di Vincenzo Medde

Pietro Soddu, Sardegna. Il tempo non aspetta tempo. Dialogo tra un Autonomista, un Federalista e un Sovranista, Edes, Sassari 2014.

La borsa valori di New York

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Le sorti del popolo sardo non sono più, se non in minima parte, nelle sue mani, così come non lo sono le sorti di nessun popolo, neanche dei più grandi e dei più potenti […] perché le forze della globalizzazione operano al di fuori di tutti i confini, al di sopra di tutte le leggi, al di là di ogni controllo, operano senza vincoli e senza obblighi. (pp. 14-15)

Questa perentoria dichiarazione, giusto all’inizio del dialogo, sembrerebbe chiudere ogni prospettiva di intervento politico dei Sardi, considerato che le stanze dei bottoni non sono in Sardegna e che i pulsanti non sono sotto le dita degli Isolani.

Nel Dialogo, un Autonomista, un Federalista, un Sovranista si confrontano sulle prospettive politico-istituzionali della Sardegna all’inizio del secondo millennio. I tre dialoganti sono figure politiche e intellettuali animate da Pietro Soddu, uomo politico di spicco nell’Isola, di area cattolica e democristiana, più volte Presidente della Regione tra il 1972 e il 1980.

Le idee del Federalista

Il quadro della situazione locale e mondiale ricostruito dal Federalista può essere così sommariamente schizzato. Le forze della globalizzazione hanno sede e operano al di fuori dei confini nazionali, al di sopra delle leggi nazionali, al di fuori di ogni controllo governativo; non hanno vincoli né obblighi. La prospettiva del Novecento, incentrata sulla forza e il dinamismo dello Stato-nazione è completamente cambiata; oggi l’indipendenza nazionale – una patria, uno stato, una nazione, una lingua – non solo è una prospettiva obsoleta (mito svuotato della sua antica forza liberatrice), ma anche regressiva, se lo Stato nazionale è molto piccolo, perché avrà difficoltà anche solo a fornire ai suoi cittadini i servizi essenziali nei campi della sanità, dell’istruzione, della sicurezza sociale.

Dunque, la battaglia per l’indipendenza della Sardegna è in ritardo sui tempi, anacronistica, pericolosa nei suoi esiti, i quali, se raggiunti, comporterebbero un impoverimento materiale dei Sardi e un restringimento dei diritti, ora comunque assicurati, nei campi della scuola, della sanità, della sicurezza sociale, i quali necessitano, per essere reali, di risorse delle quali la Sardegna da sola non dispone né potrebbe disporre.

L’indipendenza, inoltre, potrebbe comportare anche un peggioramento della qualità della legislazione, dei principi costituzionali, dei codici civile e penale. Infatti, non potendo vivere senza leggi e non avendo la possibilità di elaborare subito un sistema alternativo, dovremmo adottare l’intera legislazione italiana in campo costituzionale, penale, civile, commerciale, in sostanza in tutti i campi, senza eccezione alcuna. Quale sarebbe allora il vantaggio dell’indipendenza? Quale risultato pratico ci garantirebbe il sovranismo? (p. 57)

In realtà sono i Sardi stessi a non volere l’indipendenza, sia perché sono consapevoli dei rischi, sia perché in Sardegna non c’è una nazione, né vi è alcuna coscienza nazionale (né mai vi è stata), né vi sono miti fondativi, o poeti, o profeti, o grandi libri, o grandi codici che tale coscienza abbiano appunto fondato e alimentato. La vita sociale e politica in Sardegna ha una matrice tribale e non nazionale-statuale e quella che viene chiamata “coscienza nazionale” è solo una forma di “coscienza infelice”, un grido di dolore e non un positivo e propositivo atteggiamento capace di fondare uno stato e delle istituzioni. (pp. 20-21, 73)

