(Primo di tre articoli dedicati alla storia della Polonia dal 1918 al 1989. Qui il secondo.)

1. La rinascita della Polonia indipendente

Austria, Prussia e Russia, tra il 1772 e il 1795, si erano spartite il territorio dell’antica Confederazione polacco-lituana, così durante la Grande guerra i Polacchi si ritrovarono a combattere e a combattersi negli eserciti dei tre imperi con un milione e novecentomila soldati, che, alla fine, dovevano contare un milione di vittime, tra cui 450.000 morti.

Il trattato di Brest-Litovsk del 3 marzo 1918 tra il governo bolscevico e gli Imperi Centrali, che sanzionava la resa e l’uscita dalla guerra della Russia, causò l’occupazione tedesca dei territori polacchi che erano stati dei Russi, ma la sconfitta degli Imperi Centrali a partire dall’estate del 1918, portò sul fronte orientale al disfacimento dell’esercito austro-ungarico, i cui soldati in tre settimane semplicemente abbandonarono il terreno delle operazioni per raggiungere, talvolta in modo disordinato e precipitoso, le proprie case nei paesi di origine: Boemia, Ungheria, Tirolo, Galizia. I Tedeschi restarono sul posto, ma senza ordini e prospettive veniva meno sia la compattezza dell’esercito che l’effettivo controllo territoriale; a Varsavia i soldati trasformarono i reparti in Soviet, sull’esempio che avevano visto realizzato dai Russi.

I Polacchi, quasi all’improvviso, in ogni caso impreparati, si ritrovarono liberi da occupanti stranieri, ma senza un governo e un esercito in grado di sostituire il governo e l’amministrazione dei poteri stranieri dissolti. Vi furono bensì dei tentativi di creare commissioni e governi provvisori, ma erano tutti privi di un riconoscimento diffuso e condiviso, per cui si cadde quasi in uno stato di anarchia. [Davies 2005: 288; Leslie:126]

Ma agli inizi di novembre 1918 accadde un fatto che avrebbe impresso alla storia polacca una nuova direzione: il 10 novembre arrivò a Varsavia il maresciallo Józef Piłsudski, che il giorno precedente era stato liberato dal nuovo governo socialdemocratico che si era formato a Berlino.

Durante la Prima guerra mondiale, Piłsudski aveva organizzato e comandato i reparti polacchi che combattevano a fianco degli Imperi centrali e sotto il comando centrale dell’Austria [Davies 2005: 282] contro la Russia, cercando comunque di ritagliarsi un ruolo autonomo che gli consentisse di difendere la causa dell’autonomia e dell’indipendenza della Polonia. Ma Piłsudski, che temeva una vittoria totale tedesca non meno di una russa, il 21 luglio 1917 si rifiutò di trasferire la sua fedeltà dall’Austria alla Germania e rispose a questo modo al governatore tedesco di Varsavia, von Besseler: «Eccellenza, immagina di guadagnare la fiducia della nazione appendendo insegne polacche a ciascuna delle dita della mano che sta strozzando la Polonia? I Polacchi conoscono la morsa prussiana per quello che è … Se io accettassi la sua proposta, la Germania guadagnerebbe un uomo, ma perderei una nazione» [cit. in Davies 2005: 284-285]. A seguito del rifiuto del giuramento al Kaiser, Piłsudski fu arrestato e imprigionato e i suoi soldati internati nei campi tedeschi.

Piłsudski fu accolto a Varsavia come un uomo il cui passato socialista poteva accreditarlo presso i lavoratori di sinistra, mentre il suo prestigio e le sue capacità militari lo mettevano in grado di affrontare il problema dei Tedeschi ancora a Varsavia. Piłsudski stesso che ora si considerava un leader nazionale piuttosto che di un partito, intendeva mantenersi neutrale nei conflitti di classe ed era quindi disposto ad accettare alleanze anche con i conservatori [Leslie: 127]. L’11 novembre, infatti, il Consiglio di Reggenza (un organismo creato da Berlino e Vienna il 12 settembre 1917 con poteri di nominare un governo con il pieno controllo degli affari educativi e giudiziari, nonché un organo legislativo parzialmente eletto) [Lukowski e Zawadski: 282] lo nominò Comandante in capo delle forze armate vedendo il lui il leader che poteva salvare la Polonia dal caos politico e sociale.

Il 14 novembre il Consiglio di Reggenza conferì a Piłsudski il titolo di Capo dello Stato e gli cedette tutte le sue funzioni. Cominciò così il tentativo, nelle parole di Lewis Namier (1888 -1960, storico britannico di origine ebraico-polacca), di «costruire la Polonia mentre Russia e Germania dormivano» [cit. in Davies 2005: 289].

Il principale avversario politico di Piłsudski, Roman Dmowski (1864 - 1939), contestò la legalità della nomina del Consiglio di Reggenza; in proposito lo storico britannico Norman Davies ha scritto: «In verità, la nomina di Piłsudski non era né “legale” né “illegale”. Era arrivato a Varsavia dalla prigione e dall’esilio senza sapere con precisione cosa avrebbe trovato. Come Lenin a Pietrogrado l’anno precedente, aveva “trovato il potere nella strada”. Mentre si chinava per raccoglierlo, la fenice polacca svolazzava dalle ceneri di guerra che giacevano ai suoi piedi» [Davies 2005: 289]

