La Shoah. «Nel '43 o '44, se non prima, già si sapeva che laggiù, vicino a Rovno, tutti erano stati trucidati. C'era già chi arrivava a raccontare come i tedeschi e i lituani e gli ucraini avessero trasportato, sotto la minaccia dlle mitragliatrici, tutta la città, giovani e vecchi, sino al bosco di Soseniki: là dove tutti andavano sempre a spasso in mezzo alla natura, ai bei tempi, a giocare agli scout, a cantare intorno al fuoco, a dormire nei sacchi a pelo sotto il cielo stellato. Laggiù, nel bosco di Soseniki, fra rami e uccelli e funghi e crepuscoli e bacche, i tedeschi spararono e uccisero sul ciglio delle fosse, nel giro di due giorni, circa venticinquemila persone. Fra loro c'erano quasi tutti i compagni di classe di mia madre. E anche i loro genitori e i loro vicini e tutti i conoscenti e concorrenti e avversari. Possidenti e proletari, ortodossi e assimilati e convertiti, mediatori e tesorieri e presidenti e cantori di sinagoga macellai venditori ambulanti portatori d'acqua, comunisti e sionisti, pensatori e artisti e scemi del villaggio, e circa quattromila bambini piccoli».
Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra.
di Vincenzo Medde
«Shoah e Nakba sono sinonimi», ha affermato Gad Lerner, giornalista e saggista italiano di famiglia ebraica, dal palco della manifestazione organizzata da Pd, M5s e Avs contro Israele a Roma, sabato 7 giugno 2025.
L’esternazione di Lerner, una fra le tante, attinge dalla narrativa dei Palestinesi e dei loro sostenitori, i quali, in assenza di una narrativa originale e autonoma, non esitano ad appropriarsi della storia degli Ebrei in Europa per procedere poi ad una ingannevole inversione tra vittime e carnefici, da cui la l’inverosimile accusa agli Ebrei di fare come i nazisti, o l’assurdità di mettere insieme Auschwitz e Gaza e, appunto, Shoah e Nakba.
La SHOAH fu lo sterminio da parte dei Nazisti di sei milioni circa di Ebrei. Gli Ebrei di tutta Europa vennero catturati, ammassati in ghetti, stipati nei treni della morte e avviati ai campi di sterminio – Auschwitz, Belzec, Sobibor, Treblinka – spesso a migliaia di chilometri dai luoghi in cui le vittime erano vissute. Oppure, a centinaia di migliaia furono incolonnati e portati poco lontano dalle loro case e fucilati sul ciglio di immense fosse comuni, come a Babi Yar.
Con il termine NAKBA i Palestinesi indicano l’esodo di circa 600.000 Arabi, iniziato già all’indomani del 29 novembre 1947, quando – in seguito alla proposta Onu di due stati in Palestina, uno israeliano e uno arabo – gli Arabi palestinesi, violentemente contrari alla proposta, attaccarono le comunità ebraiche; esodo poi ingrossatosi durante la guerra che seguì l’invasione (maggio 1948) del neonato stato di Israele da parte dei paesi arabi: Egitto, Siria, Transgiordania, Iraq e Libano. Esodo dunque verificatosi nel corso di una guerra scatenata dagli stessi Arabi «una guerra di sterminio e un immenso massacro» degli Ebrei, sterminio «di cui la storia ricorderà il nome come quello dei Mongoli e dei Crociati», come si espresse ‘Abd al-Rahman ‘Azzam, segretario generale della Lega araba [Abitbol: 233-234].
Esodo verso dove? A migliaia di chilometri di distanza e verso i forni crematori o le fosse delle fucilazioni di massa come a Babi Yar? No, nella stessa Palestina, a pochi chilometri dalle terre di origine o un po’ più lontano nella Transgiordania o in Siria o in Libano. Ma perché l’esodo?
1. La guerra del 1948 e la disgregazione delle comunità arabo-palestinesi all’origine dell’esodo
Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU, con la Risoluzione 181, approvava la creazione in Palestina di due stati, uno arabo e l’altro israeliano. Gli Ebrei accolsero il voto con grandi manifestazioni di esultanza, Ben Gurion affermò: «Non conosco nessun risultato più grande ottenuto dal popolo ebraico... nella sua lunga storia» [cit. in Morris: 65]. Gli Arabi – palestinesi, egiziani, giordani, siriani, libanesi – rifiutarono in blocco la proposta dei due stati.
