di Vincenzo Medde

Gavino Alivia, «una figura che è stupefacente apprendere quanto sia stata misconosciuta e negletta da schiere di studiosi» (Sapelli: 303), nacque a Sassari il 21 settembre 1886 e morì a Sassari il 21 aprile 1959. Laureatosi a Roma con Maffeo Pantaleoni, tornò a Sassari per lavorare come funzionario economico e industriale, fu infatti segretario generale della Camera di commercio dal 1919 al 1931 e, poi, segretario generale dell'Unione industriale di Sassari. Studiò la Sardegna da economista e demografo collocando al centro delle proprie analisi il problema della popolazione in rapporto al territorio.

Le note che seguono sono principalmente basate su due scritti, uno del 1934 Fattori naturali e storici della economia della Sardegna e l’altro del 1954 Economia e popolazione: il problema della Sardegna, due dei numerosi che testimoniano della continuità di una ricerca attorno ad un problema giudicato fondamentale per l’individuazione delle «cause vere e profonde del ritardato sviluppo demografico, economico e civile della Sardegna» e delle soluzioni che era possibile adottare per risolverlo.

La popolazione è il perno esplicativo attorno a cui ruota il complesso delle analisi di Alivia sull’arretratezza della Sardegna, perché la popolazione è uno degli elementi fondamentali di un paese: «Il numero degli abitanti, la loro costituzione fisica, la loro energia, l'educazione, la distribuzione per sesso, per età, per professione, la loro dispersione sul territorio, sono altrettanti coefficienti di prosperità o di malessere che hanno talvolta un peso assai maggiore che non le condizioni dell'ambiente naturale, alle quali si ha soprattutto riguardo nel giudicare della economia di una regione» (Alivia 1935: 91).

La Sardegna è una regione a bassissima densità demografica

La densità demografica della Sardegna è di appena 54 abitanti, mentre quella italiana è di 157, della Sicilia 175, dell'Italia meridionale 163, costatava Alivia nel suo intervento del 1954, aggiungendo che il problema dello sviluppo sardo consisteva appunto nella sproporzione tra il terreno disponibile e la popolazione.

E tale sproporzione spiegava il diverso livello di sviluppo della Sardegna rispetto ad altre regioni della Penisola e taluni tratti patologici caratterizzanti l’arretratezza sarda. Il sottopopolamento ha favorito l’affermarsi di una modalità di conduzione come l’allevamento vagante degli ovini che ha bisogno di un impiego minimo di addetti. I boschi sono stati distrutti anche perché non avevano quasi alcun valore economico in confronto al pascolo vagante degli ovini. La disponibilità in eccedenza di terra ha spinto i Sardi a non cercare i mezzi di sussistenza sul mare. «Le colture intensive si osservano per un piccolo raggio intorno ai centri abitati: ciò semplicemente perché molti comuni posseggono un territorio più vasto di quanto i loro bisogni richiedono. Si potrebbero infatti ampliare quasi dovunque le colture orticole e quelle legnose specializzate, ma i prodotti diverrebbero esuberanti sul mercato locale dove possono essere consumati. Manca cioè della popolazione innanzitutto per consumare – poiché la domanda determina la produzione – e poi per produrre» (Alivia 1956: 46).

Costantino Nivola, Pergola-Village. Vined Orani

Costantino Nivola, Pergola-Village. Vined Orani

La bassa occupazione in Sardegna non può attribuirsi a mancanza o a povertà naturale di terreni agricoli o di altre risorse naturali, ma a consuetudini di lavoro legate alla coltura estensiva ed alla monocoltura, e cioè a ordinamenti produttivi, che sono caratteristici dei paesi spopolati.

Il difetto fondamentale della Sardegna è dunque quello di essere una regione sottopopolata, priva di quelle forze di lavoro che garantirebbero l’occupazione e lo sfruttamento di tutto il suo territorio e dell'intero suo litorale. Vi sono vastissime aree del tutto prive di popolazione e il litorale marino è quasi totalmente deserto. L’aspetto economico e quello demografico sono strettamente correlati: una popolazione così rada implica la mancanza di braccia per produrre e una domanda limitata per consumi limitati: ciò spiega il prevalere di una agricoltura estensiva, anche dove la terra è fertile, e l’assenza di qualsiasi spinta verso le attività più ardite e difficili come le attività marinare e le attività industriali.