Piłsudski si adoperò subito per creare un nuovo governo di coalizione che comprendeva 6 socialisti, 5 membri dei partiti agrari, 2 appartenenti all’intellighenzia radicale, 2 senza partito. L’incarico di primo ministro fu affidato a Jędrzej Moraczewski, della destra galiziana, ma Piłsudski restava la figura centrale in quanto capo provvisorio della Stato, comandante delle forze armate e ministro della guerra. Compito urgente del nuovo governo era quello di preparare nuove elezioni politiche. [Leslie: 127]

Il partito comunista polacco rifiutò di riconoscere non solo il governo ma anche l’indipendenza della Polonia, per confidare invece nei consigli operai e, soprattutto, nell’imminente rivoluzione europea guidata dai Bolscevichi. [Lukowski e Zawadski: 286]

Polonia anni Venti

3. Polonia anni Venti.
(Fonte: Magocsi: 126)

Forse il problema più importante che Piłsudski aveva di fronte a sé era la questione dei confini, perché, se il crollo degli imperi di Austria, Prussia e Russia aveva reso possibile la ricostituzione di uno stato polacco indipendente – una repubblica, riconosciuta da Francia, Gran Bretagna e Italia nel febbraio 1919 –, i confini orientali e occidentali dovevano ancora essere definiti e accettati dalla comunità internazionale e dagli stati confinanti.

Il trattato di Versailles (28 giugno 1919) assegnò la Posnania e la maggior parte della Pomerania lungo la Bassa Vistola (Prussia occidentale) alla Polonia, dotandola a questo modo di un accesso diretto, anche se limitato, al Mar Baltico. Danzica, invece, porto naturale e storico della Polonia ma con una popolazione prevalentemente tedesca, divenne una Città Libera sotto la Società delle Nazioni e all’interno dell’area doganale polacca. Il futuro dell’Alta Slesia e della parte meridionale della Prussia orientale sarebbe stato deciso tramite plebisciti. [Lukowski e Zawadski: 288]

Quanto ai confini orientali e al destino delle regioni a prevalenza etnica ucraina e bielorussa nella Polonia riunificata e indipendente, le élite polacche erano divise tra due concezioni molto diverse. Dmowski e i Nazionaldemocratici chiedevano l’annessione totale della Lituania, della maggior parte della Bielorussia e dellUcraina occidentale, aree che ritenevano potessero essere effettivamente assorbite all’interno di uno stato polacco unitario e assimilate in termini di identità nazionale. Piłsudski era convinto che i Polacchi dovessero cogliere l’opportunità per costruire un’ampia federazione dell’Europa orientale, che comprendesse la Polonia etnica, gli stati baltici, la Bielorussia e l’Ucraina, una soluzione che avrebbe garantito la sicurezza della regione e un baluardo contro una Russia in ripresa. [Lukowski e Zawadski: 289]

Ma dovettero passare altri quattro anni prima che le frontiere a est e a ovest venissero definite, attraverso trattative diplomatiche, dispute e conflitti anche armati: contro la Germania per la Posnania nel 1918 e in Alta Slesia nel 1919-1921; contro gli Ucraini per Leopoli e la Galizia orientale nel 1918-1919; contro i Cechi per Cieszyn nel 1919-1920; contro i Lituani per Wilno nel 1918 e nel 1920; e la grande guerra contro la Russia sovietica nel 1919-21.

I Polacchi contro gli eserciti bolscevichi. Probabilmente, il conflitto più importante, e non solo per la Polonia, fu quello contro gli eserciti bolscevichi dal 1919 al 1921. I Polacchi, guidati dal maresciallo Piłsudski (che durante la precedente guerra aveva acquisito sul campo prestigio e ascendente sui militari), combattevano sia per difendere la recentissima indipendenza sia per riprendere il controllo di territori che ritenevano dover parte del nuovo stato; i bolscevichi di Lenin per riconquistare dei territori che avevano fatto parte dell’impero zarista e per portare la rivoluzione in Occidente, trasformando la Polonia nel ponte che avrebbe collegato lo stato comunista alla Germania, dalle cui risorse si stimava dipendessero le sorti della rivoluzione comunista in Europa.

Le battaglie decisive furono combattute tra il 1° e il 16 di agosto 1920, quando le armate di Tukhačevskyj, dopo aver conquistato Brest-Litovsk (Brześć), avanzarono a nord di Varsavia e interruppero le comunicazioni ferroviarie tra Varsavia e Danzica, mentre le armate di Budennyj avanzavano da sud. Il mancato coordinamento tra i due eserciti permise però ai Polacchi di scatenare una controffensiva che si concluse con le sconfitte degli eserciti sovietici a Komarów-Zamość e Leopoli e sul fiume Niemen.

I Polacchi e i Sovietici si incontrarono a Riga, nella Lettonia neutrale, per negoziare un accordo di pace e il 18 marzo 1921 fu firmato il Trattato di Riga che sanzionò la nuova frontiera polacca: la Polonia rinunciava alle sue pretese su circa la metà del territorio dell’ex Commonwealth polacco, ma vedeva confermata la sua sovranità sulle ex province russe di Wilno, Wołyń, Galizia orientale e parte della Polesia. [Kochanski, 20]

La vittoria dei Polacchi, sanzionata dal Trattato di Riga, significò da un lato lo sviluppo dell’indipendenza di recente conquistata, dall’altro il blocco (per altro solo temporaneo) dell’espansione sovietica verso ovest.

Fu solo nel marzo 1923, nella Conferenza degli ambasciatori a Parigi, che furono stabiliti i confini orientali della Polonia [Lukowski e Zawadski: 297], mentre quelli occidentali con la Germania rimasero sempre un problema irrisolto perché i Tedeschi non avevano riconosciuto la legittimità delle decisioni dei vincitori della Prima Guerra di privarla dei territori assegnati appunto alla Polonia.