Già il 30 novembre 1947, gli Arabi palestinesi, che avevano come unico obbiettivo quello di impedire la nascita di uno stato israeliano, innescarono gli scontri che diedero il via alla guerra tra le due comunità nazionali: una rivolta di massa nel nuovo centro commerciale di Gerusalemme, con incendi e saccheggi dei negozi ebraici. Le strade che collegavano gli insediamenti ebraici in tutto il Paese diventarono improvvisamente pericolose, perché attraversavano villaggi arabi. Gli insediamenti ebraici isolati vennero attaccati e assediati. La strada per Gerusalemme venne bloccata da irregolari palestinesi. Nel primo mese di combattimenti, furono uccisi circa 250 ebrei – la metà di tutte le vittime ebree durante i tre anni della Rivolta Araba (1936-1939). [Shapira: 157-158]
Gli Ebrei raccolsero le forze e si organizzarono per resistere agli attacchi degli Arabi palestinesi e degli Arabi dei paesi vicini che, rifiutando la proposta Onu, in diverse occasioni avevano manifestato la volontà di bloccare con le armi la costituzione di uno stato ebraico in una regione che ritenevano solo araba.
Secondo la narrativa dominante in ambito palestinese, l’esodo degli Arabi sarebbe stato il risultato di un piano che, insieme alla costituzione di uno stato ebraico, mirava deliberatamente all’espulsione dalle loro terre dei Palestinesi. La documentazione storica mostra invece un quadro ben diverso: non c’era alcun piano di espulsione degli Arabi palestinesi e tutte le deliberazioni sioniste si basavano sul presupposto che sarebbero stati cittadini uguali e che avrebbero partecipato su un piano di parità in tutti i settori della vita pubblica del paese. Come si espresse Ben-Gurion in un discorso alla leadership del suo partito laburista (Mapai) il 3 dicembre 1947: «Nel nostro stato ci saranno anche non Ebrei – e tutti loro saranno cittadini uguali; uguali in tutto senza alcuna eccezione; cioè: lo Stato sarà anche il loro Stato»; e il 4 maggio 1948, dieci giorni prima della proclamazione di Israele: «Speriamo di avere presto un parlamento libero nello Stato di Israele, eletto democraticamente da tutti i suoi cittadini: tutti i cittadini ebrei e tutti i cittadini arabi che vorrebbero rimanere in Israele [Karsh 2010: 235, 322 nota n. 17]
Fin dall’inizio dele ostilità, invece, molti Arabi palestinesi cominciarono ad abbandonare terre, case e attività per rifugiarsi nelle aree meno esposte da punto di vista bellico o nei paesi confinanti. Talvolta gli Ebrei, essi stessi sorpresi da tale fuga, fecero molti sforzi, compreso un appello ufficiale sulla radio ebraica per fermare lo sfollamento da Emek Hefer, Haifa, Tiberiade e altri luoghi. [Teveth: 223]
Da Haifa – città di 140.000 abitanti, metà dei quali musulmani o cristiani – tra il 29 novembre 1947 e la fine di febbraio 1948, fuggirono tra i 15.000 e i 20.000 cittadini, per lo più commercianti agiati e quadri musulmani e cristiani. [Abitbol: 213-214]
A Safed, quando i cittadini benestanti avevano cominciato a inviare le loro famiglie in Libano – e l'ufficiale distrettuale aveva dato il cattivo esempio mandando la moglie e i figli a Beirut – i più poveri tentarono di impedire tale manovra sostenendo che non era giusto discriminare tra ricchi e poveri.
Ma, mentre la gente comune vagava da un villaggio all’altro o, a volte, fuggiva in Libano, Siria e Transgiordania, i ricchi partivano all'estero dall'aeroporto di Lydda o dai porti di Haifa e Giaffa. [Gelber: 76-77]
Perché un numero così elevato di Palestinesi preferì fuggire? C'erano le ragioni associate alla guerra: paura, disorientamento, difficoltà economiche. Ma a queste si deve aggiungere la disillusione e la sfiducia dei Palestinesi nei confronti della propria leadership, che, in molti casi, preferì rifugiarsi nei paesi vicini piuttosto che restare e guidare la resistenza.