Alle origini dello spopolamento e del ritardo nello sviluppo

«Perché la grande isola è tuttora spopolata, incolta?», si chiedeva già nel 1934 Gavino Alivia in occasione del 12. Congresso geografico italiano che si teneva appunto in Sardegna. «Le cause di questo fenomeno – Alivia vi torna ancora vent’anni dopo – sono essenzialmente storiche: l'isolamento della Sardegna dalle correnti migratorie, dalle invasioni, dagli scambi, la insicurezza del litorale e infine la malaria, che in una popolazione tanto rarefatta ha potuto fare strage» (Alivia 1956: 46).

Nei tempi antichi la popolazione di un’area cresceva e si addensava per effetto delle invasioni di popoli conquistatori, che sottomettevano gli insediamenti preesistenti e fondavano nuove città e nuovi stati, o per effetto di tribù nomadi militarmente più forti che assoggettavano popolazioni di agricoltori. La Grecia e l’Italia si sono popolate in seguito a invasioni, migrazioni di barbari, grandi spedizioni marittime. La Sardegna invece non vide mai arrivare grandi masse di uomini a occupare il suo territorio per esteso per poi fondersi, conquistati e conquistatori, e dar vita a nuovi aggregati umani e altri sviluppi antropologici.

Queste invasioni erano ostacolate dal mare che isolava la Sardegna e, d'altra parte, le popolazioni marinare, come i Greci e i Fenici, che approdavano sulle sue coste, non trovavano convenienza a stabilirvi delle grandi colonie di popolamento, data la distanza che le avrebbe separate dalla metropoli e l'incertezza del loro possesso.

«Dall’epoca nuragica, noi troviamo che il popolamento della Sardegna è sempre stato assai difficile e precario per le nazioni che successivamente hanno dominato il mare sardo. Nessun popolo poteva attentarsi di creare delle vere colonie sulle coste sarde, se le vie marittime di rifornimento e di protezione delle loro basi sul continente non erano assicurate. Né la dominazione marittima dei Greci, di Cartagine, di Roma, dell'impero Bizantino, degli Arabi, di Pisa. di Genova, della Spagna è mai stata così costante e assoluta da dare alle colonie della Sardegna quella sicurezza che era necessaria per il loro sviluppo» (Alivia 1935: 97).

La Sardegna non ha potuto dunque giovarsi di estesi e duraturi contatti, fusioni e incroci con altri popoli, e quelli che pure la invasero e vi si insediarono temporaneamente «ebbero scarsi contatti con la popolazione autoctona», per cui «la mancanza di una effettiva grande conquista da parte di un altro popolo, ha portato ad una stasi della popolazione indigena» che ha influito negativamente anche sullo sviluppo fisico e intellettuale dei Sardi.

Ci furono bensì tentativi di popolare i territori disabitati; nel Settecento, ad esempio, Carlo Emanuele III varò un vasto programma di colonizzazione, solo in parte realizzato. Ma nell’Ottocento tale assunzione di compiti – una politica demografica di riequilibrio territoriale promossa e implementata dallo Stato – venne abbandonata a seguito del prevalere di nuovi orientamenti culturali, individualismo e liberalismo economico, che affidavano all’iniziativa privata, individuale, molecolare, non allo Stato, il compito di valorizzare nuove terre. L’esito di tali tendenze nell’Ottocento, la sudditanza dello Stato a ciò che si percepiva come il «corso naturale delle cose» e il «dominio indipendente dell’economia», portò all’abbandono della Sardegna alle sue «naturali risorse» e al disinteresse per quelle iniziative pubbliche che potevano porre le basi per una rinascita dell’Isola: la colonizzazione agricola e marittima, l’educazione e la formazione nei settori cruciali delle tecniche agricole, dell’iniziativa industriale e mercantile, della navigazione.

Ha contribuito al debole sviluppo demografico, che ha radici secolari, anche il ritardo nel superamento delle strutture feudali, che ha spostato alla seconda metà dell’Ottocento la ripartizione delle terre ex feudali e demaniali, perpetuando fenomeni di conduzione arretrata come il pascolo brado e la transumanza e ostacolando la nascita e lo sviluppo di aziende agro-zootecniche stabili.