Costruire uno stato e una società. Non si trattava solo di definire i confini e risolvere il contenzioso con Germania, Cecoslovacchia, Russia, Lituania perché il problema fondamentale e più urgente della Repubblica era rappresentato dall’integrazione: la popolazione, le istituzioni e le tradizioni delle precedenti partizioni dovevano essere integrate in una sola nuova entità.

Alla fine della guerra circolavano in Polonia almeno sei diverse valute e la situazione venne modificata solo nel 1924 con l’emissione del nuovo złoty polacco. Il sistema ferroviario era stato sviluppato per facilitare le comunicazioni tra le diverse aree della spartizione e le capitali di Russia, Germania e Austria; di conseguenza, i vagoni viaggiavano su differenti scartamenti ferroviari e neppure esisteva un collegamento diretto tra Varsavia – prima nell’area russa – e Poznań, a sole 170 miglia di distanza ma prima nell’area tedesca; né, soprattutto, erano collegati il centro del paese e il mare. Cinque regioni – Posnania, Slesia, Cieszyn, Galizia orientale e Lituania centrale (Wilno) – avevano amministrazioni separate. Nell’esercito i comandi utlizzavano quattro lingue.

Erano poi in uso quattro diversi codici legali: tedesco, russo, austriaco, oltre al codice napoleonico. Ogni paese aveva imposto alla Polonia il proprio sistema fiscale, con diversi gradi di tassazione diretta e indiretta: in gran parte indiretta quella russa, soprattutto diretta quella tedesca, sia diretta che indiretta quella austriaca. Anche l’industria e il commercio polacchi avevano operato a vantaggio delle potenze di spartizione, e ora che le economie tedesca e russa erano in rovina, la Polonia aveva bisogno di trovare nuovi sbocchi per il suo commercio. Il 70% della popolazione lavorava nell’agricoltura e la maggior parte viveva sulla soglia di povertà. Si stimava infatti che vi fosse un surplus di popolazione agricola di oltre 4.000.000 di contadini. C’era stato un periodo di rapida industrializzazione alla fine del diciannovesimo secolo con la crescita dell’industria tessile a Łódź e di un’industria metallurgica nel bacino di Dąbrowa, ma le risorse petrolifere e minerarie dei territori orientali, Kresy, non erano ancora state sfruttate appieno. La qualità dell’istruzione era disomogenea: la più bassa nelle aree un tempo russe e la più alta nelle aree prima tedesche. L’analfabetismo era ancora diffuso nelle ex regioni russe e austriache. [Davies: 298; Kochanski, 22-23; Leslie: 140]

Estremamente complesso era dunque il problema di creare uno stato a partire dalle secolari divisioni, costruire nuove strutture politiche e amministrative, unificare economie, sistemi monetari e legislativi diversi, strutture ferroviarie e di comunicazione ereditate dai tre imperi che la Prima guerra mondiale aveva dissolto, organizzare un esercito nazionale dai reparti che avevano combattuto alle dipendenze di tre diversi stati maggiori e dalle armate polacche che si erano costituite in Francia e in Russia.

Pluralismo etnico, linguistico, religioso. E tutto questo in territori la cui popolazione era attraversata da profonde divisioni etniche, culturali, linguistiche, religiose.

La nuova repubblica polacca aveva nel 1921 una popolazione di 27 milioni di abitanti, un terzo dei quali di etnia non polacca: 4 milioni di Ucraini a sud-est; 1,5 milioni di Bielorussi a nord-est; 1 milione di Tedeschi a ovest; 2,2 milioni di Ebrei sparsi su tutto il territorio, quattro quinti dei quali avevano il yiddish come lingua madre. [Lukowski e Zawadski: 297-99]

Secondo i criteri linguistici del censimento del 1931, i Polacchi costituivano solo il 68,9 per cento della popolazione totale. Gli Ucraini con il 13,9 per cento, gli Ebrei di lingua yiddish con l’8,7 per cento, i Bielorussi con il 3,1 per cento e i Tedeschi con il 2,3 per cento, costituivano quasi un terzo del totale. [Davies 2005: 299]

Secondo i dati riportati da Kochanski, il censimento del 1931 indicava che su una popolazione totale di 31.915.900, in Polonia si contavano: 22.102.723 di Polacchi, 4.441.000 di Ucraini, 2.822.501 di Ebrei, 989.900 Bielorussi, 741.000 Tedeschi e 707.100 “locali” (abitanti con un debole senso di identità nazionale, per la maggior parte contadini bielorussi). [Kochanski, 27]

I fedeli romano-cattolici formavano il 62-64% della popolazione, seguiti da un 12% di cattolici di rito greco, un 11% di ortodossi, un 10% di Ebrei e un 3-4% di protestanti (soprattutto evangelico-luterani). [Bottoni: 42]

L’indipendenza conquistata di recente, il problema dei confini, la presenza di minoranze etniche così consistenti si rivelarono ben presto come occasioni, pretesti o ragioni che alimentarono il nazionalismo dei Polacchi e di tutti i maggiori partiti per i quali l’unità nazionale diventò il bene supremo.

