsero a Stalin, implorando la salvezza e accampando meriti rivoluzionari trascorsi, comunanza di pratiche e di ideali, solidarietà di partito, o, anche, estrema speranza e illusione, implorando la generosità e la benevolenza del dittatore.

Zinov’ev il 14 aprile 1936, scrisse a Stalin: «Qualunque cosa accada, mi è rimasto pochissimo da vivere: forse al massimo un palmo o due di vita. […] Nella mia anima c’è un solo desiderio: dimostrarti che non sono più un nemico. Non c’è richiesta cui non acconsentirei pur di dimostrarlo. […] Ho raggiunto il punto in cui passo lunghi periodi di tempo a fissare intensamente il tuo ritratto e quelli degli altri membri del Politburo sui giornali, con un unico pensiero: miei cari, vi prego di guardarmi dentro l’anima: è mai possibile che non vediate che non sono più vostro nemico, che sono vostro anima e corpo, che ho capito tutto, e che sono pronto a fare qualsiasi cosa per guadagnarmi il perdono e la pietà?» [in Slezkine: 795]

Durante il processo di agosto, Kamenev e Zinov’ev avevano fatto il nome di Radek e di ex appartenenti alla destra (Bucharin, Rykov e Tomskij) come complici nella loro cospirazione. Tomskij si suicidò nella sua dacia il 22 agosto. Il 24, Bucharin, che si trovava a cacciare e a dipingere nel Pamir, fu raggiunto dalla notizia della sua implicazione. Paventando la fine di Kamenev e Zinov’ev rientrò immediatamente a Mosca e il 27 inviò una lettera al Politburo in cui proclamava la propria innocenza: «Sono scosso fino al midollo dalla tragica assurdità di quel che sta accadendo. […] È una fine totale, a meno che il Comitato centrale non mi scagioni […] È un’ottima cosa che quelle canaglie [Zinov’ev e Kamenev] siano state fucilate. Ha purificato immediatamente l’aria. Il processo avrà un’enorme risonanza internazionale. Infilerà uno spiedo nel corpo morto di un pavone insanguinato la cui arroganza lo ha portato fin nella polizia segreta fascista». [in Slezkine: 796-797]

Bucharin scrisse anche al commissario del popolo alla Difesa Voroshilov, il quale però respinse la sua lettera, indignato perché aveva osato rivolgersi a lui.

Il 24 settembre scrisse a Stalin – “l’incarnazione fisica della mente e della volontà del Partito” (come aveva detto Bucharin stesso al diciassettesimo Congresso del Partito) – «Non ti ho chiesto di ricevermi prima della fine delle indagini perché pensavo che per te sarebbe stato politicamente imbarazzante. Ma adesso te lo chiedo con tutto il mio essere. Non respingermi. Interrogami, rivoltami come un guanto, ma metti i puntini sulle i in modo tale che nessuno osi più prendermi a calci e avvelenarmi l’esistenza, mandandomi così al manicomio» [in Slezkine: 800].

Il 19 ottobre scrisse ancora al “Caro Koba” (uno dei soprannomi di Stalin): «Perdonami se ancora una volta oso scriverti. So quanto sei occupato, e so chi e che cosa sei. Ma, lo sa il cielo, tu sei l’unico a cui possa scrivere come a un caro amico, a cui possa rivolgermi sapendo che per questo non riceverò un calcio nei denti. In nome di tutto ciò che è sacro, ti prego di non pensare che stia cercando di mostrare troppa familiarità con te. Penso di comprendere più di tanti altri la tua importanza. Ma ti sto scrivendo così come ero solito scrivere a Il’ič [Lenin], come a una persona realmente cara, che vedo persino in sogno, come mi capitava con Il’ič. Può sembrare strano, ma è così […]. Se solo tu possedessi uno strumento che ti permetta di vedere quello che sta accadendo dentro la mia povera testa». [in Slezkine: 801]

In un plenum del Comitato centrale del 4 dicembre 1936, presso il quale Bucharin era stato convocato, Stalin gli si rivolse a questo modo: «Ma non puoi star qui a lamentarti che la gente non si fida di te o non crede alla tua, di sincerità. Questa è roba vecchia. Gli eventi degli ultimi due anni hanno dimostrato in maniera convincente che la sincerità è un concetto relativo». [in Slezkine: 802]

