di Vincenzo Medde

Il più significativo episodio di modernizzazione industriale ed agraria della Sardegna. (Ortu: 153)

Indice

1. La piana di Terralba ai primi del Novecento   │2. Progetti di bonifica senza risultati   │3. Una congiuntura riformistica favorevole   │4. Le idee e i programmi di Felice Porcella   │5. Il piano di Antonio Pierazzuoli  │6. Giulio Dolcetta, la Banca Commerciale Italiana e il gruppo sardo delle imprese integrate   │7. Decolla il piano di Giulio Dolcetta   │8. L’azienda modello di Tanca Marchese   │9. Altre cinque grandi aziende   │10. Fattorie diffuse   │11. Arrivano i coloni   │12. Perché Dolcetta per popolare le aree bonificate chiama i Veneti e non i Sardi?   │13. Mussolinia di Sardegna   │14. La rivalsa degli agrari e nuovi orientamenti nel fascismo in Italia e in Sardegna mettono in crisi il progetto di riformismo meridionalistico   │15. La crisi della SBS16. Giulio Dolcetta esce di scena, ma lascia un’importante eredità   │Bibliografia

1. La piana di Terralba ai primi del Novecento

L’area del Campidano di Oristano che si estende tra lo stagno di Santa Giusta a nord, il monte Arci a est, il golfo di Oristano a ovest e lo stagno di San Giovanni a sud, era ancora nei primi del Novecento una delle zone in cui il dissesto idrogeologico contribuiva a determinare una situazione economica e igienico-sanitaria tra le più disastrate in Sardegna. Il territorio, appartenente ai comuni di Terralba, Marrubiu, Mogoro e Uras, era attraversato dal rio Mogoro, che scendeva dal monte Arci per gettarsi, rovinando nella pianura in una miriade di altri torrenti, nel grande stagno di Sassu. Torrenziale e in piena d’inverno, quando devastava i territori attraversati, il rio Mogoro deperiva d’estate lasciando nella pianura ampie distese di acquitrini, ideale terreno di coltura della zanzara anofele e dunque della malaria, quasi secolare e inestinguibile stigma di questa zona dell’Isola.

L’area era poi in parte cospicua ricoperta di diecine di stagni, uno dei quali, il Sassu, si estendeva per oltre duemila ettari.

Piana di Terralba

1. Piana di Terralba

Nessuna coltura sembrava possibile impiantare sui terreni sabbiosi e calcarei che occupavano buona parte del territorio, considerato anche il clima, caratterizzato da inverni miti ed estati calde, con massimo di precipitazioni invernali e minimo estivo e ventosità intensa e frequente.

I seminativi, i vigneti, gli uliveti, i frutteti che prosperavano sui terreni migliori occupavano soltanto il 15% della superficie agraria, mentre stagni e paludi ricoprivano quasi tutto il resto, e in particolare i terreni al momento inagibili ma potenzialmente fertili e produttivi.

Quanto all’allevamento, solo una pastorizia primitiva riusciva a stento a offrire di che sopravvivere a chi la praticava sui magri pascoli palustri.

Particolarmente depressa risultava la fascia costiera che si allungava per seimila ettari tra S’Ena Arrubia e Marceddì; sabbiosa e ricoperta quasi solo di erbe palustri, era percorsa da una dozzina di pastori e porcari che si riparavano in baracche di fortuna fatte anch’esse di erbe, cisto e ginepro, mentre neppure le case, o piuttosto capanne, superavano la dozzina (Tognotti: 120-121).

«Un’estensione vastissima di 18.000 ettari assolutamente deserta, priva di ogni forma di coltura, con rivi scorrenti in pieno regime anarchico, con oltre 50 stagni e paludi di acquitrini adempiente da secoli alla triste funzione di fare di quella zona il regno della malaria. Non viziato regime idraulico e fondiario, ma nessun regime. Non soltanto una notevole differenza tra le condizioni di produttività. Più che vita che dovesse risorgere dal nulla, mancanza di ogni forma di vita agricola, solo rappresentata da qualche solitario pastore, intento a far brucare da poche pecore qualche filo d’erba tra gli sterpi» (Giulio Dolcetta, cit. in Tognotti: 122).

Popolavano l’area, al censimento del 1921, 10.080 abitanti, due terzi dei quali concentrati nei comuni di Terralba e di Marrubiu.

2. Progetti di bonifica senza risultati

A partire dagli studi di Angelo Omodeo sul disciplinamento delle acque a fini produttivi, pubblicati tra il 1908 e il 1911, erano disponibili progetti di bonifica del Campidano e della Sardegna basati sulla creazione di un sistema integrato di dighe idroelettriche capaci di immagazzinare miliardi di metri cubi d’acqua, di porre fine alle periodiche piene invernali e alle conseguenti disastrose inondazioni, di irrigare le pianure, di rendere possibili e produttivi gli stagni e gli acquitrini prosciugati, di riconvertire, infine, l’allevamento zootecnico e la produzione lattiero-casearia. Al posto del pascolo brado e delle periodiche migrazioni delle greggi, spesso decimate da spaventose morie dovute alla siccità, si potevano ricreare a valle le condizioni adatte all’impianto di erbai e di prati artificiali per una produzione almeno tripla di foraggio. I vantaggi del controllo dell’acqua, secondo gli studi di Omodeo, includevano anche il rinnovamento tecnico e produttivo dell’industria mineraria fino a quel momento sottoposta allo sfruttamento di alcune società straniere (Barone 1986: 293-294).

Ma il recupero dei territori della piana di Terralba tramite il controllo delle acque, la bonifica, il risanamento e l’incremento delle coltivazioni presentava rilevantissimi problemi tecnici: controllare i flussi invernali che si rovesciavano in pianura da un bacino imbrifero di 400.000 ettari; regolare e disciplinare il rio Mogoro; prosciugare diversi stagni, uno dei quali, il Sassu, molto esteso e sotto il livello del mare.

I problemi economici non erano meno rilevanti, considerata l’entità dei capitali necessari a mettere in moto simili imprese tecniche.

Occorreva, infine e soprattutto, assicurare il finanziamento, l’integrazione e il coordinamento di tutti gli interventi – regolazione idraulica, bonifica, irrigazione, miglioramento agrario, coltivazione delle terre recuperate –, perché le opere in un singolo comparto non avrebbero avuto esito duraturo e significativo.

C’era stata bensì una cospicua produzione legislativa (nel 1897, 1902, 1907, 1913) intesa a favorire interventi speciali per la Sardegna che mutassero le condizioni di arretratezza e sottosviluppo e incentrati principalmente «nel credito e nel miglioramento agrario, nella sistemazione idraulica e nelle bonifiche, nella viabilità e nei mezzi di comunicazione» (Fadda: 145).

Ma, ancora alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX l’idea di una bonifica integrale – nei suoi aspetti tecnici, economici, sociali – doveva essere messa a punto.

I progetti di recupero del secondo Ottocento, gestiti in gran parte dai notabili di Cagliari, avevano avuto o esiti fallimentari o non avevano toccato neppure il Campidano di Oristano. Così, l’insufficienza dei finanziamenti, l’inefficienza burocratica, la chiusura della cultura contadina, il disinteresse dei grandi proprietari terrieri avevano contribuito insieme a conservare una realtà ambientale in cui dissesto idrogeologico e miseria si alimentavano reciprocamente. Determinante, in modo particolare, l’esiguità dei finanziamenti statali, anzi irrisori rispetto al costo delle opere, tant’è che l’ingegner Edoardo Busachi, capo del Genio civile dell’Ufficio tecnico del Comune di Oristano propose di rifiutare i contributi che non coprivano i reali costi degli interventi attesi (Soru 2000a: 224, 227).

Ma avevano pesato sui risultati negativi anche le insufficienze dell’azione della deputazione sarda: «incapace di agire in chiave più ampia impermeabile a interessi di consorteria, oltre che distante dalle reali necessità civili del suo elettorato e da quelle più generali del territorio regionale» (Soru 2000a: 228).

Il fatto è che la legislazione di intervento sull’arretratezza, pur mettendo a disposizione sovvenzioni statali spesso di rilevante consistenza, era sostanzialmente indirizzata all’iniziativa privata, puntando sulla buona volontà e sulle capacità imprenditoriali e creative di singoli e imprese capaci di predisporre progetti da concretarsi poi in apposite concessioni. Insomma, l’iniziativa legislativa faceva affidamento sulle capacità di intrapresa e sul calcolo di un profitto adeguato da parte di capitalisti e capitali che, però e purtroppo, in Sardegna e nell’Oristanese in particolare, o erano del tutto assenti o erano talmente esigui o poco propensi al rischio dell’intrapresa industriale da risultare di fatto del tutto indisponibili.

D'altra parte, la natura essenzialmente industriale delle opere necessarie alla bonifica e la ingente quantità di capitali da immobilizzare negli impianti non avrebbero consentito iniziative consortili di province e comuni, a cui pure il Testo unico del 1907 aveva attribuito un titolo di prelazione rispetto ad eventuali società finanziarie (Barone 1986: 292).

3. Una congiuntura riformistica favorevole

Tra la fine del 1800 e i primi due decenni del 1900 si verificò una congiuntura riformistica favorevole all’intervento (pubblico e privato) nel Meridione, caratterizzata dai seguenti elementi: 1) Lo Stato supera l’indirizzo liberistico e sostanzialmente neutrale che aveva prevalso nel periodo successivo all’Unità d’Italia, per promuovere una serie di interventi straordinari potenzialmente capaci di innescare un meccanismo di crescita autonoma dell’economia meridionale; 2) Vengono approvate leggi che incentivano il controllo delle acque tramite la costruzione di sbarramenti, bacini e laghi artificiali a monte e, a valle, quindi la bonifica, l’irrigazione, la coltivazione intensiva e razionale delle terre recuperate; 3) Le nuove industrie elettriche sfruttano i finanziamenti statali per varare complessi programmi di innovazione tecnica, economica e sociale in aree rimaste ancora estranee all’industrialismo settentrionale; 4) Le grandi banche d’investimento, la Banca Commerciale Italiana in particolare, manifestano una marcata disponibilità al rischio imprenditoriale nelle regioni meridionali; 5) Nel panorama politico italiano sono attivi gruppi, come quelli che si erano raccolti attorno a Francesco Saverio Nitti e a Filippo Turati, disposti a battersi in parlamento per tradurre i nuovi indirizzi economici in disposizioni legislative e pratiche amministrative; 6) I tecnici vicini a Nitti e Bonomi come Alberto Beneduce e a Turati come Angelo Omodeo, e i tecnici agrari della scuola di Portici elaborano una più matura formulazione del concetto di “bonifica integrale” come complesso integrato di interventi sul territorio (Barone 1981a: 65).