II leader palestinesi, nazionali e locali, civili e militari, molte volte, fin dal dicembre 1947, guidarono la fuga, insieme con i ricchi e alti funzionari comunali e con i membri dell'Alto Comitato Arabo e dei comitati nazionali locali. Nel caso di Jaffa, Haifa e Gerusalemme, il costante esodo delle classi medie e superiori dal dicembre 1947 al marzo 1948 demoralizzò considerevolmente gli abitanti rimasti e fornì un modello e un incentivo per la loro partenza. [Teveth: 224]
Da parte dell’dell'Alto Comitato Arabo ci fu anche il timore che una parte delle comunità arabe potesse lasciarsi tentare dalla possibilità di vivere in pace e insieme con gli Ebrei, per cui preferirono sostenere o, almeno, non ostacolare l’esodo dei Palestinesi.
L'evacuazione di donne, bambini e anziani dalle zone popolate della Palestina, al fine di facilitare la guerra contro gli Ebrei, era spesso basata sulla speranza di un ritorno trionfale dopo la sicura sconfitta degli Ebrei. [Teveth: 229]
I leader arabi in Palestina e nei paesi vicini poco o nulla fecero per impedire l’esodo, anche sulla base del calcolo che maggiore fosse la tragedia del popolo palestinese, maggiore sarebbe stata la pressione per un intervento esterno e più estesa la reazione internazionale contro gli Ebrei di Palestina, che sarebbero stati considerati responsabili dell’espulsione in massa dei Palestinesi dalle loro terre e dalle loro case.
Ma ebbe un peso non indifferente anche la mancanza di coesione comunitaria e l’assenza di volontà, soprattutto ai livelli più alti, di subordinare l'interesse personale al bene generale. [Karsh 2001]
A proposito di quest’ultimo punto, ricorda Ibrahim Abu Lughod, che fuggì da Giaffa per Beirut dieci giorni prima della resa: «C'era una nave belga piena di gente di Giaffa e uno dei marinai, un giovane, ci guardò – alcuni di noi erano giovani adulti – e chiese: “Perché non rimanete a combattere?” Non ho mai dimenticato il suo volto e non ho mai avuto una buona risposta per lui». [cit. in Karsh 2010: 159]
Henry Gurney, segretario generale del Mandato britannico, commentò a questo modo l’esodo degli Arabi: «Gli Arabi (fuggono) come dei conigli e i loro elementi migliori sono stati improvvisamente chiamati per degli affari urgenti a Beirut o al Cairo, lasciandosi dietro gli ultimi dell’Esercito di Liberazione Arabo impegnati in operazioni di saccheggio e brigantaggio. Tale fu l'aiuto dei paesi arabi agli Arabi di Palestina». [cit. in Abitbol 226]
L’intellettuale palestinese Hisham Sharabi, che nel dicembre 1947 lasciò Giaffa per gli Stati Uniti, tre decenni dopo si chiese «come abbiamo potuto lasciare il nostro paese quando infuriava una guerra e gli Ebrei si preparavano a divorare la Palestina?». [cit. in Karsh 2010: 176]
L’Alto commissario britannico per la Palestina, Alan Cunningham, scrisse: «Il crollo del morale arabo in Palestina è in qualche misura dovuto alla crescente tendenza di coloro che dovrebbero guidarli a lasciare il paese. Ad esempio, a Jaffa il sindaco è andato in ferie per 4 giorni 12 giorni fa e non è tornato, e metà del Comitato Nazionale se n'è andato. Ad Haifa i membri arabi del comune se ne sono andati da tempo; i due leader dell'Esercito di Liberazione Arabo se ne sono andati durante la recente battaglia. Ora il magistrato capo arabo se n'è andato. In tutte le parti del paese la classe effendi sta evacuando in gran numero per un periodo considerevole e il ritmo non fa che aumentare» [cit. in Karsh 2010: 324 nota n. 39]