In tale contesto restava davvero poco spazio per la difesa dei diritti delle minoranze, le cui aspirazioni vennero considerate come incompatibili con la difesa dello stato polacco. Nelle regioni in cui gli Ucraini costituivano la maggioranza della popolazione si sviluppò un movimento separatista che, datosi una struttura clandestina e militare, non esitò a ricorrere al terrorismo e agli assassini, cui il governo polacco rispose con una brutale repressione, la costruzione di campi di internamento, la chiusura di scuole ucraine, la dislocazione di coloni militari nelle aree di frontiera.

«Il movimento nazionale ucraino, represso in Polonia e inorridito dalle storie di collettivizzazione forzata e fame di massa oltre il confine in URSS, guardava sempre più alla Germania per conforto e sostegno». [Davies 2005: 302]

Gli Ebrei. Gli Ebrei dovettero affrontare altre e simili difficoltà: crisi economica, crescita demografica, crescente discriminazione razziale. Allo stesso tempo, durante i vent’anni della seconda Repubblica (1918-1939), molte sfere della vita ebraica in Polonia conobbero un ultimo breve periodo di relativo benessere. Scuole ebraiche, sia primarie che secondarie, educarono un’intera nuova generazione di giovani, gareggiando sia tra loro che con le scuole statali polacche. La stampa ebraica fiorì sia in polacco sia in yiddish. Il teatro ebraico, specialmente a Varsavia e Wilno, raggiunse il culmine del successo. I cineasti ebrei produssero partiture di film in yiddish.

Politici ebrei dalle convinzioni più variegate operarono liberamente, sia nell’ambito comunale che in quello parlamentare, fino a raggiungere i 35 rappresentanti nel Sejm del 1922. Negli anni ‘30 l’ascesa dei partiti conservatori fu superata dai sionisti, la cui influenza, tuttavia, si frammentava in almeno sette gruppi principali. Gli Ebrei avevano posti di rilievo sia nel Partito socialista che nel Partito comunista.

Organizzazioni sociali ebraiche proliferarono in tutte le aree: ospedali e orfanotrofi, società sportive, società musicali, associazioni assicurative e cooperative. La vita della classe media ebraica, in particolare, si svolgeva in un clima di fiducia e benessere. Nel 1919, Roza Pomerantz-Meltzer, una sionista, ottenne l’onore di essere la prima donna deputata della Polonia. Nel 1938, Lazar Rundsztejn, un peso mosca ebreo, vinse la sua classe nel campionato nazionale di boxe. Non tutto andava bene, ma neppure si trattava di un quadro solo in nero. [Davies 2005: 302-303]

Altri studiosi hanno ricostruito la situazione degli Ebrei nella Polonia tra le due guerre in modo molto più critico e pessimistico [Polonsky 2012: 56-59]. Secondo questi studiosi la Polonia era un paese profondamente antisemita, nel quale, durante gli anni ‘20 e ‘30, la comunità ebraica subì un costante declino a causa degli attacchi che le muovevano sia il regime sia la società. Secondo Celia Heller (autrice del libro dal titolo significativo On the Edge of Destruction: Jews in Poland Between the Two World Wars), il periodo tra le due guerre mondiali è stato una prova generale dell’Olocausto. Le azioni dei Polacchi fino al 1939 avevano spinto gli Ebrei “sull’orlo della distruzione” e ai Nazisti restava solo da completare ciò che i Polacchi avevano iniziato.

Davies, in disaccordo con questa prospettiva critica, ritiene che spesso la condizione dell’ebraismo polacco tra le due guerre viene considerata fuori dal contesto, per cui, mentre è vero che la situazione degli Ebrei subì un progressivo deterioramento, è anche vero che bisognerebbe però connetterla sia al sottosviluppo della Polonia tutta sia all’esplosione demografica delle comunità ebraiche (dai 2 milioni e 700mila del 1931 ai 3 milioni e 350mila del 1939) [Davies: 190-194]. Anche secondo lo storico americano Joseph Marcus il problema vero era la povertà della Polonia e l’incremento demografico degli Ebrei: «Gli Ebrei in Polonia erano poveri perché vivevano in un paese povero e sottosviluppato. La loro povertà solo marginalmente venne aggravata dalla discriminazione» [cit. in Polonsky 2012: 57]. E Davies così conclude: «La distruzione degli Ebrei polacchi durante la seconda guerra mondiale, quindi, non era in alcun modo collegata alle loro precedenti tribolazioni. La “soluzione finale” dei nazisti differiva da altre forme di disumanità non solo per grado, ma anche per natura. Non era un semplice pogrom su larga scala; è stato un calcolato genocidio eseguito con la piena responsabilità dello stato tedesco, un omicidio di massa commesso in totale conformità con i dettami dell’ideologia unica e aliena dei nazisti». [Davies: 193]

La lotta politica. La ricerca di soluzioni estreme e radicali caratterizzava tutti i maggiori partiti; d’altra parte, da una società nella quale i due terzi della popolazione dipendevano da un’agricoltura di sussistenza e un terzo apparteneva a minoranze oscillanti tra autonomia e indipendentismo, non era realistico aspettarsi la moderazione e il tranquillo gradualismo che poteva caratterizzare alcuni settori delle vecchie e prospere democrazie occidentali.

Negli anni Trenta crebbero le tensioni tra lo Stato e le masse da un lato e tra la maggioranza polacca dominante e le minoranze che soffrivano di diversi gradi di subordinazione.

A gennaio 1919 si tennero le prime elezioni a suffragio universale e rappresentanza proporzionale, che assegnarono poco più di un terzo dei voti ai Nazional Democratici, il 30% ai partiti di centro e un altro 30% alla sinistra; si autoesclusero i comunisti che si erano battuti per il boicottaggio, in linea con il rifiuto dell’indipendenza e in attesa dell’imminente rivoluzione bolscevica universale [Lukowski e Zawadski: 286-287].