Le invasioni subite dai Sardi durante i millenni, non solo non hanno portato all’innesco di un meccanismo di crescita demografica rilevante che inserisse la Sardegna dentro i ritmi di sviluppo della popolazione della penisola, ma hanno determinato – certo accompagnate da altre concause, la malaria ad esempio – effetti negativi di lunga durata.

Particolarmente deleteria la secolare occupazione ispanica, che non solo ha accresciuto l’isolamento separando la Sardegna dall’Italia, ma ha causato un male anche maggiore importando e consolidando una «mentalità antieconomica» presso le classi media e superiore della popolazione isolana, che la rivoluzione francese e la legislazione liberale piemontese hanno potuto solo a fatica contrastare e solo nell’avanzato Ottocento.

Spopolamento, invasioni, malaria hanno causato l’abbandono del mare e delle pianure da parte dei Sardi. L’allontanamento dal mare e il confinamento di una parte della popolazione in una sorta di riserva interna poco accessibile hanno accentuato l’isolamento, indebolendo o annullando del tutto la naturale tendenza al commercio e alla navigazione in un’isola con un amplissimo sviluppo costiero (Sardegna Km. 1336, Sicilia 1115; ma, mentre questa presenta sulle rive del mare un centinaio di centri di popolazione, tra grandi e piccoli, quella ne presenta in tutto 15). L’assenza di numerose e intraprendenti maestranze marinare ha quindi privato la popolazione agricola di quei contatti e di quelle forme cooperative che in altri paesi marittimi tanto hanno contribuito allo sviluppo agrario.

Altro esito negativo consiste nell’agglomeramento della popolazione sarda in villaggi che lascia le campagne deserte (rilevazione relativa agli anni Trenta) – al 92%, a parte la Gallura e il Sulcis, dove l’agglomeramento scende al 65% –; soluzione difensiva per arginare la pressione militare di popolazioni più forti o più organizzate stanziate sulle coste o capaci di incursioni predatorie spesso anche lontano dalle basi di approdo.

La situazione anomala della Gallura rispetto al resto dell’Isola, la dispersione che caratterizza i suoi insediamenti, è stata determinata dall’arrivo di immigrati dalla Corsica, per cui si può affermare che la popolazione sarda d’origine è prevalentemente agglomerata, mentre quella dispersa proviene dall’esterno.

L’agglomeramento in Sardegna è andato crescendo dall’antichità al Medioevo per cominciare a diminuire nell’età Moderna.

S’è accennato alle concause che hanno prodotto lo spopolamento della Sardegna. La malaria è una di queste. Certamente la malaria ha esercitato sull’Isola una pesante influenza; ma è anche vero che il morbo meglio alligna e permane nei territori spopolati e abitati da genti rese più deboli dalla miseria, dalle guerre e dal malgoverno. La malaria, come altri mali sociali, non ha causato la decadenza, vi ha concorso, accompagnandola e aggravandola. La rinascita della Sardegna non dipende dalla scomparsa della malaria, ma questa può accelerare quella.

«Oggi [1934, ma un discorso analogo Alivia lo riproporrà venti anni dopo], come in passato, “il problema sardo” si presenta quindi come la mancanza di una popolazione adeguata al territorio, alle sue risorse, all'ampio suo contorno marino». Ma come innescare un processo di fuoriuscita dal «circolo vizioso della sua popolazione limitata dalle risorse naturali, e delle sue risorse limitate dalla popolazione»? Tale circolo vizioso non è un destino ineluttabile né un particolare invariabile nell'ordine naturale, è un fatto storico che può essere superato per avviare l’Isola verso nuovi assetti e verso un destino migliore.

Un grande esperimento di governo

Occorre però abbandonare l’illusione che la spontaneità e il libero gioco delle leggi economiche e demografiche producano da sé il miracolo: occorre un «grande esperimento di governo … un atto consapevole e volontario dello Stato» e una nuova classe dirigente che abbia come obbiettivo la valorizzazione economica della Sardegna attraverso il suo popolamento, il quale dovrebbe realizzarsi certo attraverso l’incremento della stessa popolazione sarda, ma anche attraverso politiche di immigrazione organizzate e assistite, che puntino insieme ad una colonizzazione non solamente agricola, capace di soddisfare simultaneamente a molte condizioni tecniche, economiche, igieniche, sociali.