Giuseppe Barone colloca tra il 1918 e il 1922: «una decisa svolta meridionalistica degli ultimi governi liberali», assicurata dalla convergenza tra ambienti industriali e finanziari settentrionali e un nuovo ceto politico meridionale vicino a Francesco Saverio Nitti e Filippo Turati, tutti interessati a un intervento modernizzatore dello Stato nel Sud che eliminasse le forme più arretrate e improduttive di rendita parassitaria (Barone 1981a: 64).

Convergenza tanto più significativa in quanto si trattava di gruppi industriali, finanziari, politici, tecnici che riuscivano a sottrarsi alle tendenze ideologiche, alle passioni e infatuazioni – massimaliste e rivoluzionarie da un lato, nazionalistiche e imperialistiche dall’altro – caratterizzanti il convulso dopoguerra in Italia.

Nitti, Omodeo, Turati

2. Francesco Saverio Nitti, Angelo Omodeo, Filippo Turati

È in questa favorevole congiuntura che si dispiegarono le iniziative convergenti, dal basso e a livello locale di Felice Porcella e, dall’alto e dall’esterno, di Giulio Dolcetta per conto della Banca Commerciale e a capo delle società da questa promosse, la Società Bonifiche Sarde (SBS) in primo luogo.

4. Le idee e i programmi di Felice Porcella

In un contesto culturale e legislativo che sembrava orientato a predisporre gli strumenti e gli interventi necessari al recupero delle zone paludose e meno sviluppate del Meridione, Felice Porcella, prima sindaco di Terralba e poi deputato, tentò sia la strada di interessare le autorità nazionali alla soluzione integrata dei problemi, sia la strada degli interventi circoscritti alla bonifica non dell’intero territorio, ma di aree più ridotte come la palude Sa Ussa.

Porcella, deputato socialriformista nella XXIV legislatura (1913-1919), iniziò in sede parlamentare un’azione che sollecitava il governo a non limitarsi alla costruzione del bacino del Tirso solo per produrre energia elettrica, ma a intervenire nella sistemazione idraulica del basso corso del fiume, onde rendere possibile prima la bonifica, poi l’irrigazione, quindi, in un piano integrato, la coltivazione delle aree paludose così recuperate.

Nella tornata parlamentare del 12 giugno 1914 Porcella presenta un’interpellanza: «Il sottoscritto chiede d’interpellare i ministri dei lavori pubblici, di agricoltura, industria e commercio ed il presidente del Consiglio, per sapere quando finalmente e con quali mezzi, dopo diciassette anni di legislazione speciale in Sardegna, intenda il Governo procedere alla correzione idraulica dei fiumi Tirso e Rio di Mogoro e alla bonificazione delle paludi nel Campidano di Oristano; se pensi fin d’ora, e come, a integrare la legge 11 luglio 1913, n. 985, con nuovi e più efficaci provvedimenti atti a meglio assicurare e affrettare la irrigazione agraria nel detto Campidano, con una maggiore e più sicura garanzia di difesa a favore dei proprietari della bassa valle del Tirso contro i pericoli e i danni delle inondazioni e delle espropriazioni dei loro terreni, e fornendo ad essi, riuniti in Consorzio, fra le altre cose, i facili e pronti mezzi finanziari occorrenti per far fronte alle gravi spese di sistemazione, a loro carico, delle zone irrigabili».

Porcella presentò alla Camera anche una proposta di legge dal titolo Bonifica, colonizzazione e miglioramento agrario e industriale del Campidano di Oristano in provincia di Cagliari. La proposta prevedeva la correzione e la diversione del rio Mogoro, il prosciugamento degli stagni, il rimboschimento del monte Arci, delle spiagge lungo il litorale di Marceddì e del golfo di Oristano, la costruzione di strade di collegamento con i centri abitati, l’allacciamento delle acque del monte Arci anche a scopo di irrigazione e di distribuzione di acqua potabile alle zone bonificate, l’utilizzazione di alcuni stagni come saline.

Una volta bonificate, le terre più fertili sarebbero state accorpate, anche tramite esproprio o vendita forzata, e di nuovo ripartite fra i proprietari locali, attribuendo a ciascun interessato un’unica estensione di terreno proporzionale a quella complessivamente apportata alla massa e possibilmente della stessa qualità e coltura di quelli che prima possedeva. Ogni podere così formato e assegnato non avrebbe dovuto avere un’estensione inferiore a un minimo da stabilirsi nel regolamento.

Intervenendo alla Camera l’8 marzo 1915, Porcella così concludeva. «A questo specialmente aspirano le popolazioni della regione di Oristano ed insistono nel richiamarvi il Governo, perché aspettare che si costruisca il bacino del Tirso prima di provvedere alla sistemazione della parte inferiore del fiume, vuol dire aspettare ancora dieci e dodici anni dopo i 18 che sono già passati. Perciò […] mi riservo di tornare sull’argomento, finché il Governo non si decida una buona volta a difendere i nostri abitati e le nostre campagne dalle inondazioni periodiche, che arrecano danni e rovine a quelle popolazioni di agricoltori» (cit. in Soru 2000a: 260).

Porcella nel suo intervento alludeva al progetto inizialmente concepito da Angelo Omodeo e poi realizzato da Luigi Kambo di uno sbarramento del fiume Tirso capace di regolarne il deflusso e di un invaso che assicurasse energia elettrica per illuminazione e industria e acqua irrigua per il Campidano di Oristano.

Il 22 marzo tornava a denunciare la scarsa considerazione per il problema della sistemazione del basso corso del Tirso e del rio Mogoro a fronte dell’attenzione per la costruzione della diga e del bacino: «Il bacino del Tirso minaccia di mangiarsi tutto. Ci mangerà l’irrigazione, ci mangerà la sistemazione idraulica del Tirso, ci mangerà i fondi stanziati per la sistemazione del Tirso, come ci ha già mangiato qualche altra cosa» (cit. in Soru 2000a: 261).

Insomma, questo il significato degli interventi di Porcella: la scelta industrialista non doveva far dimenticare le necessità primarie della sistemazione idraulica e dello sviluppo agricolo, coordinando le opere a monte con le opere in piano e tenendo conto, come problema preminente, dell’arginamento dei fiumi e della sistemazione della pianura con la bonifica dei terreni circostanti per ovviare ai danni delle inondazioni. In questo quadro l’approvazione del progetto del rio Mogoro doveva trovare una pronta esecuzione, senza ulteriori ritardi.

Finita la guerra, secondo Maria Carmela Soru, la proposta di Porcella «diverrà la piattaforma propositiva della legislazione sulla bonifica. […] Per gli interlocutori ministeriali essa rappresenterà un punto di riferimento di assoluto valore culturale e politico, per l’individuazione degli obiettivi e la qualità delle realizzazioni della bonifica nei rapporti tra Stato e forze sociali locali» (Soru 2000a: 269).

Porcella stesso, però, preso atto dell’inerzia governativa in relazione ai problemi della piana di Terralba, decise di coinvolgere nella sua battaglia di modernizzazione e riscatto l’avvocato Antonio Pierazzuoli, «uomo dalle idee geniali e immaginose, profondo conoscitore dell’economia agraria della Sardegna, direttore della Cassa ademprivile della provincia di Cagliari» (Pisu: 55). Pierazzuoli elaborò un Piano generale di bonifica integrale (idraulica-agraria-igienica) delle paludi del Campidano di Oristano (regione di Terralba) che seguiva le coordinate della proposta legislativa di Porcella e che fu presentato al Ministero per i Lavori Pubblici il 5 ottobre 1918.

La proposta di Porcella e il piano tecnico di Pierazzuoli convergevano nel proposito di promuovere una politica economica corrispondente alle specifiche esigenze dell’Isola, e della piana di Terralba in particolare, e mirata a concedere le terre incolte (recuperate anche tramite esproprio) a cooperative di coltivatori sardi che con la colonizzazione avrebbero avviato la propria emancipazione economica, sociale, civile. Allora e solo allora – sostenevano Porcella e Pierazzuoli – «colle sistemazioni idrauliche, le bonifiche, i rimboschimenti, le colonizzazioni agricole, colle unità colturali razionali, colle borgate rurali, colla irrigazione e infine con accanto la grande proprietà agricola industrializzata, anche la piccola proprietà potrà vivere e prosperare avviandosi al suo vero e migliore destino» (Soru 2000a: 269-271).

5. Il piano di Antonio Pierazzuoli

Come s’è detto, gli elementi portanti dei progetti e degli interventi legislativi di Felice Porcella furono ripresi da Antonio Pierazzuoli per stilare un Piano generale di bonifica integrale (idraulica-agraria-igienica) delle paludi del Campidano di Oristano (regione di Terralba), che fu presentato al Ministero dei lavori pubblici con una richiesta di concessione di bonifica.