La diserzione delle élite ebbe un effetto rovinoso sulle classi medie e sui contadini. Ma molti Palestinesi vennero costretti ad abbandonare le loro case dai loro stessi leader e dalle forze arabe, sia per considerazioni militari sia per impedire loro di diventare cittadini dello Stato ebraico. Nell'esempio più importante e più noto di tale esodo forzato, diecine di migliaia di Arabi ricevettero l'ordine o furono costretti a lasciare la città di Haifa contro la loro volontà, nonostante i continui sforzi ebraici per convincerli a rimanere. Migliaia di Arabi a Tiberiade furono costretti ad andarsene dai loro stessi leader. A Giaffa, la più grande comunità araba della Palestina mandataria, il comune organizzò il trasferimento di migliaia di residenti via terra e via mare, mentre nella città di Beisan, nella valle del Giordano, le donne e i bambini ricevettero l'ordine di andar via mentre la Legione Araba si trincerava. E poi c'erano le decine di migliaia di abitanti dei villaggi rurali che furono costretti a lasciare le loro case per ordine dell'Alto Comitato Arabo, delle milizie arabe locali o degli eserciti degli stati arabi. [Karsh 2001]
Muhammad Nimr al-Khatib, un importante leader palestinese durante la guerra del 1948, riassunse la dispersione della sua nazione con queste parole: «I Palestinesi avevano stati arabi vicini che aprivano i loro confini e le loro porte ai rifugiati, mentre gli Ebrei non avevano altra alternativa che vincere o morire». [cit. in Karsh 2001]
2. Coesione, determinazione, organizzazione degli Ebrei in Palestina
Anche a causa di questa mancanza di alternative, ma non solo né principalmente, le scelte degli Ebrei e della loro leadership furono molto diverse; quando gli Inglesi, che poco o nulla facevano e avevano fatto per difendere gli Ebrei di Gerusalemme dagli attacchi arabi, suggerirono loro di evacuare la città, i dirigenti ebrei rifiutarono categoricamente, ordinarono anzi di non abbandonare neppure i kibbuzim più esposti come quelli intorno a Gerusalemme. [Abitbol: 212]
La scelta degli Ebrei in Palestina di combattere strenuamente, senza abbandonare postazioni e insediamenti anche a rischio, non derivava semplicemente dall’assenza di alternative di esodo, a disposizione invece degli Arabi palestinesi; era dovuta invece in larga parte al fatto che combattevano per un grande obbiettivo esistenziale: costruire uno stato degli Ebrei che avesse l’organizzazione e la forza di evitare per sempre il ripetersi di persecuzioni, pogrom e altre Shoah.
Lo Yishuv, la comunità ebraica in Palestina, era in una condizione di netta inferiorità rispetto al mondo arabo da diversi punti di vista, dalla demografia al territorio, alla posizione geostrategica fino alla ricchezza. Gli Arabi (musulmani e cristiani) erano circa 1.300.000 (67% della popolazione), gli Ebrei circa 600.000 (33%). Gli Ebrei – che non raggiungevano il tre per cento della popolazione di quegli stati arabi che avevano giurato di impedire con la forza la nascita di uno stato ebraico – si trovavano in una condizione di grave vulnerabilità sia agli attacchi isolati sia all'interruzione delle comunicazioni tra intere parti del paese, a causa della dispersione di molti villaggi in aree prevalentemente arabe e con gli Arabi che controllavano la maggior parte della regione collinare della Palestina e delle sue principali arterie stradali.
Inoltre, il fatto che Palestina confinasse con quattro stati arabi fortemente ostili – Libano e Siria a nord, Transgiordania a est e Egitto a sud-ovest – rendeva la comunità ebraica dipendente per la sua stessa esistenza dal trasporto navale e aereo. Ma il porto di Haifa, principale sbocco navale della Palestina, era controllato dagli Inglesi, mentre l'unico aeroporto civile del paese si trovava a breve distanza dalla città araba di Lydda.
Tutto ciò creava un'asimmetria cruciale tra lo Yishuv e i suoi nemici arabi. Mentre il primo non poteva permettersi una sola sconfitta strategica, poiché avrebbe portato inesorabilmente alla sua distruzione, il mondo arabo poteva assorbire successive battute d'arresto e rimanere ancora, nelle parole di Abd al-Rahman Azzam, segretario della Lega Araba, «pienamente fiducioso nel successo finale anche se ci vorranno alcuni anni. Sarebbe stata una guerra di logoramento, poiché le riserve di uomini da cui la parte araba poteva attingere erano inesauribili».