Il 21 febbraio 1937, Bucharin scrisse ancora al “caro Koba”: «Come ho già scritto altre volte, sono colpevole davanti a te per il passato. Ma ho espiato abbondantemente la mia colpa. Ti voglio veramente bene, tardivamente ma profondamente. […] Tu non invecchi. Hai un autocontrollo di ferro. Sei un generale nato, destinato a rivestire il ruolo del vittorioso comandante delle nostre armate. Quelli saranno tempi ancora più grandiosi. Ti auguro, caro Koba, fulminee e decisive vittorie. […]. Accetta i miei saluti, la mia stretta di mano, il mio “perdonami”. Nel mio cuore sono tutto con te, con il Partito, con i miei cari compagni». [in Slezkine: 810-811]

Georgi Pjatakov, l’imputato-vedetta del secondo processo-farsa, prima ancora di essere arrestato, ma già in disgrazia, implorò Stalin di concedergli una possibilità di riabilitarsi; Ežov – capo della polizia politica e responsabile con Stalin dei massacri del 1936-1938 – l’11 agosto 1936 ne riferì al suo capo a questo modo: «[Pjatakov chiede] che gli venga data una qualunque possibilità (su decisione del Comitato centrale) di riabilitarsi. In particolare, ha avanzato la proposta di permettergli di uccidere personalmente tutti i condannati a morte al processo [Kamenev-Zinoviev], inclusa la sua ex moglie dandone notizia sulla stampa» [in Graziosi 2006: 84].

6. Solženicyn spiega l’atteggiamento remissivo e supplichevole dei vecchi bolscevichi

Su queste vicende ultime di uomini che precipitavano nel baratro che pure avevano contribuito a scavare, vorrei concludere con le considerazioni di Solženicyn. Il sarcasmo, impietoso e tagliente, viene dall’essere stato vittima innocente, al contrario di quasi tutti i processati, vittime non colpevoli dei reati di cui erano accusati, ma colpevoli di aver costruito un sistema che consentiva e giustificava quelle nefandezze e che ora li conduceva inermi e increduli alla fossa.

Aleksandr Solženicyn.

Aleksandr Solženicyn.
Solženicyn (1918-2008), accusato di propaganda antisovietica, nel 1945 venne arrestato e condannato a 8 anni di lavori forzati più 3 di confino, che trascorse in gran parte nel Kazachstan. Nella foto Solženicyn indossa ancora gli abiti di internato nel Gulag.

«Il mondo ha osservato con stupore tre pièce di fila, tre grandiosi e costosi spettacoli in cui grandi capi dell’intemerato Partito comunista che aveva sconvolto, capovolto l’intero mondo, erano diventati malinconici, docili pecoroni e belavano tutto quanto era stato loro ordinato, si vomitavano addosso, umiliavano servilmente sé stessi e le proprie convinzioni, confessavano crimini che non avevano mai potuto commettere. […] ora si presentavano al processo fradici della propria urina. […]

Si rimane perplessi soprattutto per il fatto che erano tutti vecchi rivoluzionari, i quali non avevano tremato nelle camere di tortura zariste, militanti temprati, agguerriti, a tutta prova ecc. Ma questo è un semplice errore. […]

I capi del partito che ci vennero presentati nei processi degli anni ‘36-38 avevano avuto nel loro passato rivoluzionario brevi e miti condanne al carcere, condanne al confino di breve durata, non avevano neanche annusato da lontano i lavori forzati. Bucharin era stato arrestato molte volte, ma si era trattato di arresti da burla; non era mai stato al fresco per un anno di seguito, aveva appena appena assaggiato il confino sulle rive dell’Onega. Kamenev, nonostante la sua lunga attività di propaganda e i suoi viaggi per tutte le città della Russia, passò due anni nelle prigioni e un anno e mezzo al confino. Da noi davano subito cinque anni anche ai sedicenni. Zinov’ev, fa ridere dirlo, non passò neppure tre mesi in prigione, non si prese una sola condanna! A confronto dei comuni indigeni del nostro Arcipelago erano dei lattanti, la prigione non l’avevano vista né conosciuta. Rykov e I.N. Smirnov vennero arrestati più volte, rimasero dentro cinque anni ciascuno, ma se la passarono piuttosto bene, fuggirono senza alcuna difficoltà da tutti i luoghi di confino o vennero amnistiati. Prima di arrivare alla Lubjanka non avevano idea né di cosa fosse un’autentica prigione né delle tenaglie della nostra ingiusta istruttoria. […] Radek era un provocatore (e non certo il solo in tutti e tre i processi!). Quanto a Jagoda era un delinquente inveterato. […]