Secondo il piano, in primo luogo occorreva disciplinare il regime torrentizio e irregolare del rio Mogoro, che provocava danni immensi e perfino morti fra le popolazioni di Terralba, Uras, Marrubiu e San Nicolò d’Arcidano. La costruzione di argini sarebbe stata del tutto inutile, mentre sarebbe stata risolutiva la deviazione del Mogoro attraverso anche lo scavo di un nuovo alveo lungo 4.500 metri. Un secondo collettore avrebbe raccolto le acque alte del monte Arci affinché non ristagnassero attorno agli abitati dei quattro paesi. Un terzo canale doveva convogliare le acque del rio Mogoro, utilissime per le irrigazioni primaverili, così da permettere di riservare all’estate le acque del bacino del Tirso. Era quindi necessario, dopo averne bloccato con una diga la comunicazione con il mare, prosciugare lo stagno Sassu mediante idrovore.

Il piano di Pierazzuoli prevedeva una serie di canali e una rete di strade primarie e secondarie senza le quali la bonifica agraria sarebbe stata incompleta. La rete stradale avrebbe disegnato una sorta di scacchiera in modo tale da risultare utile per la ripartizione delle superfici in campi coltivati.

L’intera operazione di bonifica si basava sulla possibilità di utilizzare le acque del futuro bacino del Tirso per irrigare 20 mila ettari che, una volta risanati e irrigati, avrebbero consentito qualsiasi coltura e, in taluni casi, fino a due raccolti l’anno.

I campi coltivati sarebbero stati difesi da fasce di rimboschimento lungo il litorale e all’interno della bonifica.

Il territorio per il quale il Pierazzuoli progettava la bonifica aveva una densità di 31 abitanti per kmq, una popolazione quindi insufficiente per una coltivazione intensiva e della quale non era possibile immaginare un incremento che potesse far fronte alle esigenze produttive della futura terra bonificata. «Si poneva pertanto la questione di far affluire nella zona forze di lavoro e unità familiari che si integrassero con la popolazione locale: integrare, sottolineava Pierazzuoli, non sostituire la popolazione locale, trattandosi infatti di bonificare e di restituire ad essa una terra che le apparteneva» (Pisu: 59).

«I lavori enumerati – concludeva Pierazzuoli – debbono costituire e costituiscono un piano organico che non si può scindere senza danno, ma deve avere una esecuzione completa. A questo solo patto si potrà ottenere il magnifico risultato che la regione di Terralba divenga, in tempo non lungo, una delle zone più sane, ricche e popolose» (cit. in Pisu: 57).

6. Giulio Dolcetta, la Banca Commerciale Italiana (Comit) e il gruppo sardo delle imprese integrate

Ma quali erano le forze, le istituzioni, le imprese in grado di portare a buon fine le iniziative politiche di Porcella e il piano di Pierazzuoli, dopo aver messo insieme risorse finanziarie, capacità tecniche e organizzative, legami istituzionali, doti individuali e attitudine al fare concreto delle realizzazioni industriali?

Certamente non lo Stato da solo. Come scrive Giuseppe Barone: «Vincolati dalla prassi politica di frazionare gli stanziamenti in proporzione a tutti i comprensori esistenti, bloccati dalle rigide norme di contabilità che imponevano in ogni esercizio finanziario l’imputazione di una limitata quantità di opere, il ministero dei Lavori pubblici e gli organi centrali e periferici della pubblica amministrazione si trovavano nella impossibilità di intensificare la propria azione in una bonifica senza rallentarla per le altre. L’inefficienza della macchina burocratica era poi completata dalle estenuanti procedure per l’approvazione dei progetti e degli appalti e dalla carenza di personale tecnico qualificato: ed era proprio dal sovrapporsi di questi fattori concomitanti che derivavano il deperimento di opere avviate ma non ultimate, le liti con le imprese appaltatrici per le variazioni dei costi, la generale sfiducia degli enti locali e dei gruppi dirigenti periferici restii a versare i contributi di loro spettanza» (Barone 1986: 13).

In alternativa, fin dal primo decennio del Novecento, Angelo Omodeo e Francesco Saverio Nitti dall’esame fortemente critico del blocco agrario e delle forze sociali egemoni nel Meridione avevano maturato il convincimento che «la valorizzazione agricola e industriale del Sud non poteva che promanare dal capitalismo industriale settentrionale, e segnatamente dalle grandi società elettriche che nelle regioni del Nord avevano dato già prova di efficienza tecnica e produttiva. Allo Stato sarebbero spettati compiti di coordinamento generale delle opere e di sostegno economico indiretto, preparando gli elementi di studio per un completo piano regolatore idroforestale ed approntando una riforma legislativa delle acque pubbliche imperniata sulla limitazione del diritto di proprietà e su una più larga concezione dell’esproprio per pubblica utilità laddove la resistenza di latifondisti assenteisti a mantenere malcoltivate le terre creava un evidente contrasto degli interessi privati con quelli della collettività» (Barone 1986: 31).

E anche in Sardegna e nella piana di Terralba il momento di svolta infatti arriva quando una banca come la Comit e un uomo come Giulio Dolcetta – uno che «sapeva “vedere grande e lontano”, capace com’era di muoversi fra politica, tecnica e finanza» (Soru 2000a: 286) – vengono coinvolti e si interessano della Sardegna e dell’Oristanese in vista di un piano di intervento che doveva unire, ma con ruoli e funzioni diversi, pubblico e privato.

In una lettera del 16 febbraio 1918 Pierazzuoli propone a Giulio Dolcetta il suo piano. È il momento di svolta che segna il passaggio dal momento delle iniziative politiche e legislative all’operatività concreta di un intervento coordinato a livello tecnico, finanziario, industriale, agrario e amministrativo. Non a caso Porcella e Pierazzuoli si erano rivolti a Dolcetta come a colui che avrebbe potuto garantire gli esiti del piano di bonifica idraulica e agraria del Terralbese. Chi era dunque costui?

Giulio Dolcetta,medaglia coniata per la costruzione della Diga sul Tirso

3. Medaglia coniata per ricordare il ruolo di Giulio Dolcetta nella costruzione della diga sul Tirso

Giulio Dolcetta nacque a Castelfranco Veneto il 6 agosto 1880. Si laureò nel 1904 al Politecnico di Torino in ingegneria elettrotecnica. Dopo aver lavorato alle Ferrovie dello Stato e alla Pirelli, nel 1912 fu nominato direttore della Società Elettroligure di La Spezia, società dell’area Comit.

Durante la prima guerra mondiale fu impegnato al fronte come volontario, ma nell’aprile 1917 venne inviato in Sardegna con il compito di dirigere e promuovere tutte le attività industriali a partecipazione Comit. In poco tempo Dolcetta costruì un sistema di accordi e alleanze con le forze politiche, gli imprenditori, i tecnici sardi, di Cagliari in particolare, che consentisse la realizzazione di un vasto piano di ammodernamento dell’economia in Sardegna (e di profitti per il suo gruppo).

Il piano di Dolcetta di ammodernamento dell’economia sarda prevedeva: 1) la costruzione di laghi artificiali e di centrali idroelettriche mediante sbarramenti sui principali fiumi sardi; 2) la distribuzione dell’energia elettrica prodotta, per illuminazione, irrigazione e per derivarne forza motrice; 3) l’esecuzione di bonifiche idrauliche ed agrarie; 4) la costruzione sui terreni bonificati e irrigati di grandi aziende agrarie condotte con i più moderni ed efficienti criteri organizzativi, tecnici e agronomici.

Per progettare, realizzare e gestire tale piano la Comit e Dolcetta misero a punto un gruppo industriale integrato così articolato: Società Elettrica Sarda (SES), capogruppo della holding e deputata alla distribuzione dell’energia elettrica; Imprese Idrauliche ed Elettriche del Tirso, cui venne affidata la costruzione degli impianti idroelettrici (dighe, invasi e centrali), tra i quali, tra il 1918 e il 1924 la diga di Santa Chiara sul Tirso; Società Bonifiche Sarde con il compito di portare a termine il grande progetto di bonifica integrale; Società Sarda Ammonia e Prodotti Nitrici, destinata a consumare l’energia idroelettrica prodotta in esubero dai bacini di nuova costruzione; Società Sarda Costruzioni; Società anonima Fabbrica Cementi Portland.

Il gruppo controllava inoltre la Società per le Ferrovie Complementari della Sardegna, a conferma che il problema dei trasporti era strategico per lo sviluppo dell’isola e per l’utilizzo dell’energia elettrica per forza motrice.

Il gruppo elettrico sardo, oltre che integrato, risultava di fatto accentrato sotto la direzione unica di Giulio Dolcetta, che poteva così disporre di tutti gli strumenti organizzativi, finanziari, tecnici per realizzare il complesso delle opere necessarie alla bonifica integrale e all’avvio della modernizzazione industriale in Sardegna.

Finanziariamente l’operazione ideata da Porcella e Pierazzuoli e affidata a Dolcetta era sostenuta dalla Banca Commerciale Italiana, nel quadro di un progetto complessivo di sviluppo centrato sulla utilizzazione delle risorse idroelettriche capaci di dar luogo ad industrie elettrometallurgiche ed elettrochimiche e di valorizzare terreni di vasta estensione mediante bonifiche e trasformazioni agrarie. Tale progetto sfruttava il favorevole momento politico, considerato che, fra il 1916 e il 1920, lo Stato, sotto la guida di Nitti e di una cerchia di tecnocrati radicali aveva assunto, con le legislazioni sulla bonifica, un ruolo di spicco nel privilegiare i gruppi industriali interessati alla modernizzazione delle aree arretrate.

Insomma, come riassume Giuseppe Barone, negli gli ultimi venti anni del XIX secolo e, soprattutto, i primi venti del XX si era accumulata in Italia una “intelligenza statale”, alimentata nell’ultimo scorcio da nuove leve di tecnocrati di estrazione nittiana e socialriformista (Serpieri, Petrocchi, Beneduce, Omodeo, Ruini) che avrebbero predisposto un originale quadro di riferimento istituzionale e legislativo in una prospettiva unitaria di modernizzazione delle campagne come intervento pianificato di ingegneria sociale sul territorio. La nuova impostazione dell’intervento pubblico, si basava sull’interdipendenza tra sistemazione dei bacini montani e recupero produttivo delle pianure, sul coordinamento tra riassetto idrogeologico del territorio e trasformazioni fondiarie (Barone 1985: 963).