Che fare dunque, secondo il Federalista? Innanzitutto, partire dalla consapevolezza che una semplice riforma istituzionale, qualsiasi direzione questa prenda, sarebbe del tutto inadeguata ad affrontare la crisi che attraversa la società a livello regionale, nazionale, europeo (p. 154). Occorre poi una riforma politico-culturale, una radicale revisione dei rapporti tra le diverse parti del Paese per approdare ad un sistema che da regionalista diventi federale. Un federalismo cooperativo e non competitivo, capace però di eliminare eccessi e condizioni eccezionali (compresa quella delle regioni a Statuto speciale come la Sardegna) nelle quali «i diritti sono diventati privilegi, la solidarietà assistenzialismo, la giustizia distributiva parassitismo» (p. 120). Un federalismo che, collocando la Sardegna nella Repubblica Federale Italiana, sia anche capace di incidere sulle condizioni del mondo, almeno per gli aspetti che ci riguardano più da vicino (p. 14).

Tutto questo implica un percorso di revisione costituzionale radicale che deve essere studiato, progettato, concordato tra le diverse parti e forze del paese perché l’esito dipende dal consenso e non dalla forza comunque questa la si eserciti.

Le idee del Sovranista

Il Sovranista sembra condividere, sostanzialmente, l’analisi del Federalista sull’entità e il ruolo delle forze della globalizzazione, le quali però ancora non sono riuscite ad eliminare differenze di lingue, culture, istituzioni, comportamenti; e il mondo non è ancora un’unità compatta, non ha un unico governo, non è retto dovunque dalle stesse leggi. Ci sono ancora in campo le istituzioni statali e sub statali che nessuno sembra avere in animo di abbandonare per rifugiarsi in istituzioni mondiali unitarie dove i conflitti siano regolati pacificamente, equamente e senza l’uso della forza.

Remo Branca, Gennargentu

Remo Branca
GENNARGENTU
Sardegna. Rivista di studi regionali, 1
Roma 1945

Solo uno Stato indipendente sardo, ovviamente integrato in un sistema di altri Stati, può sostenere l’urto delle forze che tendono ad una globalizzazione guidata dai più forti e all’insegna del profitto; tant’è che ci sono Stati indipendenti piccoli come la Sardegna che godono di maggior benessere e di una qualità della vita migliore della nostra. (p. 16)

Con la richiesta di indipendenza si riaprirebbe l’intero quadro delle riforme facendo partire da zero, cioè da un terreno totalmente sgombro, la negoziazione di un nuovo Patto tra la Sardegna e le altre nazioni italiane, cioè con tutte le parti costitutive della Repubblica italiana, esercitando il diritto di autodeterminazione, per poi decidere liberamente e sovranamente con chi stare. Dall’indipendenza la Sardegna non avrebbe nulla da perdere ma tutto da guadagnare.

«Facciamo dunque quello che nessuno può impedirci di fare. Dichiariamo chiaramente che noi ci consideriamo una Nazione, che come tale rivendichiamo il diritto all’autodeterminazione e all’autogoverno. Vedremo cosa succederà, come reagiranno le altre nazioni che compongono la più grande nazione italiana.» (p. 32)

Le idee dell’Autonomista

Rinunciare alla nostra specialità e al nostro Statuto, per battersi per l’indipendenza o per una repubblica federale, senza sapere che cosa poi in effetti potrebbe toccarci, è un azzardo assai pericoloso (p. 103). Inoltre non è affatto chiaro perché un nuovo federalismo o l’indipendenza nazionale dovrebbero risultare migliori e più efficaci dell’attuale sistema Costituzionale, non si vede come sarebbe possibile superare la crisi della solidarietà, della coesione nazionale, la crisi fiscale, le diseguaglianze nei diritti di cittadinanza, attraverso la trasformazione della Repubblica delle autonomie in una Repubblica federale o ancor più in tanti Stati nazione quante sono le regioni.