Tutta la nostra perplessità deriva unicamente dalla convinzione che quegli uomini fossero eccezionali. Infatti quando si tratta di comuni verbali di comuni cittadini non ci chiediamo come mai abbiano tanto calunniato sé stessi e gli altri. Lo diamo per scontato: l’uomo è debole, l’uomo cede. Ma Bucharin, Kamenev, Zinov’ev, Pjatakov, Smirnov li riteniamo senz’altro superuomini, e in fondo la nostra perplessità è dovuta unicamente a questo. […]

Eppure una selezione ci fu! I condannati più lungimiranti e decisi non si lasciarono prendere, si suicidarono prima dell’arresto (Skrypnik, Tomskij, Gamarnik). Si lasciarono invece arrestare quelli che volevano vivere. E chi vuol vivere è malleabile come la cera!... Ma anche fra questi, alcuni si comportarono diversamente durante l’istruttoria, tornarono in sé, puntarono i piedi, perirono senza che se ne sapesse nulla, ma almeno senza ignominia. Ci deve pur essere stata una ragione per non condurre ai processi pubblici Šljapnikov, Rudzutak, Postyšev, Enukidze, Čubar’, Kosior e lo stesso Krylenko, sebbene i loro nomi potessero costituire un bell’ornamento per quei processi.

Ci portarono invece i più duttili! Dunque una selezione ci fu.

Questa fu limitata, ma in compenso il baffuto Regista conosceva bene ciascuno dei prescelti. Sapeva che erano dei deboli e conosceva le debolezze particolari di ciascuno. Era questa una sua tetra, eccezionale qualità, la principale inclinazione psicologica e la principale conquista della sua vita: vedere le debolezze degli uomini al loro livello più basso.

Stalin […] vide anche Bucharin al livello più basso, là dove l’uomo si unisce alla terra; lo tenne a lungo fra i denti e ci giocò anche, come con un topino, lasciandolo libero un istante per poi riazzannarlo. Bucharin aveva scritto parola per parola la nostra vigente (e non operante) costituzione, così bella a sentirla: svolazzava liberamente negli alti cieli e credeva di aver battuto al gioco Koba: gli aveva rifilato una costituzione che lo avrebbe costretto a mitigare la sua dittatura. Ma era già nelle sue fauci.

Bucharin non amava Kamenev e Zinov’ev e, fin da quando vennero processati la prima volta dopo l’assassinio di Kirov, disse ai suoi intimi: “E che? Gente così... Può anche esserci stato qualcosa...”. (Formula classica per l’uomo della strada di quegli anni: “Di sicuro qualcosa c’è stato. Da noi non mettono dentro per niente”. E questo diceva, nel 1935, il primo teorico del partito!) Durante il secondo processo a Kamenev e Zinov’ev, nell’estate del 1936, Bucharin si trovava a Tian Shan a caccia e non sapeva nulla. Sceso dalle montagne a Frunze, lesse il verdetto di fucilazione per entrambi e gli articoli dei giornali da cui si vedeva quali micidiali deposizioni i due avessero reso contro Bucharin. Si precipitò a fermare quel linciaggio? Si appellò al partito dicendo che stava compiendo una mostruosità? Nient’affatto: si limitò a inviare un telegramma a Koba: sospendere l’esecuzione di Kamenev e Zinov’ev affinché... Bucharin potesse arrivare per un confronto e per discolparsi.

Aleksandr Solženicyn.

Aleksandr Solženicyn, 1974.
Tra il 1971 e il 1976 Solženicyn pubblicò a Parigi Arcipelago Gulag, un saggio d’inchiesta narrativa che, tramite il racconto delle esperienze concentrazionarie in Urss di centinaia di testimoni-vittime, disegnava una mappa documentatissima del Gulag comunista.

Troppo tardi. A Koba bastavano i verbali, a che pro un confronto? […]

E per tutti quei mesi scrisse lettere senza posa: “Caro Koba!... Caro Koba!... Caro Koba!...”, tutte rimaste senza risposta. Cercava ancora un contatto affettuoso con Stalin! […]

Quale fu la più grande paura di Bucharin in tutti i mesi che precedettero l’arresto? Di certo si sa soltanto che fu la paura di venire espulso dal Partito! Essere privato del Partito! restare vivo, ma fuori dal Partito! Proprio su questo tratto (comune a tutti loro) giocò magnificamente il caro Koba dal momento in cui divenne lui stesso il Partito. Bucharin (come tutti!) non aveva un punto di vista proprio, nessuno di loro aveva una vera ideologia di opposizione su cui potessero isolarsi e affermarsi. Stalin li dichiarò opposizione prima che lo diventassero, privandoli così di ogni potere. E tutti i loro sforzi furono diretti a rimanere attaccati al Partito. E, al tempo stesso, a non nuocergli. […]