I progetti locali di bonifica della piana di Terralba si inserivano quindi in un contesto caratterizzato a livello politico nazionale dai disegni di un ceto politico interessato alla modernizzazione del Mezzogiorno e a livello economico dall’intraprendenza di un gruppo di aziende e banche che vedeva in tali disegni una cospicua opportunità di sviluppo e di profitto.

7. Decolla il piano di Giulio Dolcetta

Avuto il piano di bonifica da Pierazzuoli, Dolcetta lo fece riesaminare da Angelo Omodeo, il quale, a nome di un Comitato di Studi della Sardegna, fin dal 1911, aveva presentato alla Comit una proposta per la costruzione di una serie di sbarramenti idraulici sui fiumi della Sardegna, e principalmente sul fiume Tirso, in funzione di una loro valorizzazione energetica (Fadda: 141).

Omodeo, pur con alcune riserve, concordava sulla fattibilità generale del piano Pierazzuoli, ma osservava che occorreva limitare il diritto di esproprio riservato al concessionario della bonifica, che poteva apparire come una vera e propria «spoliazione» della proprietà, tale da turbare – specie in Sardegna – i rapporti tra la futura società e l’ambiente sociale. Si trattava, secondo Omodeo, «e sarà questa la linea seguita da Dolcetta, di studiare una forma attenuata di esproprio che, pur mantenendone nella sua essenza le possibilità coercitive, lasciasse facoltà ai proprietari più volenterosi di poter prendere parte, in qualche modo, ad esempio in forma di consorzio, all’impresa o che prevedesse per gli espropriati condizioni di favore o diritti di prelazione nell’acquisto delle terre bonificate» (Pisu: 61).

Dolcetta si mosse in tre direzioni: 1) acquisizione dei terreni da bonificare sia dai comuni interessati, soprattutto quello di Terralba, sia dai privati, piccoli e grandi proprietari; 2) costituzione di una società che gestisse la bonifica; 3) avvio delle pratiche per accedere ai finanziamenti statali.

Dolcetta, «per conto di persone da nominare ed ente da dichiarare», il 1° dicembre 1918 inoltrò al comune di Terralba domanda di concessione in enfiteusi delle terre comunali paludose e incolte, domanda accolta dalla Giunta municipale nella seduta del 13 dicembre.

La transazione tra il comune di Terralba e Dolcetta imponeva ai concessionari di «assumere in concessione dallo Stato la bonifica di 1a categoria dei terreni paludosi compresi nei territori di Uras, Terralba, Marrubiu e San Nicolò d’Arcidano, insieme alle opere relative alla sistemazione idraulica del Rio Mogoro, Riu Malu e Riu Bellu; di provvedere in seguito alla irrigazione dello stesso territorio mediante derivazione delle acque dal costruendo bacino o lago artificiale del Tirso o eventualmente con la costruzione di un bacino ausiliario nel Rio Mogoro; nonché di provvedere al bonificamento e al miglioramento agrario dei terreni sottoindicati, riducendoli a coltura razionale e intensiva mediante irrigazione, rimboschimenti e costituzione di centri colonici; di promuovere lo sviluppo industriale, agrario e zootecnico locale, facilitando le iniziative che, come quella della ferrovia di Marrubiu, Iglesias, Terralba e Ales, tendono a mettere in comunicazione la zona bonificanda con le altre regioni dell’isola» (cit. in Soru 2000a: 279).

Il 23 dicembre 1918, Dolcetta, consigliere delegato della Società Imprese idrauliche ed elettriche del Tirso, costituì a Milano la Società anonima bonifiche sarde (SBS) con lo scopo di realizzare «la bonifica idraulica e agraria dei terreni in Sardegna, l’impianto ed esercizio di reti d’irrigazione, l’esercizio della pesca e delle altre industrie». Il 9 giugno del 1919 il Comune di Terralba cedette alla Società bonifiche sarde 3.348,06,88 ettari di terreni incolti. La durata dell’enfiteusi venne prevista per 30 anni, rinnovabile.

Dolcetta affidò la consulenza tecnica generale della società a Omodeo, il quale si impegnava ad elaborare un nuovo progetto di massima della bonifica d’accordo con gli ingegneri Dionigi e Stanislao Scano, che avrebbero redatto anche i progetti esecutivi. Sarebbe anche stata presentata una nuova domanda di concessione che sostituiva quella presentata in data 5 ottobre 1918 al ministro dei lavori pubblici da Pierazzuoli e che Dolcetta aveva acquisito tramite convenzione.

Dolcetta e la SBS, acquisiti i terreni in enfiteusi dal Comune di Terralba, procedettero all’acquisto delle altre terre necessarie alla bonifica, che appartenevano ad antiche famiglie signorili, a più recenti grandi proprietari, ai piccoli proprietari e contadini locali.

Dai grandi proprietari e dalle famiglie signorili, sette complessivamente, vennero acquistati altri 4700 ettari circa, in cambio di azioni della SBS. Per i terreni ricadenti nell’ambito del comune di Marrubiu, gli atti di acquisto furono stilati dallo studio di Felice Porcella.

Altri 1200 ettari la SBS li acquistò dai contadini e dai piccoli proprietari di Terralba, ma, seguendo la ricostruzione di Maria Carmela Soru, si trattò in effetti di «una colossale svendita», consumata «all’insegna del millantato potere della SBS, capace – come attestava con i più deboli contadini locali – di appropriarsene “comunque” con l’esproprio perché assegnataria di una bonifica voluta dallo Stato. La liquidazione territoriale si consumò sull’onda di cospicui profitti, aziendali e individuali. Essa si attuò con toni punitivi, più che redentivi. Prestanome, indicatori, possidenti furono legittimati all’avviamento delle pratiche della compravendita con deroghe nominalmente disciplinate allo scopo, che li rese liberi “di intervenire e di agire a nome, per conto ed interesse della Società Anonima Bonifiche Sarde”. Contratti già preparati (quasi tutti rogati notaio Giunti) prevedevano che fossero gli stessi mandanti (spesso illetterati) a dare ampia facoltà all’intermediario di “eventualmente correggere o completare i dati catastali”, conferendo loro “ogni più ampia facoltà, senza alcuna restrizione di sorta, con promessa di ritenere per fermo e valido il suo operato”. Bastava che i proprietari, singolarmente o in piccoli gruppi (contratti collettivi) dichiarassero “di comune accordo di rinunciare all’assistenza dei testimoni” e “di aver venduto a corpo e non a misura”, resa spesso impossibile dalle condizioni paludose. Per facilitare eventuali operazioni di permute fondiarie, l’intermediario, secondo una diversa formulazione, poteva accettare “di vendere a chi meglio crederà e per il prezzo che reputerà più conveniente, con tutte le clausole e le garanzie di legge, i seguenti stabili che possiedono in Comune di Terralba” i possidenti precedentemente contattati […] Con questi acquisti amichevoli, esibiti come tali alla stampa da Dolcetta, si determinò un’espropriazione collettiva» (Soru 2000a: 304-305, 307).

Felice Porcella, nel frattempo, per motivi politici e personali, aveva abbandonato ogni ruolo amministrativo e politico, per morire in povertà ad Oristano il 13 gennaio 1931. Con l’uscita di scena di Porcella il comune di Terralba e i suoi abitanti, contadini, artigiani e piccoli proprietari, si ritrovarono senza guida, senza rappresentanza, senza dirigenti che sapessero difenderne nelle sedi opportune, locali e nazionali, i diritti e i bisogni.

8. L’azienda modello di Tanca Marchese

Qualche giorno dopo la firma del contratto di enfiteusi, i banditori comunali di Terralba, Marrubiu, Arcidano e Uras annunciarono che presso la Tanca Marchese, una tenuta a nord-ovest di Terralba appartenuta ai marchesi di Villafranca, era in corso l’assunzione di operai terrazzieri, capi squadra e muratori per iniziare un’opera di bonifica.

Mappa della bonifica

4. Mappa della bonifica della piana di Terralba

Dolcetta aveva infatti incaricato Ottavio Gervaso (un allievo di Arrigo Serpieri) di sovrintendere alla creazione di un’azienda modello sui terreni di Tanca Marchese. Sarebbe stata un modello non solo per i sistemi di produzione avanzata e sconosciuti in Sardegna, ma anche perché sarebbe stata il prototipo di una serie di altre aziende, ciascuna di venti ettari circa, disseminate sugli ottomila ettari dei terreni della SBS. Ogni azienda, indirizzata alle colture intensive e all’allevamento razionale, doveva essere dotata di casa colonica e stalla, di acqua per l’irrigazione e di energia elettrica per l’illuminazione e per l’aratura meccanica.

I coltivatori e gli allevatori di ogni podere e azienda avrebbero inoltre potuto avvalersi di grandi stabilimenti collettivi destinati alle varie industrie agrarie: caseificio, cantine, zuccherificio, oleificio.

Si trattava di sistemi produttivi avanzati, progettati anche in funzione dell’esportazione dei prodotti agricoli e dell’allevamento, considerato il fatto che la produzione non sarebbe stata assorbita per intero nel mercato sardo, notoriamente di dimensioni piuttosto ridotte.

Già al 1° marzo 1919 erano stati assunti un centinaio di operai e al 15 aprile successivo, nella sola Tanca Marchese, risultavano presenti 598 operai diboscatori, terrazzieri, carriolanti e vagonisti, 21 capi squadra, 11 muratori, 14 manovali e 1 ferraiolo. Oltre al direttore dei lavori, c’erano un ingegnere, quattro geometri, otto canneggiatori e due impiegati (Piscedda: 53).

In pochi anni furono trasformati in modo radicale i 632 ettari della ex tenuta a nord-ovest di Terralba, convertendola da primitivo rifugio di pastori e porcari in un centro agrario pilota caratterizzato dai nuovi appezzamenti di 100x400 metri, dotati di fossetti di scolo e serviti da una linea elettrica per il dissodamento meccanico, ciò che rendeva possibili i prati artificiali di avena, di veccia, di fieno, medica (47 quintali per ettaro). Vennero inoltre impiantati vigneti e frutteti per centinaia di ettari (Piscedda: 53-54, e Pisu: 130).