Nel marzo 1921, la Polonia adottò una nuova costituzione basata su quella della Terza Repubblica francese. Il parlamento polacco era diviso in due camere: il Sejm, eletto con rappresentanza proporzionale da tutti i cittadini di età superiore ai 21 anni, e il Senato, eletto da cittadini di età superiore ai 30 anni. Il presidente restava in carica per sette anni e non aveva potere di veto sulle leggi. Poteva emanare decreti ma solo se controfirmati dal presidente del Consiglio e dal ministro nel cui ambito di competenza ricadeva l’oggetto del decreto. Il paese era diviso in diciassette province o voivodati suddivisi in distretti. La magistratura era indipendente e la costituzione garantiva la libertà di parola, di coscienza, di credo, di riunione e di stampa. [Kochanski, 23]

Si trattava di una costituzione che, limitando i poteri del presidente, mirava a impedire che il maresciallo Piłsudski, carismatico leader dell’indipendenza e della vittoriosa guerra contro la Russia di Lenin e di Stalin del 1920, assumesse un ruolo istituzionale preminente.

I partiti erano numerosi (nel 1925 vi erano 92 partiti, 32 dei quali erano rappresentati nel Sejm [Kochanski, 23]), ma i più forti e rappresentativi erano i Nazional Democratici, movimento di destra, cattolico e antisemita; i Socialisti e il partito contadino PIAST (che prendeva il nome da una dinastia polacca, il cui primo esponente, secondo la leggenda, era un contadino), anche questo di destra. Piłsudski, pur non essendo a capo di un partito organizzato, poteva contare sui militari e su un consistente seguito popolare.

Ma tutti, cittadini e partiti, avevano a che fare con una congiuntura economica molto difficile. Le devastazioni della guerra, il costo delle operazioni militari del 1918-21, la povertà, l’inflazione, costrinsero il paese a uno sforzo immenso. Il governo ricorse alla soluzione illusoria di stampare moneta, la cui quantità in circolazione salì da 1.024 miliardi di marchi polacchi nel 1918 a 793.437 miliardi nel 1922. Un contesto nel quale nessuno sembrava volere o poteva sopportare dei sacrifici. I socialisti non erano disposti a sacrificare i lavoratori urbani. I partiti contadini si opposero al congelamento dei prezzi agricoli. La destra non accettava di sacrificare gli interessi dell’industria. [Polonsky: 148]

Anche la congiuntura internazionale sembrava volgere al peggio con nuove minacce per il giovane stato polacco. Le basi della sicurezza della Polonia apparivano infatti seriamente incrinate dal cosiddetto Patto Renano stipulato nell’ambito degli Accordi di Locarno del 1925 tra Germania, Francia, Belgio, Gran Bretagna e Italia, che sembrava garantire le frontiere occidentali della Germania, mentre lasciava che quelle orientali apparissero come oggetto di ancora possibili rivendicazioni, magari a spese della Polonia e con la benedizione delle potenze occidentali. D’altra parte, proprio nel 1925 il segretario agli Affari esteri britannico Austen Chamberlain chiarì che nessun governo britannico avrebbe mai potuto rischiare le ossa di un granatiere britannico per Danzica. L’atmosfera di pericolo veniva inoltre acuita dal trattato di neutralità sovietico-tedesco dell’aprile 1926, percepito come esplicitamente diretto contro la Polonia. [Polonsky: 158; Kochanski: 36]

2. Il regime autoritario di Jozef Piłsudski

Il sistema istituzionale e politico inquadrato nella costituzione del 1921 doveva fare i conti, oltre che con una situazione economica difficile e una congiuntura internazionale minacciosa, con le assai diverse tradizioni di lotta politica che si erano stabilite durante i lunghi anni della spartizione fra tre diversi imperi; nelle aree amministrate sotto il regime semi-costituzionale di Austria e Germania si erano sviluppate tradizioni rivendicative mirate al conseguimento di riforme parziali, mentre nelle aree che erano state amministrate dal regime autocratico dei Russi le tradizioni erano segnate da pratiche cospirative e da progetti insurrezionali. [Polonsky: 147]

A queste diverse tradizioni si aggiungeva la grande frammentazione della vita politica; nel 1925, come già si è visto, erano registrati in Polonia non meno di 92 partiti, 32 dei quali rappresentati nel Sejm e titolari di un ampio margine di intervento in un organismo (Sejm) dotato di forti poteri di controllo (tant’è che venne coniato il termine Sejmocrazia di fronte a un esecutivo e a un presidente decisamente più deboli e meno caratterizzati.

Si determinò così una situazione di instabilità politica, 14 governi dal 1918 al 1926 [Kozon: 7; Leslie: 147], aggravata dal fatto che nella nuova Polonia – a differenza della Francia, che poteva contare su una forte e professionale burocrazia statale, le cui funzioni e la cui continuità non erano intaccate dai cambiamenti di governo – i quadri della burocrazia pubblica, designati sulla base dell’appartenenza politica, cambiavano altrettanto spesso dei governi. [Cienciala Lect. 14: 4]

La fiducia nel sistema parlamentare veniva inoltre incrinata dalla corruzione nella vita pubblica, ereditata in parte dalla Russia e dall’Austria e in parte conseguenza dell’immaturità politica. La povertà e l’ignoranza (ancora nel 1931, dopo dodici anni di scuola dell’obbligo, solo il 70 per cento della popolazione sapeva leggere e scrivere) accrescevano l’influenza della demagogia. [Polonsky: 148]