Questa prognosi era condivisa dalle agenzie di intelligence statunitensi. «Le forze ebraiche avranno inizialmente il vantaggio», secondo un rapporto pubblicato il giorno prima dell'approvazione della Risoluzione di Partizione. «Tuttavia, man mano che gli Arabi coordineranno gradualmente il loro sforzo bellico, gli Ebrei saranno costretti a ritirarsi da posizioni isolate e, essendo stati trascinati in una guerra di logoramento, saranno gradualmente sconfitti. A meno che non riescano a ottenere un aiuto esterno significativo in termini di personale e materiale, gli Ebrei non potranno resistere più di due anni».
Ciò che queste previsioni non prendevano in considerazione, tuttavia, era l'eccezionale resilienza dello Yishuv, una comunità nazionale fortemente coesa attorno allo scopo vitale di dotarsi di uno Stato e della forza necessaria per difenderlo. [Karsh 2002: 23-24]
Per conseguire questo obbiettivo avevano da tempo, e molto prima del 1948, posto le basi del futuro stato, dotandosi di Istituzioni rappresentative e di difesa come l’Agenzia Ebraica, che gestiva immigrazione, insediamenti agricoli, relazioni internazionali; la Knesset Yisrael, assemblea elettiva e rappresentativa delle comunità ebraiche in Palestina; l’Histadrut grande sindacato dei lavoratori ebrei cui era affidata la creazione e la gestione di imprese e cooperative industriali e agricole; l’Haganah e il Palmach, reparti armati di autodifesa, destinati a trasformarsi poi in Forze di Difesa Israeliane (IDF).
Gli Ebrei in Palestina avevano, inoltre, creato un sistema sanitario dotato di ospedali, servizi sociali e di assistenza agli immigrati. Cui si aggiungeva un sistema educativo ebraico dotato di scuole di diversi ordini e anche di una Università, l’Università di Gerusalemme creata nel 1925.
Nel 1948, dunque, non venne creato ma solo riconosciuto uno Stato le cui basi e i cui organismi rappresentativi e di difesa erano stati forgiati nei decenni precedenti. Nella guerra di indipendenza del 1948 gli Ebrei – contro Arabi palestinesi, giordani, egiziani, iracheni, siriani – difesero strenuamente ciò che rappresentava ormai l’obbiettivo raggiunto sebbene in pericolo del sionismo: dotare gli Ebrei di uno Stato in cui sentirsi in patria e al sicuro da aggressioni e oppressioni millenarie.
3. Le comunità arabo-palestinesi erano frammentate privi di istituzioni rappresentative ed elettive di tipo nazionale
Gli Arabi in Palestina non avevano istituzioni rappresentative ed elettive di tipo nazionale, il governo effettivo del territorio era affidato a famiglie e clan di notabili come gli Husseini e i Nashashibi e mancava un’amministrazione centrale stabile. Quelle arabe in Palestina erano un complesso di comunità prive di strutture centrali, comunità senza Stato, neppure in embrione.
Gli Arabi di Palestina, cui si aggiunsero Egiziani, Giordani, Siriani, Iracheni, tra il 1947 e il 1948 scatenarono aggressioni prima e una guerra poi con l’unico obbiettivo di impedire il riconoscimento dello Stato di Israele e di liquidare gli Ebrei. Mancava un obbiettivo “nazionale” ancorato alla difesa di una identità “palestinese” riconosciuta. L’obbiettivo della guerra del 1948, come anche delle successive scatenate contro Israele dagli Arabi, era di tipo eliminazionista e l’identità dei palestinesi si è successivamente creata e consolidata in negativo su obbiettivi di distruzione ed eliminazione, ciò che poi spiega la divisione delle élite palestinesi, l’assenza di strutture statuali, la dipendenza economica dagli aiuti dei paesi arabi e occidentali.
In conclusione, mentre gli Ebrei di Palestina combattevano e tuttora combattono per difendere uno Stato e suoi cittadini, i Palestinesi combattevano e combattono in primo luogo per distruggere l’uno ed eliminare gli altri.
4. Origini e storia della Nakba
Neppure la narrazione della Nakba è tutta palestinese. Il termine, infatti, e il contenuto iniziale furono messi a punto da Constantin Zureiq (1909-2000) nel libro Il significato della Nakba pubblicato nell’agosto del 1948. Zureiq, nato a Damasco da una famiglia greco-ortodossa, studiò in scuole religiose cristiane e in seguito al Syrian Protestant College, poi noto come American University of Beirut (AUB). Da lì si trasferì negli Stati Uniti, dove ottenne un dottorato di ricerca in storia araba a Princeton, prima di tornare all'AUB come professore di storia a tempo pieno.