Alla fine del 1920 era percorribile la nuova strada larga a fondo artificiale in sostituzione della stradina di campagna che collegava Tanca Marchese con Terralba. In quel periodo vennero realizzate anche altre opere: una stalla a doppia posta con le mangiatoie disposte lungo le pareti, due silos per il foraggio, pagliai a forma di cono rovesciato, una cantina, caseggiati per conservarvi le derrate, officine, uffici direzionali, abitazioni per i dirigenti, gli impiegati e per il personale fisso.

Gli edifici erano disposti attorno a una piazza rettangolare delimitata da una doppia fila di platani, con un pozzo dotato di una pompa a mano a doppio pistone per portare l’acqua in superficie.

Nella primavera del 1920 apparvero anche le prime elettropompe a scopo irriguo, che attingevano da pozzi scavati nei punti più propizi. Ciò era stato possibile grazie alla realizzazione (1919), ad opera della Società Elettrica Sarda, della prima linea elettrica ad alta tensione: la rete partiva dalla cabina di smistamento di Marrubiu e giungeva alla Tanca Marchese da dove, poi, si diramavano linee a bassa tensione utilizzate negli uffici e nelle abitazioni private (Piscedda: 53-54).

L’azienda sperimentale di Tanca Marchese, amministrata da una direzione rigida, severa e parsimoniosa, si poneva ormai come centro operativo e modello colturale di una colonizzazione che avrebbe presto investito l’intera piana di Terralba (Soru 2000a: 316-317).

9. Altre cinque grandi aziende

Tra il 1922 e il 1926, oltre a quella di Tanca Marchese, vennero costituite altre cinque vaste aziende di 800-900 ettari ciascuna (Linnas, Pompongias, Alabirdis, S’Ungroni e Torrevecchia), dotate di casa di agenzia, edifici colonici, stalle a doppio ordine di poste, scuderia, ovile, porcile, cantina, granaio, concimaie, ricovero per le macchine, cabina elettrica di trasformazione e officina. I residenti – conduttori, fattori, tecnici, salariati, impiegati – nel 1926 raggiunsero le 500 unità.

I collegamenti furono assicurati da 32 nuovi km di strade e il pietrame necessario per la costruzione fu estratto dalle cave del monte Arci. Una nuova rete elettrica di 67 km, fornì energia in tutta l’area di bonifica e quindi anche ai sei grandi aratri elettrici con i quali vennero dissodati 4.000 ettari di steppa cespugliata.

Alle sei aziende fu annesso un caseificio dotato di macchinari moderni, di un frigorifero e di locali atti alla salagione e conservazione del formaggio.

L’azienda nel suo complesso, articolata in sei aziende minori, si estendeva per circa 8.000 ettari, 3300 dei quali occupati da stagni, paludi e acquitrini. In questo ambiente inospitale, già nell’annata 1921, furono lavorati quasi 200 ettari con colture varie: 68 a cereali, 26 a frumento, 11 a orzo, 31 ad avena, 43 a fave, lupini e cicerchie, 10 a ortaglie e mais, a foraggere. Accanto all’attività agraria, ebbe inizio l’attività di allevamento del bestiame, vacche da latte e incroci tra razza locale e svizzera. Vennero inoltre acquistati 2 motoaratrici, 35 aratri, 19 erpici, 8 carri e carrette e 2 carrozzini, 1 falciatrice, 3 mietitrici, una trebbiatrice, oltre ad una dotazione di attrezzi minori.

I vigneti nel 1924 si estendevano per 239 ettari, tanto che l’azienda poteva progettare l’esportazione dei prodotti dell’Isola, come scriveva Gervaso: «L’azienda è ormai una delle prime Sardegna ed ha un lusinghiero avvenire sia per il commercio delle americane, sia per il commercio delle uve da tavola, di cui sono esperimento numerose varietà, sia per il commercio dei vini scelti, superiori alla concorrenza ordinaria» (cit. in Pisu: 131, 141).

Dal 1925, sotto la guida dell’agronomo Aldo Pavari, venne dato il via a un programma di difesa dal Maestrale e dallo Scirocco, che arrecavano gravi danni alle colture, basato sull’impianto di fasce frangivento di eucaliptus con la densità di 300 piante per ettaro.

10. Fattorie diffuse

Nella primavera del 1922, attraverso l'area in via di bonificazione, distanti dieci metri l’uno dall’altro, vennero tracciati due solchi paralleli, che, all’incirca, corrispondono alle attuali cunette laterali della strada asfaltata che porta al centro cittadino e divide, per lungo, in due settori la bonifica. Su questa arteria principale si innestarono successivamente altre 56 strade: 28 verso ovest, in direzione del mare, ed altrettante verso est, tutte a perfetto angolo retto col rettifilo e distanti 400 metri l’una dall’altra.

Partendo da zero, tutte le strade vennero contrassegnate da un numero progressivo: la prima, cioè la strada zero, è quella che porta al centro colonico di Linnas. Le strade pari, in pratica ogni ottocento metri, sono tutte asfaltate, mentre quelle dispari, fatta eccezione per la strada n. 3 che dal rettifilo porta alla idrovora di Luri, sono sterrate in quanto, ora come allora, servono per il transito del bestiame, dei carri agricoli e dei mezzi cingolati.

Tale disposizione delle vie di comunicazione era funzionale alla suddivisione delle sei aziende di grandi dimensioni (Tanca Marchese, S’Ungroni, Alabirdis, Pompongias, Linnas, Torrevecchia) in aziende più piccole da attrezzare e affidare a singole famiglie, in vista di un ottimale sfruttamento delle risorse. Così, l’intera azienda, venne articolata in un complesso di poderi di 400x100 metri, predisposti sul retro delle case coloniche a toccare le strade dispari (quelle a fondo naturale) che sono indispensabili per tutte le operazioni di lavoro, in questo modo, infatti, si accede alla fattoria dal lato del cortile, senza bisogno di impegnare la strada pari (Piscedda: 28).

Casa colonica

5. Casa colonica

Le case coloniche dei poderi per famiglie di non più di sette membri erano composte di tre locali, cucina, tettoia, forno, pozzo, latrina, stalla, concimaia, pollaio, ricovero per gli attrezzi e per il bestiame. Per famiglie con più di 7 membri e non oltre 14, la casa di abitazione doveva avere un numero doppio di locali. Alle famiglie appartenenti al primo gruppo era assegnata un’area di 12 ettari e un’area doppia a quelle del secondo gruppo. Erano previsti un medico e una levatrice residenti nel villaggio, coadiuvati dalle Suore di carità (Pisu: 187).

11. Arrivano i coloni

Tra il 1927 e il 1928 cominciarono ad arrivare i primi coloni a popolare le case, coltivare i poderi, allevare gli animali. Nel corso degli anni ne arrivarono molti altri, pochissimi sardi, molti veneti. Sulla base di un accordo tra il prefetto Pietro Giacone di Rovigo (che visitò l’area di Terralba nel dicembre 1927) e Giulio Dolcetta, nel quadro delle politiche agricole e demografiche del fascismo, ai braccianti, ai contadini, ai disoccupati del Polesine venne proposto di diventare coloni e mezzadri nell’area in via di bonificazione della piana di Terralba.

Arrivavano da soli, in esplorazione per verificare le condizioni di lavoro e remunerazione, lavoravano per sei-sette mesi come braccianti, operai, sterratori, carriolanti, e poi decidevano se rientrare nel paese d’origine in via definitiva o solo per portare in Sardegna il resto della famiglia. Alcuni scelsero di andarsene, altri furono rispediti a casa perché malati o debilitati, altri vollero restare.

Questi ultimi tornavano allora in Sardegna per la seconda volta con moglie, figli, genitori, fratelli, sorelle, nipoti, in treno fino alla stazione di Marrubiu e poi, dopo una breve sosta a Tanca Marchese, luogo di accoglienza e smistamento, su carri e carrette tirati da buoi e cavalli, si avviavano verso il luogo di destinazione, il podere con la casa colonica tra i campi, la cui sistemazione era ancora in via di completamento.

«Mia madre Felicia, stremata e nella confusione più completa (pianto di bambini, urla, bagagli e masserizie, dialetti e lingue strane, mosche e insetti), con mio fratello (appena nato, già emigrante) in braccio e Biagio attaccato alle gambe, scoppiò a piangere e voleva tornare a casa in Sicilia. Mio padre riuscì a calmarla» (cit. in Angioni: 255).

«Intorno alla bella e spaziosa casa poderale abbiamo preso in affitto 15 campi per 5.500 lire annue; qui si fanno due raccolti l’anno a seconda delle varietà coltivate. Per ora comunque è tempo di magra ma non si muore neanche; sempre meglio di colà (a Fossalta di Piave) quando è grassa! Prenderemo le indispensabili vacche per le quali non abbiamo problemi di fieno, basta seminare e si raccoglie ladino falciato fino a dici volte l’anno grazie all’irrigazione sempre a disposizione e compresa nel prezzo d’affitto. Si è già raccolto sette quintali di granturco e altrettanto di patate; il mese venturo stimiamo di raccogliere dai 4 ai 6 quintali di barbagigi e peperoni e melanzane in buona quantità. Ho già piantato 4mila asparagi, qualche migliaio fra verze-cavoli-lattughe e anche una buona quantità di radicchio, ma mi mancano quello rosso trevisano, piselli nani e aglio turco. Abbiamo cominciato a trapiantare circa 20mila cipolle e, naturalmente, seguiranno tutte le altre ortaglie» (da una lettera del 18 ottobre 1932, cit. in Angioni: 316-317).