Il 16 dicembre 1922, Gabriel Narutowicz, primo presidente della Repubblica eletto e amico di Piłsudski fu ucciso dal giovane Nazional Democratico Eligiusz Niewiadomski ad appena due giorni dall’insediamento. I ND, che ritenevano di aver vinto le elezioni del 1922 e che non riconoscevano Narutowicz come presidente “polacco”, perché era stato eletto con i voti delle minoranze e degli Ebrei, avevano scatenato violente manifestazioni di piazza scandite da slogan antisemiti e da inviti alla folla di Varsavia a imbrattare col fango la sua carrozza durante il tragitto verso il parlamento per la cerimonia di insediamento. [Cienciala Lec. 14: 4]

L’assassinio di Narutowicz sconvolse Piłsudski e accentuò in lui il disprezzo per quel sistema di partiti e per la democrazia parlamentare che considerava la causa della debolezza della Polonia. Nel 1923 venne creato un governo di coalizione tra ND e partito Piast, il quale, tra l’altro, prese ad affidare ruoli di comando nell’esercito in base a criteri politici. A quel punto Piłsudski rinunciò a tutti gli incarichi per ritirarsi dalla vita politica; volle anche distribuire la sua pensione di maresciallo ad organizzazioni caritatevoli per vivere dei soli proventi della sua attività di scrittore e conferenziere.

Nel 1926 il primo ministro Wincenty Witos (1874-1945), il leader del partito Piast minacciò di creare una dittatura di destra con i ND, mentre il leader di questi ultimi, Roman Dmowski, si diceva favorevole ad un regime del tipo instaurato in Italia da Mussolini. [Cienciala Lec. 14: 5]

Piłsudski, che aveva l’appoggio delle sinistre, comunisti compresi, tra il 12 e il 14 maggio 1926, alla testa di reparti fedeli, costrinse alle dimissioni il presidente in carica Wojciechowski e il primo ministro Witos; non assunse però direttamente i poteri istituzionali, preferendo operare per mezzo di uomini a lui devoti, anche se manteneva il controllo dell’esercito come ministro della Guerra e Ispettore generale delle Forze armate. Il suo proposito era quello di dare inizio a un processo di risanamento del corpo politico, Sanacja, e «salvare il paese da quella che vedeva come una spregevole razza di politici corrotti e litigiosi». [Lukowski e Zawadski: 307]

La Sanacja metteva l’accento sulla disciplina, la lotta alla corruzione, la lealtà nei confronti dello stato ed ebbe l’appoggio della sinistra, degli industriali, di larghi settori della popolazione, incluse diverse organizzazioni ebraiche. [Lukowski e Zawadski: 307-308]

Il regime di Piłsudski si rafforzò con il miglioramento dell’economia tra il 1926 e il 1929, in concomitanza anche con l’estensione dell’istruzione di base e della sicurezza sociale e il fiorire della vita culturale. Ma il sovrappopolamento delle campagne continuò ad alimentare una cospicua emigrazione verso la Francia e verso le Americhe, mentre le possibilità di intervento pubblico erano, infine, limitate da un bilancio dello stato che destinava nel 1929 il 35% della spesa alle forze armate. [Lukowski e Zawadski: 310]

Formalmente la Polonia rimase un sistema politico multipartitico, ma nell’agosto 1926 la costituzione fu modificata al fine di assegnare più ampi poteri al presidente, che così poteva sciogliere il parlamento, governare tramite decreti, decidere sul bilancio dello stato. [Lukowski e Zawadski: 308]

Piłsudski escogitò tutta una serie di provvedimenti per ridurre l’autonomia del parlamento, nominando, ad esempio, a cariche importanti uomini di sua fiducia, uno dei quali, Walery Slawek, dichiarò pubblicamente che «era meglio rompere le ossa di qualche deputato piuttosto che portare le mitragliatrici in strada». [cit. in Lukowski e Zawadski: 312]

I partiti di centro e di sinistra, favoriti anche dalla crisi indotta dalla Grande Depressione che stava ponendo fine ad un periodo di espansione, tentarono di organizzare delle manifestazioni di massa contro il regime. Ma il 25 agosto 1930 Piłsudski assunse direttamente il potere, annunciò nuove elezioni per il novembre successivo, e nella notte fra il 9 e 10 settembre fece arrestare e imprigionare nella fortezza di Brzesc (Brest-Litovsk) i leader dell’opposizione insieme con migliaia di loro sostenitori. Nel 1934 fu allestito anche un campo di internamento a Bereza Kartuska, dove furono rinchiusi circa 5000 comunisti, estremisti di destra, nazionalisti ucraini. [Lukowski e Zawadski: 312; Polonsky: 180]

Il governo divenne sempre più autoritario. Dal marzo 1932 al governo furono attribuiti ampi poteri legislativi, che utilizzò appieno. Furono anche approvate leggi che limitavano il diritto di sciopero dei ferrovieri e la libertà di riunione. La censura della stampa fu intensificata. Inoltre, il governo agì per rimuovere i suoi oppositori nelle università, licenziare una cinquantina di professori universitari, ridurre l’autonomia delle università (marzo 1932). [Polonsky: 177]

Nel 1935 entrò in vigore una nuova costituzione che riduceva i poteri del parlamento mentre aumentava quelli del presidente (che ora sarebbe stato eletto da un ristretto collegio elettorale); una successiva legge aboliva la rappresentanza proporzionale e quasi dimezzava il numero dei deputati; il Senato cessava di essere eletto con voto universale e diretto. [Lukowski e Zawadski: 317]