Ne Il significato della Nakba è completamente assente qualsiasi preoccupazione per i rifugiati palestinesi o per il nazionalismo palestinese, i quali hanno contribuito a definire la Nakba solo molto più tardi. Questo per la semplice ragione che l'idea stessa di un'identità palestinese distinta era antitetica alla visione di Zureiq del nazionalismo arabo, il cui soggetto non era un singolo paese, ma il mondo arabo nel suo complesso dal Golfo Persico alle sponde del Mediterraneo, con esclusione dell’Egitto e dei paesi del Maghreb. La Nakba non era per Zureiq la catastrofe dei Palestinesi che avevano abbandonato le loro terre, ma la sconfitta dei paesi arabi ad opera di Israele. Gli Arabi dovevano cogliere l’occasione di quella sconfitta per modernizzarsi, unirsi e sconfiggere Israele.
La Nakba, prima che diventasse il mito fondante del nazionalismo palestinese, non era riferita né alla Palestina come a un territorio perduto, né ai Palestinesi come a una popolazione sfollata. Aveva come scopo nientemeno che la formazione dell'avanguardia della rivoluzione araba, il superamento della frammentazione del Medio Oriente, la costruzione di un unico stato panarabo, sola possibilità di contare sulla scena mondiale.
Nel 1967, le fantasie rivoluzionarie degli intellettuali arabi, i sogni utopici delle masse arabe e le promesse visionarie di leader arabi come Nasser svanirono; tutto ciò che rimaneva era la lotta contro Israele. In quell'anno gli Arabi dovettero subire un'altra umiliazione: la sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni, la quale accelerò la costituzione di una Nuova Sinistra araba e di un movimento identitario palestinese, piuttosto che panarabo.
Fu in questa epoca che vennero introdotte la maggior parte delle idee, degli slogan e dei simboli rivoluzionari del movimento palestinese poi ampiamente diffusi. Il dibattito e la riflessione sulla sconfitta del 1967 tra i Palestinesi, la firma degli Accordi di Oslo e la crescente influenza di Hamas e di altri gruppi islamisti portarono a una forte rinascita dell'interesse per la Nakba negli anni '90. Solo allora il termine assunse il significato oggi corrente, “sfollamento di massa ed espropriazione dei Palestinesi durante la guerra arabo-israeliana del 1948”. Questo era completamente diverso da ciò che Zureiq aveva in mente quando coniò il termine mezzo secolo prima: l'umiliante sconfitta dell'alleanza araba per mano degli Ebrei. La Nakba originaria era stata reinventata reiventata come palestinese. [Fonte di quest’ultima parte: Hussein Aboubakr]
Bibliografia
Michel Abitbol, Histoire d’Israel, Perrin, 2018.
Hussein Aboubakr, The Perennial Power of the Nakba, «Mosaic», sept. 2023.
Yoav Gelber, Palestine, 1948. War, Escape and the Emergence of the Palestinian Refugee Problem, Sussex Academic Press, Brighton • Portland, 2006.
Martin Gilbert, The Routledge Atlas of the Arab–Israeli conflict, Routledge, Abingdon 2012.
Efraim Karsh, Fabricating Israeli History. The ‘New Historians’, Second Revised Edition, Frank Cass, London • Portland (OR) 2000.
Efraim Karsh, The Palestinians and the “Right of Return”, «Commentary», May 2001.
Efraim Karsh, The Arab-Israeli Conflict. The Palestine War 1948, Osprey Publishing, Oxford 2002.
Efraim Karsh, Palestine Betrayed, Yale University Press, 2010.
Benny Morris, 1948. A History of the First Arab-Israeli War, Yale University Press, New Haven and London, 2008.
Anita Shapira, Israel. A History, Brandeis University Press, Waltham (Massachusetts) 2012.
David Tal, War in Palestine 1948. Strategy and Diplomacy, Routledge, London and New York 2004.
Shabtai Teveth, The Palestine Arab Refugee Problem and its Origins.