«Noi siamo venuti da Pordenone nel 1928, anzi, mio padre é venuto nel ‘28, poi ha portato giù la famiglia nel 1930. […] Quando siamo arrivati a Marrubiu c’era una carretta che ci aspettava e ci hanno portato a casa. C’erano ancora i muratori. La casa era completamente vuota. Un tavolo, tante persone, tante sedie, tante reti, e un comò. Intorno era tutto deserto, e palude, non c’erano strade. Era una desolazione. C’é voluto solo il nostro coraggio a restare. Abbiamo tentato. Quando uno usciva e tornava a casa doveva mettere qualcosa fuori dalla porta sennò si perdeva. Tanti di notte non riuscivano a tornare a casa e dovevano cercare tutta la notte. Noi eravamo in 9 e avevamo 3 camere e cucina, Non c’era acqua. C’era un rubinetto per ogni strada» (cit. in Capraro).

A metà ottobre del 1928 si contano 106 poderi con case coloniche sparse, condotti da 82 famiglie continentali (736 componenti) e 10 poderi condotti da 9 famiglie sarde (52 componenti) (Angioni: 279).

Tra il 1929 e il 1930 si ha l’afflusso più consistente di famiglie; nell’anno agrario 1930-1931 arrivano altre 40 famiglie di 381 componenti, con questa provenienza e consistenza (la prima cifra indica il n. delle famiglie il secondo il n. dei componenti): Venezia 7-64, Vicenza 2-18, Rovigo 5-57, Udine 1-11; Mantova 5-55, Forlì 9-80, Agrigento 8-72, Cagliari 3-24 (Pisu: 192).

Maria Carmela Soru calcola che al 29 aprile 1929 nell’aerea della bonifica vi siano: 27 famiglie polesane, 65 vicentine, 1 mantovana, 18 sarde, per un totale di 111 famiglie, distribuite in 64 unità poderali (Soru 2000a: 344).

Mentre la forza operaia presente nella tenuta alla data citata risulta di 1.324 unità: 769 sardi e 555 continentali; da Terralba e Marrubiu affluivano altri 300 operai avventizi giornalieri.

Sempre secondo i dati riportati da Maria Carmela Soru, al 1° gennaio del 1930 si contano 30 famiglie polesane, 11 vicentine, 16 veneziane, 8 friulane, 12 siciliane, 2 mantovane, e altre maremmane, per un totale di 90 famiglie e 790 componenti che conducono 115 unità poderali (Soru 2000a: 344). Dal testo non si ricavano notizie sulle altre 54 famiglie vicentine e le 18 sarde presenti nell’aprile dell’anno precedente.

12. Perché Dolcetta per popolare le aree bonificate chiama i Veneti e non i Sardi?

Dal 1918 migliaia di operai, braccianti, sterratori, contadini di Terralba e dei paesi vicini avevano lavorato alla bonifica per disboscare la macchia, colmare paludi e acquitrini, costruire canali, argini e strade, dissodare terreni, impiantare alberi, ma al momento di insediare i coloni nei poderi Dolcetta ritenne opportuno farli arrivare dal settentrione, soprattutto dal Veneto. Perché?

Dolcetta spiegava l’esclusione dei Sardi e la selezione regionale a questo modo: «Sarebbe tanto più comodo per la società di servirsi molto più largamente di famiglie sarde; contrasta però, in generale, con questa aspirazione, la scarsissima forza lavorativa che le famiglie sarde presentano. Le cause di questo fenomeno risiedono, a parer nostro, nello spiccatissimo individualismo dei sardi, che esclude l’associazione e la convivenza fra parenti, largamente praticata invece dai continentali di alcune regioni e che permette a questi di presentare famiglie con una più forte percentuale di individui atti al lavoro in confronto agli inabili (vecchi e bambini). E questo, come ognuno comprende, è di estrema importanza per la colonizzazione in terreni irrigui, che richiedono molto lavoro, nuovi, che devono ex-novo essere dotati degli ora costosissimi locali di abitazione» (cit. in Mignone: 99).

Famiglia di Cesare Milan

6. Famiglia di Cesare Milan, originaria di Porto Tolle in provincia di Rovigo.
Venne insediata in un podere della bonifica nel 1929

Le scelte di Dolcetta derivarono anche dalla considerazione che i Sardi o, almeno, i Terralbesi, abituati ad abitare e vivere in comunità nel paese, non avrebbero acconsentito a spostarsi permanentemente nelle case coloniche dei poderi e rinunciare a quella socialità che la vita del paese assicurava. I Terralbesi, secondo uno di loro, in bonifica avrebbero speso «Scetti sa giorrunada» per poi «torrai a bidda», lavorare la giornata, certo, ma poi si torna in paese! (Angioni: 145).

Dolcetta, in proposito, sembrava avere le idee chiare: «Sino ai più recenti studiosi (le deplorazioni sono ultrasecolari) tutti hanno messo in evidenza questo grave vizio dell’organismo agricolo sardo, per cui i proprietari “stanno” sul fondo il tempo necessario a coltivarlo, “vivono” nel centro popolato (in paese) e ciò con tutte le inevitabili conseguenze della scarsa sorveglianza e diligenza, della insicurezza delle campagne, dei facili e frequenti danneggiamenti alla proprietà, della grande perdita di tempo sottratto al lavoro utile sul campo» (cit. in Angioni: 225).

C’è ancora un’altra considerazione che può spiegare l’esclusione dei Sardi e dei Terralbesi; le condizioni di lavoro e di esistenza nelle terre coloniche, soprattutto nei primi anni, erano durissime e non pochi coloni decisero di tornare nei paesi d’origine; tra il 1927 e il 1954 lasciarono l’azienda, 256 famiglie su 753 (Soru 2000a: 344). La vicinanza di Terralba, nelle considerazioni della SBS, avrebbe potuto determinare un vero e proprio abbandono in massa dei poderi.

Da non trascurare, infine, il contesto italiano nel quale l’ideologia dell’antiurbanesimo, il ruralismo e la crisi del ’29 davano particolare significato alla politica di “sbracciantizzazione” del fascismo. La crisi generale aveva causato un forte diminuzione degli occupati nelle campagne, dove i più colpiti furono i braccianti. Il timore che nella Valle Padana potessero reinnescarsi le lotte bracciantili del dopoguerra e, insieme, la considerazione che i braccianti costituivano una categoria «sostanzialmente estranea alla compagine della vita agricola, ai suoi interessi più profondi, alle sue aspirazioni più radicate» (Serpieri cit. in Di Michele: 264-265) portò a un vasto programma che prevedeva l’allontanamento dei braccianti padani dalle terre d’origine tramite emigrazione organizzata, distribuzione nelle zone di bonifica, l’assegnazione di lotti di terreno e la loro trasformazione in mezzadri.

13. Mussolinia di Sardegna

Centinaia di nuovi poderi e di aziende famigliari, migliaia di coloni, impiegati, tecnici, dirigenti rendevano oramai necessario un centro urbano che, oltre a collegare, coordinare, dirigere il complesso delle attività economiche, offrisse tutti i servizi sociali e culturali di cui aveva bisogno la nuova comunità in crescita nella piana di Terralba.

Nella zona centrale della bonifica, denominata Alabirdis, venne così creato il primo nucleo urbano che ebbe, a differenza delle altre città fondate dal fascismo, uno sviluppo predefinito, perché i nuovi edifici vennero inseriti nel reticolo costituito dall’asse viario centrale, dalle strade perpendicolari che portavano ai poderi, dai canali e dalle fasce frangivento.

Alla presenza del Ministro delle comunicazioni Costanzo Ciano, in rappresentanza del Re e del Governo Mussolini, venne inaugurato il 29 ottobre 1928 il nuovo abitato «a cui il Duce ha consentito si desse il Suo nome», Villaggio Mussolini.

Mussolinia, Municipio

7. Mussolinia, Municipio

Tra il 1928 e il 1931 Carlo Avanzini realizzò i principali edifici pubblici di Mussolinia: scuola elementare, dopolavoro, casa degli impiegati, villa del presidente, villa del direttore, sede SBS, municipio, ospedale, mulino, silos, mercato civico, albergo. Questi edifici, caratterizzati da un certo ecclettismo, ricordavano i luoghi di origine dei coloni e poco avevano a che fare sia con l’architettura del fascismo che con quella sarda locale.

Il fascismo cominciò a marcare la propria identità a Mussolinia a partire dal 1933, quando Giovanni Battista Ceas iniziò la costruzione degli edifici pubblici secondo le linee del regime: la casa del fascio, la torre littoria, la casa del balilla, la caserma della milizia.

Il Villaggio Mussolini (ex centro di Alabirdis) che – insieme con gli altri centri agricoli di Tanca Marchese, Linnas, S’Ungroni, Pompongias, Torrevecchia – erano frazioni di Terralba, vennero costituiti in comune autonomo il 15 marzo 1931 con il nome di Mussolinia di Sardegna (Arborea dal 17 febbraio del 1944). Il territorio del nuovo comune venne ricavato soprattutto da quello di Terralba, che vide ridursi il suo da 13.479 a 3.487 ettari, mentre quello di Mussolinia si estendeva su 11.201 ettari con una popolazione di 2.213 abitanti (Soru 2000a: 353, 371; Angioni: 395, 405).

Per amministrare il nuovo comune il prefetto di Cagliari nominò un commissario, ma dal 1° gennaio 1932 Giulio Dolcetta, consigliere delegato della SBS, sarebbe stato il primo podestà di Mussolinia, la quale, non a torto, poteva ormai essere definita una comunità aziendale, dato che a dirigere gli organi comunali vennero chiamati sempre uomini della SBS: Commissione edilizia (Giulio Dolcetta, Luigi Smania) Commissione tasse locali (Ottavio Gervaso, Rosolino Guindani), Commissione commercio (Ottavio Gervaso, Renato Mesirca).

La Sbs aveva intanto riscattato i terreni avuti in enfiteusi versando al comune di Terralba la somma di lire 1.592.725, che, quasi per intero, venne girata al nuovo comune di Mussolinia in seguito alla ripartizione del territorio (Angioni: 395).