Nel 1954, in occasione di un convegno sull’emigrazione, Alivia tornerà a insistere sul fatto che l’incremento demografico dovrebbe avvenire anche a seguito di nuova immigrazione perché il «progresso si accelera se l'aumento della popolazione avviene attraverso scambi ed incroci di popolazioni diverse, anziché esclusivamente attraverso lo accrescimento naturale endogamico» (Alivia 1956: 59).

La Sardegna resta una regione con moltissima terra non lavorata e grandi risorse non messe a frutto, perciò Alivia si dice convinto che «vi è posto in Sardegna nel giro di una ventina di anni, per un altro milione di abitanti, di cui una metà, si intende, nati in Sardegna e un'altra metà immigrati» (Alivia 1956: 58).

Le tesi di Gavino Alivia, enunciate fin dagli anni Trenta, ebbero un’eco e un riscontro anche a livello parlamentare quando, il 28 luglio 1950, Pietro Fadda, parlamentare democristiano di Alghero, depositò alla Camera dei deputati una proposta di legge sottoscritta da sessanta deputati intitolata Sistemazione in Sardegna della sovrappopolazione di altre regioni, mediante la valorizzazione delle risorse agricole e industriali dell’Isola. Istituzione dell’Opera per la valorizzazione nazionale della Sardegna (Leccis: 92).

L’iniziativa parlamentare non ebbe alcun seguito; le proposte dell’economista sassarese per il popolamento dell’Isola disabitata non furono in alcun modo recepite dai decisori politici a livello regionale e nazionale, come non furono recepite le sue indicazioni per una possibile “rottura morbida” tra antico e nuovo regime in Sardegna (si veda, in questo articolo, il par. 7) .

Singolarità delle idee di Gavino Alivia

Vale anche la pena, in chiusura, mettere in evidenza la singolarità delle idee di Gavino Alivia. Senza dimenticare gli effetti negativi delle invasioni subite dalla Sardegna nel corso dei secoli, Alivia centra la sua attenzione non sulle invasioni in quanto tali – non sempre e in ogni caso solo deprecabili –, ma sulla loro insufficienza, sui loro limiti: non erano invasioni di popoli, non hanno interessato l’intero territorio sardo, non hanno realizzato colonie di popolamento, non hanno promosso scambi, incroci e fusioni tra popoli diversi, non hanno innescato nessun incremento demografico che valesse ad accelerare ed ampliare «l’accrescimento naturale endogamico».

Infine, lungi dall’apprezzare l’esito resistenziale e conservativo dei tratti identitari sardi, Alivia considera «l’isolamento etnico» e l’arretramento dal mare e dalle pianure fattori negativi di lunga durata, che «hanno portato ad una stasi della popolazione indigena e forse ad una vera decadenza» (Alivia 1935: 96-97).

Bibliografia

Gavino Alivia, Fattori naturali e storici della economia della Sardegna, in Atti del 12. Congresso geografico italiano tenuto in Sardegna dal 28 aprile al 4 maggio 1934, Società Editoriale Italiana, 1935.

Gavino Alivia, Economia e popolazione: il problema della Sardegna, in Atti del V Convegno nazionale per l’emigrazione tenuto in Sardegna dal 10 al 14 maggio 1954, Gallizzi, Sassari 1956.

Luca Leccis, Dalla ricostruzione al piano di rinascita, FrancoAngeli, Milano 2016.

Giulio Sapelli, Alternative possibili per la crescita: la Sardegna, Sassari e oltre, in M.L. Di Felice L. Sanna G. Sapelli, L'impresa industriale del Nord Sardegna. Dai «pionieri» ai distretti 1922-1997, Laterza, Roma-Bari 1997.

Immagine

L'immagine illustra il volume Giuliana Altea (a cura di), Seguo la traccia nera e sottile. I disegni di Costantino Nivola, Agave, Sassari 2011.