D’altra parte, siamo sicuri che la maggioranza dei Sardi sia favorevole al distacco dalla Repubblica italiana per dar vita ad uno Stato nazionale sardo? «Nessuno fino ad oggi ha avuto il coraggio di sondare l’opinione pubblica, forse sospettando che la maggioranza non sia favorevole alla rottura dell’unità nazionale». (p. 109)

Occorre invece difendere il regime di autonomia della Sardegna come s’è storicamente attuato, riqualificandolo, semmai, attraverso un negoziato con lo Stato che ne aggiorni natura, contenuti, forma, strumenti e limiti secondo le esigenze della società attuale.

La vera alternativa non è tra sovranisti e federalisti, ma quella che – sulla via tracciata dalla Costituzione e dallo Statuto – difende un’Autonomia riformata, rafforzata e resa più essenziale: un sistema autonomistico meno amministrativo e più politico, più dotato di sovranità condivisa, cioè di una sovranità esercitata non in solitudine ma insieme al titolare principale cioè allo Stato italiano o all’Unione europea.

Il nostro impegno non deve perdersi dietro un’utopia, ma rivolgersi a un obiettivo concreto e conseguibile.

La nostra isola, che il male lo produce da sé

... anch’io ho pensato che tutta questa crudeltà arrivasse dal mare, da lontano. E invece dovevo voltarmi, dare le spalle all’acqua e ricordare l’anima sanguinaria che abita nei monti della nostra isola, che il male lo produce da sé ... Giorgio Todde, Paura e carne, Il Maestrale Frassinelli, 2005, p. 216.

L’analisi e la prospettiva politico-istituzionale espresse dal Federalista risultano quelle meglio articolate e argomentate, riflesso questo, presumo, delle reali propensioni dell’autore; però, ci si può anche chiedere se la ripetitività e una certa elusività delle tesi sovraniste, come difese in questo libro, dipendano solo dalle idee dell’autore o non riflettano anche la reale consistenza delle idee indipendentiste come si danno nel dibattito in Sardegna. L’Autonomista sembra avere il compito più facile, perché difende, con i necessari aggiornamenti, il quadro esistente e conosciuto, con molte concessioni all’idea del progresso comunque realizzatosi in Sardegna dal momento in cui con lo Statuto ha acquisito un governo capace, in diversi settori, di legislazione autonoma.

Tutti e tre i dialoganti, in diversi passaggi della discussione, si concedono reciprocamente che tra le loro idee vi sono molti punti in comune e che varrebbe la pena, pur collocandosi ciascuno in un’area ben definita, non considerare tale area uno spazio chiuso da cui non uscire e in cui non lasciare entrare nessuno.

Bruegel, La caduta di Icaro

Pieter Bruegel il Vecchio
LA CADUTA DI ICARO, 1558
Museo reale delle belle arti, Bruxelles

Ma vi è un punto in comune, che nessuno dei tre rileva o mette a fuoco. Sia il Sovranista, che il Federalista e l’Autonomista, in effetti, pensano a quella sarda come a una comunità bloccata da agenti e limiti esterni: il governo nazionale, le holding finanziarie, i capitalisti rapaci, le “forze della globalizzazione”, i quali tutti impediscono ai Sardi di crescere in autonomia, prosperità e libertà.

Quindi, lo sforzo teorico e politico è indirizzato, soprattutto, a individuare quali condizioni esterne dovrebbero essere modificate per sbloccare l’Isola. Si distingue a tratti il Sovranista, quando si appella alla volontà del popolo sardo che vorrebbe l’indipendenza; ma la sua è solo l’evocazione di un evento salvifico, piuttosto che un’articolata e circostanziata indicazione di obiettivi, passaggi, istituzioni, conseguenze di un’idea così radicale.