14. La rivalsa degli agrari e nuovi orientamenti nel fascismo in Italia e in Sardegna mettono in crisi il progetto di riformismo meridionalistico

Il progetto di bonifica della piana di Terralba, pur in mezzo a numerose difficoltà finanziarie, tecniche, organizzative, fino alla seconda metà degli anni Venti procedette abbastanza speditamente e secondo gli obbiettivi iniziali, ma a partire da quel momento Dolcetta e la SBS dovettero far fronte a un attacco concentrico condotto dai proprietari terrieri e da esponenti del sardo-fascismo in rappresentanza di forze che si pretendevano autonomistiche e antimonopoliste. Ma vale anche per il sardismo di tali gruppi quel che Giuseppe Barone ha osservato sul sicilianismo: «il sicilianismo, come le altre incarnazioni del regionalismo meridionale, costituisce in questi anni una pesante armatura ideologica con cui la grande proprietà terriera difende i tradizionali meccanismi di controllo politico da ogni concreta alternativa di rottura dall’alto (lo stato) o dall’esterno (il capitale finanziario) del vecchio ordine sociale (Barone 1981: 78)

Nell’Italia meridionale (e certo non solo in Sardegna), di fronte ai successi del capitale finanziario nell’acquisizione dei diritti di bonifica, i proprietari si riorganizzarono e costituirono nel 1924 un Comitato promotore dei consorzi di bonifica dell’Italia meridionale e insulare, presidente Ferdinando Rocco, che criticava la scelta di conferire il diritto di esproprio non allo Stato o a una pubblica amministrazione, non a consorzi di proprietari, ma a privati speculatori che consideravano il Meridione una terra di conquista. I proprietari rivendicavano il controllo diretto delle risorse statali impiegate nel risanamento delle terre paludose del Sud agitando parole d’ordine come “la bonifica con i proprietari” e “il Sud e le isole possono e debbono fare da sé” (Pisu: 168).

Nello scontro tra capitale finanziario settentrionale e agrari meridionali, alla fine il fascismo si schierò con questi ultimi; tant’è che il decreto legge del 1924 elaborato da Arrigo Serpieri – che riconosceva alle società private esecutrici di opere di bonifica il diritto di espropriare tutti gli immobili del comprensorio sostituendosi ai proprietari – venne soppiantato nel 1925 da un altro che accordava in ogni caso al consorzio dei proprietari la preferenza delle opere di bonifica, rispetto ai privati e alle società.

Inoltre, gli agrari consorziati, in qualunque stadio dell’istruttoria e sino alla emanazione del decreto di concessione, potevano subentrare a qualsiasi altro singolo imprenditore, cui sarebbero state solo rimborsate le spese per i rilievi, gli studi, i progetti, le procedure di concessione già compiuti e avviati.

La Sardegna ebbe una parte importante nel movimento dei consorzi, tanto che il Comitato organizzò a Sassari nel novembre del 1926 un convegno, nel corso del quale venne ribadita l’opzione di fondo in difesa di una bonifica "con i proprietari", rinfocolando la polemica regionalistica, antimonopolista, antindustrialista contro il capitale speculativo continentale.

Sull’onda di un riconquistato protagonismo, quindi, i proprietari sardi crearono i consorzi di Guspini-Pabillonis, quelli di destra e di sinistra del Tirso e il consorzio di Simaxis. Tutti operanti nella vasta area del comprensorio di Oristano, che la SBS considerava però teatro del suo intervento complessivo.

Nel 1927 il Consorzio dei proprietari delle terre a destra del Tirso riuscì ad ottenere il primo lotto per l’arginatura del fiume, alla quale era interessata anche la SBS. La Direzione delle acque del Ministero dei Lavori Pubblici era del parere che la trasformazione fondiaria del Campidano di Oristano dovesse essere realizzata dalla SBS, ma la spuntarono i proprietari sostenuti da un vasto fronte che comprendeva il Consorzio, l’Amministrazione provinciale di Cagliari, il Provveditorato alle OOPP per la Sardegna, i deputati Putzolu e Cao di San Marco.

Lo stesso fronte riuscì poi a far slittare le concessioni alla SBS dei lavori sulle terre a sinistra del Tirso, nonostante le domande relative fossero state presentate fin dal 1922.

Il sottosegretario di Stato per la bonifica obbligò la SBS a cedere ai consorzi di proprietari anche alcuni progetti esecutivi già pronti, dietro il solo rimborso delle spese sostenute. Anche nella Sardegna orientale, nelle zone del Sarrabus e di Muravera, dove si erano costituiti altri consorzi, quello dell’agro di San Vito e Muravera e quello del Basso Flumendosa, si verificarono analoghe situazioni.

Così, nel 1928 i consorzi risultavano interessati a 112.000 ettari nella sola provincia di Sassari.

Ma i proprietari consorziati non avevano in alcun modo le risorse tecniche, progettuali, finanziarie, né la credibilità e la solvibilità per l’accesso diretto al credito che li mettesse sul serio in grado di varare e realizzare i piani di bonifica per i quali rivendicavano la propria candidatura.

Finanziato dal Credito italiano venne allora creato un Istituto sardo per la bonifica integrale (ISBI), il quale in poco tempo, tramite convenzioni con i consorzi, compromessi con i proprietari e con l’appoggio di esponenti di primo piano del fascismo locale come Putzolu e Cao di San Marco, riuscì a mettere le mani su una quantità rilevante degli interventi di bonifica e delle sovvenzioni statali di pertinenza.

Nel 1933 il commissario del consorzio Guspini-Pabillonis respinse le offerte della SBS per accettare quelle dell’ISBI.

In estrema sintesi, il meccanismo risultava così congegnato: l’ISBI garantiva ai consorzi operanti sul territorio l’attuazione dei progetti esecutivi, ottenendo in cambio l’appalto di tutte le opere di bonifica con i relativi contributi pubblici e privati. Una volta ottenuti i lavori, l’ISBI li subappaltava ad imprese legate al Credito Italiano: Ferrobeton, Almagi, Tosi, Riva (Mignone: 108; Pisu: 289).

Così l’ISBI riuscì in poco tempo a soppiantare in Sardegna la Banca commerciale che aveva finanziato la Società delle Bonifiche Sarde; e, di fatto, le bonifiche rimasero nelle mani del capitalismo finanziario continentale, ma con una partecipazione maggiore agli utili (non ai progetti e ai lavori) dei proprietari terrieri sardi e una maggior controllo dei finanziamenti statali da parte di alcuni esponenti del fascismo isolano.

Ma il nuovo protagonismo della proprietà terriera sarda e la creazione dell’ISBI implicavano anche distorsioni e aumento dei costi come ebbe a chiarire in una lettera Giulio Dolcetta: «In sostanza l’esecuzione diretta delle opere tecniche da parte del Consorzio scompare (e con essa la scontata economia dei proprietari e in gran parte anche il loro effettivo controllo sulla convenzione e sulla opportunità delle opere stesse). Scompare ogni funzione finanziaria del consorzio perché ogni onere relativo viene assunto dall’Istituto, il quale, funzionando esclusivamente come un intermediario di dubbia figura, lo travasa integralmente all’assuntore dei lavori (nel caso Ferrobeton). In questa catena, sia l’Istituto sia il Consorzio si pigliano una quota fissa e stabilita del prezzo di accollo: in pratica, nel caso destra del Tirso, il consorzio piglia il 14% circa e l’ISBI il 5%. La Ferrobeton fa tutto (perché anche il tecnico del consorzio che tecnicamente eseguisce i progetti è quasi del tutto un altro prestanome) e si accontenta dell’81 % circa del prezzo di accollo, il che vuol dire in lingua povera che lo Stato paga e sa ufficialmente di pagare circa il 25% di più di quel che sarebbe sufficiente per decidere la Ferrobeton a fare tutto quel che fa, con una concessione diretta» (cit. in Pisu: 290).

Per di più, i lavori di bonifica, ciò che comunque si riuscì a realizzare, si frammentarono in una serie non coordinata di interventi territoriali cui mancavano oramai l’ampiezza, la complessità, l’integrazione che era all’origine dei progetti di Omodeo, Porcella, Pierazzuoli, Dolcetta.

Il fatto è che non pochi consorzi erano sorti non per attuare le bonifiche ma per impedirle, come riferì nel 1926 Gabriello Carnazza, ministro dei lavori pubblici nel primo governo Mussolini; infatti, precisò Carnazza, dal 1918 al 1926 i consorzi nell’Italia settentrionale avevano bonificato 271.000 ettari di terreno, contro gli 80 ettari nell’Italia meridionale (Checco: 32).

I consorzi, presto burocratizzati e appesantiti da un imponente apparato privo di competenze manageriali, drenando le risorse statali e deviandole dagli impieghi produttivi, diventarono sempre di più e principalmente strumenti di controllo e di intermediazione politica locale.

Il 1925 fu un anno di svolta: l'opposizione che agrari meridionali e consorzi di bonifica svilupparono negli anni 1925-1929 e il conseguente ribaltamento delle politiche agrarie del fascismo produssero un declino tecnico e qualitativo degli interventi e una sistematica deviazione dai principi che ingegneri capaci e prestigiosi come Omodeo avevano ritenuto fondamentali per un intervento produttivo nelle campagne meridionali: sistemazione idrogeologica del territorio a monte, costruzione di sbarramenti, produzione e distribuzione di energia per usi civili, industriali e agricoli, trasformazione agraria dei terreni a valle dovevano essere realizzazioni integrate e contestuali. Lo stesso Omodeo, con tutto il suo staff tecnico, negli anni Trenta si trasferì in Unione Sovietica perché chiamato a progettare grandi sbarramenti a scopo irriguo.

L'irruzione della grande proprietà nelle opere di bonifica – disgregando un assetto che aveva visto Stato e privati, politici e tecnocrati, finanza e burocrazia uniti nel promuovere un complesso progetto di riformismo meridionalistico – determinò di fatto la trasformazione dell'intervento statale in un semplice programma di opere pubbliche quasi interamente finanziate dallo Stato, cui non seguì né trasformazione agraria né rinnovamento colturale, vanificando, ciò che più conta, gli sforzi intrapresi per innescare nel Meridione meccanismi di sviluppo autonomo e autopropulsivo (Checco: 183, 187).