Così per tutti quei sei mesi lo fecero passare da una doccia bollente a una gelata. Il 5 dicembre fu approvata con esultanza la costituzione buchariniana e venne battezzata staliniana per l’eternità. Al Plenum di dicembre del Comitato centrale Pjatakov venne portato con i denti rotti, non sembrava più lui. Alle sue spalle stavano senza dire una parola i čekisti. Pjatakov rese ignobili deposizioni contro Bucharin e Rykov che sedevano fra i capi. Ordžonikidze accostò una mano all’orecchio (non ci sentiva bene): “Dite, state facendo queste deposizioni volontariamente?”. (Da annotare! Si prese una pallottola anche Ordžonikidze.) “Del tutto volontariamente” rispose Pjatakov che si reggeva a stento in piedi. Nell’intervallo Rykov disse a Bucharin: “Tomskij sì che aveva forza di volontà, lo ha capito già in agosto e si è suicidato. Tu e io, imbecilli, siamo rimasti vivi”. […]

È sempre la solita imbattibile melodia, di processo in processo, con poche variazioni: noi siamo comunisti come voi! Come avete potuto lasciarvi convincere ad agire contro di noi? Voi e noi, insieme, formiamo un noi!

L’intelligenza storica matura lentamente in una società. Ma, una volta maturata, appare così semplice. Nel 1922, nel 1924, nel 1937 gli imputati non potevano ancora essere così convinti del proprio punto di vista da gridare a testa alta in risposta a quella melodia che ammalia e paralizza: “No, non siamo rivoluzionari come voi! No, non siamo russi come voi! No, non siamo comunisti come voi!”

Eppure sarebbe forse bastato quel grido per far crollare gli scenari, far cadere il trucco, far fuggire il regista per le scale di servizio e sgattaiolare come topi i suggeritori nelle loro tane». [Solzenicyn, Arcipelago Gulag, Tomo primo: 502-515]

Note

1. Locuzione resa popolare dal libro di Robert Conquest, Il Grande Terrore, pubblicato in inglese nel 1968 e in italiano nel 1970.

2. Di regola, ne facevano parte il commissario del popolo o il dirigente locale dell’NKVD, il segretario della rispettiva organizzazione di partito e il procuratore della repubblica, della regione o del territorio.

3. All’operazione polacca e alla liquidazione del partito comunista polacco verrà dedicato un prossimo articolo. Sui rapporti tra Unione Sovietica e Polonia si vedano in questo sito: 2. La Polonia e i patti nazi-sovietici del 1939 ;   5. L’invasione e l’occupazione sovietica della Polonia orientale 1939-1941  

4. Istituita il 31 dicembre 1955, questa Commissione per l'accertamento delle cause della repressione di massa contro i membri titolari e supplenti del Comitato centrale eletti al XVII Congresso del Partito, presieduta da Pavel Pospelov, il 9 febbraio 1956 pubblicò un rapporto di 70 pagine sulle repressioni del 1937-1938. Questo testo doveva servire come base per il famoso “Rapporto segreto” di Nikita Chruščëv. [Werth 2002: 124]

5. Lettera riservata scritta da Gramsci il 14 ottobre 1926 a nome dell'Ufficio politico del PCI e inviata a Palmiro Togliatti, in quel momento a Mosca in qualità di rappresentante del partito comunista italiano nell'esecutivo dell'Internazionale comunista.

6. La vicenda di Pjatakov al processo verrà ripresa e approfondita in un prossimo articolo dedicato al Comintern durante il Grande Terrore.

7. La lettera viene ripresa da Lenin Collected Works, Progress Publishers, 1971, Moscow, Volume 36, pages 560-565. https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1922/feb/20c.htm?utm

8. Antonio Gramsci, La situazione interna del nostro Partito ed i compiti del prossimo congresso, «L'Unità», 3 luglio 1925, ora in Scritti politici, III, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 149. Per la citazione dai Quaderni: Q8, §21, p. 953 dell’edizione di V. Gerratana, Einaudi 2001.

NB Il grassetto è sempre dell’autore dell’articolo.

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Sull’Unione Sovietica del Grande Terrore sono in preparazione i seguenti articoli:

2. Urss 1936-1938. Il Comintern complice e vittima delle repressioni staliniane
3. Urss 1936-1938. La repressione dei Polacchi in Urss e la liquidazione del partito comunista polacco
4. Urss 1936-1938. Vittime italiane del Grande Terrore
5. Urss 1936-1938. Ruolo e responsabilità di Togliatti e del Pci durante il Grande Terrore

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Bibliografia

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