Comunque, vaste aree della vita nazionale rimasero al di fuori del controllo diretto del regime: partiti politici di opposizione, diversi sindacati, molte organizzazioni sociali, culturali e sportive dal movimento cooperativo agli scout, gran parte dell’economia e della stampa (sebbene soggetta a una censura limitata), nonché le numerose confessioni religiose con le loro associazioni caritative. Insomma, «nell’essenziale, la Polonia rimase una società pluralistica» e la Sanacja, piuttosto che un regime di tipo fascista, dovrebbe essere considerata un sistema di governo autoritario. [Lukowski e Zawadski: 313-314]

3. Dopo Piłsudski

I confini e la sicurezza restavano l’assillo principale di Piłsudski, come di tutti i Polacchi. Il Maresciallo non si faceva illusioni sulla reale volontà di Germania e Urss di rispettare le decisioni di Versailles e degli accordi che ne seguirono, neppure dopo la firma dei patti di non aggressione della Polonia con l’Urss nel 1932 e con la Germania nel 1934, tant’è che si diceva convinto che con tali accordi la Polonia aveva al massimo guadagnato quattro anni di respiro. Ciò nonostante incoraggiò fino all’ultimo il suo ministro degli Esteri, il colonello Józef Beck, a insistere nel perseguire una politica di equidistanza e di equilibrio tra Germania e Urss. [Lukowski e Zawadski: 316]

Piłsudski, la cui salute era peggiorata dalla fine del 1934, morì il 12 maggio 1935. Il regime doveva far fronte nel paese a una crescente opposizione, ma il suo capo manteneva la fama e il prestigio di uomo onesto e lungimirante e la sua assenza era destinata a complicare ulteriormente una situazione già difficile per cause interne e internazionali.

Le difficoltà furono aggravate dal fatto che, morto Piłsudski, il gruppo dirigente che, attorno al Maresciallo, aveva dato luogo alla Sanacja, oltre a restare senza un leader della sua statura, si divise in due fazioni che si contendevano il potere. Un accordo di compromesso fu necessario perché oltre ai problemi di carattere internazionale bisognava dare urgenti risposte agli operai e ai contadini che nel 1936 e 1937 avevano proclamato numerosi scioperi contro la politica del governo.

Si erano nel frattempo rafforzate le richieste e le lotte delle minoranze nazionali, che contribuirono a rafforzare nei Polacchi l’idea che costituissero una minaccia permanente. Gli Ucraini, anche attraverso i loro partiti moderati e la Chiesa cattolica di rito greco (Uniati), rivendicavano una maggiore autonomia e il rispetto della loro cultura e della loro lingua, mentre gruppi di nazionalisti si organizzavano in formazioni paramilitari che chiedevano l’indipendenza, soprattutto dopo che gli orrori delle stragi staliniane dei Polacchi in Urss avevano fatto perdere ogni attrattiva al modello sovietico.

La situazione degli Ebrei si era fatta più pesante con l’intensificarsi dell’antisemitismo delle forze nazionaliste che organizzavano manifestazioni antiebraiche nelle università e invitavano a boicottare i negozi degli Ebrei, mentre il governo favoriva l’emigrazione in Palestina dove finanziava e addestrava gruppi di sionisti. La storica polacco-americana Anna M. Cienciala ha fatto però notare che «in Polonia non è mai stata approvata alcuna legislazione antiebraica, a parte il divieto del rituale della macellazione». [Cienciala Lect. 14: 7]

Il diffondersi nella minoranza tedesca dell’influenza nazista accresceva da un lato le tensioni nazionaliste, dall’altro i timori degli Ebrei.

Si manteneva alta la tensione con la Lituania, che continuava a reclamare il diritto di avere Vilnius/Wilno come propria capitale e per questo rifiutava di stabilire normali relazioni diplomatiche con la Polonia.

Gli accordi di Monaco del 1938, che costrinsero la Cecoslovacchia a cedere i Sudeti a Hitler, indussero la Polonia ad approfittare dell’occasione per occupare con la forza Cieszyn, in territorio cecoslovacco ma abitata da una maggioranza di Polacchi. Dalla crisi di Monaco la Polonia uscì indebolita e danneggiata nella reputazione; la storica britannica Halik Kochanski ha scritto: «Il comportamento di Beck [ministro degli Esteri polacco] nella crisi ceca portò al disonore. Nel peggiore dei casi, la Polonia venne vista come un collaboratore dei Tedeschi nello smembramento della Cecoslovacchia, nel migliore dei casi come una potenza opportunista». [Kochanski: 40]

Nonostante queste difficoltà, dal 1918 era andato avanti il processo di costruzione statale e di unificazione economica, amministrativa e giuridica che aveva accompagnato la crescita di una generazione per la quale l’indipendenza nazionale era diventata insieme una norma e un valore. [Lukowski e Zawadski: 319-321]

Ma tale processo, che includeva l’indipendenza, era iniziato alla fine di una guerra che aveva distrutto gli imperi che stringevano la Polonia da est e da ovest, lasciando per due decenni gli stati che ne erano sorti, Germania e Urss, occupati a ricostruire la propria forza e a progettare la riconquista dei territori persi in seguito alla sconfitta del 1918. Tale riconquista implicava la rimessa in discussione del Trattato di Versailles e dunque dell’esistenza stessa della Polonia.