15. La crisi della SBS

Le rivendicazioni dei consorzi dei proprietari terrieri sardi trovarono interessati difensori in alcuni esponenti del fascismo cagliaritano e sassarese – Putzolu, Cao di San Marco, Marghinotti –, i quali alimentarono l’opposizione a Dolcetta e alla SBS con l'obbiettivo di riacquisire il controllo dei finanziamenti statali, necessario per ricostruire e potenziare le clientele locali, e dunque per consolidare posizioni di potere nell’ambito del fascismo sardo.

Come ha riassunto Barone: «Un intervento così massiccio del capitale finanziario nell’Isola si scontrava non solo con le resistenze della grande proprietà assenteista, ma anche con la più marcata diffidenza delle gerarchie fasciste che temevano di vedere estromesso il PNF dai principali gangli del potere economico» (Barone 1981: 71).

Gli attacchi coordinati dei proprietari terrieri, dei gerarchi fascisti, di alcuni settori della pubblica amministrazione minarono il piano generale di bonifica della SBS, disarticolando il nesso tra sistemazione idraulica e trasformazione fondiaria non solo nell’area del Campidano di Oristano, ma anche nell’area della piana di Terralba, dove i lavori erano iniziati nel 1918.

Le domande dei consorzi dei proprietari di gestire direttamente o indirettamente gli interventi nelle terre incluse nel piano generale di bonifica della SBS determinarono un cospicuo allungamento dei tempi delle istruttorie ed enormi ritardi nelle concessioni, con il conseguente rallentamento di quei finanziamenti statali che avrebbero consentito di completare e rendere compiutamente produttive le aziende agricole della SBS (Tognotti: 156).

La concessione dei lavori di Santa Giusta nel territorio a sinistra del Tirso giunse nel luglio del 1928, a sette anni di distanza dalla domanda presentata dalla SBS e ad oltre tre anni dalla sua ammissione ad istruttoria.

La SBS, che nel 1921-25 aveva ricevuto concessioni per sei lotti, nei successivi quattro anni, dal 1926 al 1929, ne ebbe solo due, dopo istruttorie che erano durate mediamente due anni. Ciò aveva costretto la società ad anticipare i lavori e i capitali occorrenti su semplici e più o meno espliciti affidamenti delle autorità competenti.

Nel 1929 Giulio Dolcetta mise in evidenza come gli utili derivanti dai lavori ottenuti in concessione dallo Stato, fossero stati inesorabilmente erosi dagli interessi che la società era costretta a pagare per anticipo dei capitali e in attesa della riscossione delle annualità statali (Checco: 47-49).

Nel breve volgere di due anni il massiccio aumento dei lavori statali a favore dei consorzi dei proprietari e le lungaggini burocratiche causate dal moltiplicarsi delle domande di concessione, determinarono una situazione di crisi, che veniva, per di più, a collocarsi all’interno di una fase difficile a livello nazionale e internazionale. Si verificarono così pesanti ripercussioni sull’assetto finanziario della SBS, tanto che l’azienda agraria, pur presentando buoni risultati sia dal lato tecnico che da quello agricolo, non offriva però alcuna remunerazione al capitale azionario, mentre la situazione debitoria nei confronti della Società Elettrica Sarda diventava sempre più preoccupante, anche per l’aumento continuo del costo del denaro (Pisu: 293-294).

Inoltre, come chiariva Dolcetta, l’allestimento dell’azienda agricola era ancora da completare, per cui le rese non ancora ottimali non potevano garantire l’autonomia finanziaria; per il completamento e per la conquista dell’autonomia occorrevano ancora un paio di anni, almeno fino al 1934. Bisognava allora non rallentare, ma intensificare gli interventi fino a rendere operativi gli impianti di irrigazione e attuare in modo completo ed efficiente la trasformazione agraria e la colonizzazione del comprensorio di Terralba. Ma ciò implicava che gli azionisti dovevano continuare a investire senza pretendere una remunerazione immediata del capitale impegnato.

In questa situazione, resa più complicata dall’entrata in scena dell’lSBI, nella Società Elettrica Sarda, che deteneva il pacchetto azionario di maggioranza, maturò la decisione di non sostenere più la SBS e di sacrificare i progetti di Dolcetta. I tentativi di quest’ultimo di ottenere nuove aperture di credito e una trasformazione della situazione debitoria in partecipazione azionaria furono decisamente respinti dal presidente della SES, Alberto Beneduce (che era anche membro del consiglio di amministrazione della SBS), unicamente preoccupato di difendere gli interessi degli elettrici e della Comit.

La sostanza dello scontro tra Alberto Beneduce e Giulio Dolcetta, al di là delle componenti personali, consisteva nel fatto che il primo aveva come obbiettivo la salvaguardia dei capitali investiti e la loro immediata remunerazione, mentre il secondo affidava al comprensorio di Terralba l’ambiziosa funzione di fungere da moltiplicatore e centro propulsore di sviluppo dell’intera economia sarda (Pisu: 301).

16. Giulio Dolcetta esce di scena, ma lascia un’importante eredità

Le scelte di Beneduce, che comportavano una forte riduzione degli impegni dei finanziatori, l’attacco degli agrari e dei gerarchi fascisti sardi, il favore del governo centrale accordato ai consorzi, i ritardi nella concessione dei finanziamenti già accordati e il rifiuto di altre concessioni convinsero Dolcetta che non era più possibile continuare fino al completamento del suo originario e complessivo progetto.

In una lettera del 22 dicembre 1932 Dolcetta era sbottato: Beneduce «desidera vivamente di “sbarcarmi”. Non si può stare in chiesa a dispetto dei Santi e non posso attendere di essere cacciato!», ma lasciava aperta la porta alla speranza in un intervento risolutivo di Mussolini: «Io sono sempre fiducioso nell’immancabile successo dell’impresa di Mussolinia […] se essa dovesse in un modo o nell’altro essere tolta effettivamente all’influenza di chi ora la controlla senza amore [Beneduce], io per mio conto sarei sempre felice di dedicarle seriamente l’opera mia, senza pregiudiziali di convinzioni malgrado la grandissima modestia dei miei mezzi personali» (cit. in Checco: 122)

Ma non ci fu alcun intervento che andasse nella direzione auspicata, per cui Dolcetta decise di presentare le dimissioni da presidente della SBS nella riunione del consiglio di amministrazione del 28 dicembre 1932.

In sede di discussione Dolcetta tornò sull’importanza dell’obiettivo di arrivare ad una sistemazione completa dell’azienda in modo che potesse tranquillamente considerarsi autonoma finanziariamente e produttrice di reddito; ribadì la possibilità di realizzare il capitale investito mediante il passaggio della proprietà delle 300 singole aziende mezzadrili agli stessi coloni; e «infine delineò la sua concezione dell’opera finora svolta e del futuro che presagiva per i coloni di Terralba: non l’instaurazione definitiva della mezzadria come meta finale dell’opera di bonifica integrale, ma la realizzazione integrale di una diffusa ed efficiente piccola proprietà tecnicamente e modernamente dotata di macchine e cultura tecnica» (Pisu: 310-311).

In una lettera del 1° gennaio 1933 Dolcetta così conclude: «È oramai deciso che io lascio il gruppo sardo e le Bonifiche. I motivi sono quelli già accennati che si riassumono nella impossibilità di conciliare le mie vedute con quelle che prevalgono fra i "padroni" della finanza del gruppo stesso» (cit. in Pisu: 315).

Amareggiato, Giulio Dolcetta partirà dalla Sardegna nel luglio 1933, lasciando in eredità un’opera gigantesca di trasformazione territoriale, agraria e umana della cui vitalità è possibile ancora oggi rendersi conto anche solo attraversando velocemente la piana di Arborea. Certo, opera straordinaria, ma incompiuta, come la sentirà lo stesso Dolcetta, perché rimasta isolata e priva di quegli effetti moltiplicatori che avrebbero dovuto diffondersi non solo nel Campidano di Oristano ma in tutta l’economia della Sardegna.

In fin dei conti, Dolcetta aveva scommesso sulla possibilità che un gruppo integrato di imprese – finanziarie, elettriche, agrarie, edili – e il loro implicito modello organizzativo e di lavoro potessero modificare dall’alto i termini della questione sarda (Tognotti: 149), creando non solo nuovi centri di sviluppo industriale e agricolo, ma anche innescando un processo autopropulsivo che avrebbe coinvolto l’intera economia e società della Sardegna.

La bonifica della piana Terralba verrà completata nei decenni seguenti sotto la guida di Piero Casini, che aveva assunto la direzione della SBS; ma dopo Dolcetta diventò, nei programmi e nella politica del fascismo, un’altra cosa. Era intanto naufragato il grande progetto modernizzatore di Omodeo e della tecnocrazia nittiana, che aveva indirizzato nel Mezzogiorno i capitali degli elettrici; naufragio nel quale era finito anche il processo generale di trasformazione dell’economia sarda legato al riassetto idrogeologico dei bacini dei fiumi e allo sfruttamento elettro-irriguo delle acque ingabbiate.

Ma, per concludere, «Anche se l’utopia modernizzatrice di Omodeo e di Dolcetta non si attuò pienamente, le profonde trasformazioni del paesaggio agrario dei Campidani sarebbero comunque rimaste come positiva eredità all’Italia repubblicana» (Barone 1986: 315).


NB Il neretto è sempre dell'autore dell'articolo.

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Fonti delle immagini

1: Rinvio al sito

2: Nitti, Omodeo, Turati

3: Rinvio al sito

4: Marcello Stefanini, M. Gabriella Da Re, Paolo Sanjust, Le vie dell'acqua, Iges, 2009.

5, 6: Antonio Michele Angioni, Arborea, PTM, Mogoro 2004.

7: Rinvio al sito