Sembrerebbe così che davvero le condizioni materiali di esistenza del popolo sardo siano in mani che manovrano consoles finanziarie e politiche collocate oltre il mare. A me pare che sia tempo oramai di finirla con la geremiade sugli sfruttatori della Sardegna, vecchi (Fenici, Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Pisani, Genovesi, Piemontesi …) e nuovi (governo centrale, Ue, holding finanziarie …); per dire, con il personaggio di Giorgio Todde, che la nostra Isola il male lo produce da sé; per individuare i limiti dello sviluppo nei fattori interni, nella cultura, negli atteggiamenti, nei comportamenti dei Sardi; per dire che i Sardi possono, se vogliono, forzare questi limiti, già nell’ambito dei quadri istituzionali esistenti. Insomma, è tempo che i Sardi, qui ed ora, imparino a chiedere a sé stessi quel che dipende da loro stessi prima ancora che da Roma, Bruxelles, New York …

Sono convinto che vi sarebbero consistenti margini di miglioramento delle condizioni di esistenza materiale dei Sardi se questi chiedessero a sé stessi di migliorare l’impiego e la gestione delle risorse regionali, nazionali, europee in comparti cruciali della vita collettiva: la sanità, la scuola, il territorio, la gestione delle acque, il turismo. Pensi il lettore volonteroso a decisioni di investimento, realizzazione, controllo assunte da Sardi in modo errato e improduttivo nei comuni della Sardegna, nelle province, nella Regione, nelle aziende ospedaliere, negli istituti scolastici e universitari, e in altri cento luoghi istituzionali e non, per riflettere sulle possibilità di progresso ancora non colte, non per vincoli esterni ma per difficoltà, resistenze, blocchi incistati nel presente e nel passato della società isolana.

E non si pensi che il deficit interno riguardi solo le istituzioni, il lato pubblico della vita in Sardegna; riguarda anche o in primo luogo l’agire concreto e privato dei cittadini. Sono in gioco le abilità tecniche, di creatività, di iniziativa e di relazione dei Sardi, fecondate da quella virtù civica intesa come responsabilità individuale che richiede una comune lealtà civile (S. Veca).

Così, mi verrebbe da chiedere, soprattutto al Sovranista: perché mai i Sardi, con l’indipendenza, dovrebbero riuscire a gestire meglio il territorio dell’Isola, quando non sono capaci di prendersi cura neppure delle piazzole della 131, invase da cumuli di detriti, che si preferisce abbandonare nello spazio di tutti piuttosto che depositarli negli apposti contenitori della differenziata? Perché mai l’indipendenza dovrebbe portare a quel rispetto e cura del patrimonio comune che molti Sardi non sembrano avere, perché ciò che è pubblico “no est su meu” e quindi chi se ne frega?

Ma gli esempi, e di molta maggiore rilevanza e incidenza sulla vita in Sardegna, potrebbero essere numerosi.

Insomma, è giusto chiedere il risarcimento di torti subiti e rivendicare in Italia e in Europa quanto dovuto, ma rivendicazioni e richieste di risarcimenti avrebbero anche più forza se sostenute dalla capacità dei Sardi di fare al meglio quanto dipende solo dalla loro capacità di creare, lavorare, investire, governare, controllare.

Riuscirà la Sardegna ad esprimere una classe dirigente capace, spalle al mare per un momento, di dire a sé stessa e ai Sardi: «NOI dobbiamo»?

Una coraggiosa iniziativa e un forte supporto della pubblica opinione
Su «L’Unione Sarda» del 24.2.2015, p. 3 Paolo Savona riporta un giudizio di Eugene Black (presidente della Banca Mondiale dal 1949 al 1963) «su quale fosse l’ostacolo maggiore allo sviluppo. Egli ha sostenuto che esso fosse quello di convincere i gruppi dirigenti locali che nessun paese, nessuna area è condannata al sottosviluppo, se si vuole respingere questa condizione; vi sono sempre risorse da utilizzare, basta mobilitarle, e i finanziamenti si trovano. Questo è oggi il caso della Sardegna, ma occorre una coraggiosa iniziativa e un forte supporto della pubblica opinione».

■ Per leggere alcuni brani del libro si veda La coscienza infelice dei Sardi

■ Per leggere una nota sul significato delle figure di Prometeo ed Epimeteo nel Dialogo si veda Prometeo in Sardegna