Germania e Urss, alla fine degli anni Trenta, di nuovo forti e temibili stati, oltre che intenzionati a rimettere in discussione Versailles, erano anche sostenuti da ideologie che giustificavano i loro progetti di espansione territoriale, la Germania per conquistare lo spazio vitale per la razza tedesca, l’Urss per espandere quello che considerava il primo nucleo del comunismo.

E fu nella morsa di queste due potenze che ebbero fine i venti anni della Polonia indipendente: con il patto Ribbentrop-Molotov Hitler e Stalin posero le basi dell’invasione tedesca il 1° settembre e di quella sovietica il 17 settembre 1939. La Polonia era stata di nuovo smembrata dagli antichi nemici, Germania e Urss, ed era iniziata la seconda Guerra mondiale.

4. Vent’anni di indipendenza riconsiderati

La storia dei venti anni della Polonia indipendente dal 1918 al 1939 è stata riassunta e valutata dagli storici da prospettive differenti e con risultati piuttosto diversi.

A giudizio di Antony Polonsky, storico sudafricano di origine ebraica, a Pilsudski e ai suoi successori deve essere attribuita la responsabilità di una politica estera che ha scambiato per fatti le invenzioni della loro immaginazione: la Polonia non era né una grande potenza, né un paese prospero, per cui la scelta di puntare solo sulle proprie forze piuttosto che su un sistema di sicurezza collettivo ha pesantemente condizionato la risposta all’aggressione tedesca. Inoltre, ci furono errori importanti nell’affrontare i problemi dell’economia, delle minoranze e persino dei normali diritti civili.

«Tuttavia – sempre secondo Polonsky – non tutto è stato un fallimento. Il gusto dell’indipendenza e dei suoi problemi ha dato ai Polacchi un nuovo senso di nazionalità. La vita culturale era sbocciata nella nuova repubblica, era stato istituito un imponente sistema educativo e alcuni successi erano stati ottenuti anche in campo economico, soprattutto nella costruzione di Gdynia. L’indipendenza aveva portato una coscienza politica molto più ampia e aveva stimolato la responsabilità collettiva. La guerra del 1939-45 differiva dal conflitto del 1914-18. I Polacchi sapevano che stavano combattendo non tanto per l’indipendenza quanto per l’esistenza. Sapevano anche di avere la capacità di vivere insieme come comunità politica». [Polonsky: 207]

Lo storico britannico Norman Davies ha riconsiderato a questo modo difficoltà, risultati e fallimenti della Polonia tra il 1918 e il 1939: «Alla fine degli anni ’30, la radicalizzazione delle masse polacche era già a buon punto. Se la Seconda Repubblica non fosse stata brutalmente assassinata nel 1939 da agenti esterni, non c’è dubbio che presto si sarebbe ammalata per cause interne. Bisogna però mantenere questi fallimenti in proporzione. È essenziale rendersi conto dell’enormità dei problemi e giudicare la Polonia nel contesto dell’Europa contemporanea. Se c’erano difficoltà e ingiustizie in Polonia, non c’erano né la fame di massa o le uccisioni di massa come in Russia, nessun ricorso ai metodi bestiali del fascismo o dello stalinismo. Ad esempio, confrontare i rigori del campo di internamento polacco di Bereza Kartuska (dove si pensa siano morte diciassette persone) con le purghe staliniane che ne uccisero decine di milioni, o suggerire che i disagi degli ebrei sotto il dominio polacco avevano un qualche rapporto con gli orrori di Auschwitz, è assurdo. È ovviamente vero che la politica estera polacca sotto il colonnello Beck non ha salvato la Repubblica. Ma è dubbio che qualsiasi cosa il governo polacco avesse fatto, avrebbe poi fatto molta differenza. Le condizioni di vita nella Polonia tra le due guerre erano spesso molto dure; ma non avrebbero potuto essere migliorate ricorrendo ai vicini della Polonia. […] La Seconda Repubblica era infatti destinata alla distruzione. Ma se nel 1945 era inimmaginabile che l’ordine europeo potesse essere ricostituito senza uno stato polacco, questo fatto era in gran parte dovuto alle conquiste della Seconda Repubblica in quei due decenni unici di autentica indipendenza tra la prima grande guerra e la seconda». [Davies 2005: 315-16, 321]

Bibliografia

Stefano Bottoni, Un altro Novecento. L’Europa orientale dal 1919 a oggi, Carocci, Roma 2011.

Anna M. Cienciala, The rebirth of Poland, 2002.

Anna M. Cienciala, Nationalism and Communism in East Central Europe ,2011.

Norman Davies, God’s Playground A History of Poland, Vol. 2, 1795 to the Present, Columbia University Press, New York 2005.

Halik Kochanski, The Eagle Unbowed. Poland and the Poles in the Second World War, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 2012.

Martin John Kozon, Sanacja’s Foreign Policy and the Second Polish Republic, 1926-1935, University of Wisconsin-Milwaukee, 2015.

Robert Frank Leslie (editor), Antony Polonsky, Jan M. Ciechanowski, Z. A. Pelczynski, The History of Poland since 1863, Cambridge University Press, Cambridge 1981.

Jerzy Lukowski e Hubert Zawadzki, A Concise History of Poland,Cambridge University Press, Cambridge 2019.

Paul Robert Magocsi, Historical Atlas of Central Europe, University of Toronto Press, Toronto Buffalo London 2019.

Antony Polonsky, The Jews in Poland and Russia, volume III 1914 to 2008, The Littman Library of Jewish Civilization, Oxford · Portland, Oregon 2012.