di Vincenzo Medde

Trattamento di acque ed erbe palustri

Acque ed erbe palustri vengono irrorate con il DDT

 

Furat chie benit dae su mare1… Per una volta (ma, a contarle bene, sarebbero più d’una), chi veniva dal mare – Americani e “continentali”, insieme nel “Sardinian Project” – sbarcava nell’Isola non per rubare, ma per realizzare un esperimento che avrebbe liberato i Sardi da una malattia antichissima, la malaria.


INDICE
1. La sconfitta della malaria in Italia e il ruolo del DDT
2. Il Sardinian Project: «Oggi in Sardegna, domani nel mondo»
3. Le ambiguità del progetto
4. La prima fase del progetto: Kerr sovraintendente
5. La seconda fase del progetto: Logan sovraintendente
6. Il Progetto Sardegna: fallimento o successo?

7. Quanto fu efficace il DDT in Sardegna?
8. Quanto fu nocivo il DDT?
9. Non solo insetti
10. La Sardegna dopo la malaria
Sigle e organizzazioni
Bibliografia

1. LA SCONFITTA DELLA MALARIA IN ITALIA E IL RUOLO DEL DDT

Nel giugno del 1945 Alberto Missiroli, eminente malariologo italiano, fece un annuncio strabiliante: in cinque anni la malaria, morbo endemico da millenni, sarebbe scomparsa dall’intero territorio nazionale. L’ottimismo di Missiroli era dovuto alla riscoperta (era conosciuto dal 1873) e riutilizzo di un composto chimico, il DDT, impiegato dagli Americani prima a Napoli nel dicembre del 1943 per combattere un’epidemia di tifo, poi contro le zanzare a Castel Volturno, sempre in Campania, quindi nell’Agro Pontino ancora contro gli anofeli. I risultati furono pienamente convincenti: «Nel gennaio del 1944 – dichiarò un esperto – un milione e 300 mila persone furono trattate con il DDT e in tre sole settimane si riuscì a domare l’epidemia di tifo» (Snowden, p. 276). Altrettanto positiva la sperimentazione a Castel Volturno e nell’Agro Pontino.

Gli Americani si convinsero che la malaria fosse principalmente una questione di insetti, a debellare i quali il DDT era più che sufficiente; anche se, per la verità, si era usato in modo massiccio il composto chimico senza conoscere né le conseguenze a lungo termine, né i possibili effetti collaterali su uomini e animali.

Nonostante il successo della “soluzione americana” (la sola arma chimica basta a sconfiggere la malaria), molti restavano convinti che l’”approccio ecclettico” tipico della tradizione terapeutica italiana (riforme sociali, bonifica del territorio, investimenti agricoli, alfabetizzazione, assistenza sanitaria, uso del chinino, infine anche, ma non solo, il DDT) fosse ancora la soluzione più adatta per eliminare alla radice le cause del permanere dell’infestazione anofelica e dell’infezione malarica.

In effetti, sia nell’Agro Pontino, come pure nel Veneto furono irrorate con il DDT vaste aree e in pochi anni la malaria fu davvero sconfitta; ma, all’indomani della guerra e prima dell’intervento chimico avevano cominciato ed essere riattivati le strutture e gli interventi antimalarici in atto dagli inizi del 1900: riapertura delle stazioni sanitarie, distribuzione del chinino, ripristino delle visite sanitarie a domicilio, drenaggio dei campi, pulizia dei canali, ripristino delle idrovore, cura dell’alimentazione, e così via. Dunque, secondo Snowden, sia in Veneto che nell’Agro Pontino il DDT ebbe un ruolo importante nella sconfitta della malaria, ma in un contesto territoriale e sociale nel quale i metodi articolati e differenziati di cui s’è detto avevano contribuito alla difesa del territorio e delle persone.

Insomma, nell’Italia continentale e anche in Sicilia la lotta contro la malaria venne condotta con i metodi della tradizionale scuola malariologica italiana.

2. IL SARDINIAN PROJECT : «OGGI IN SARDEGNA, DOMANI NEL MONDO»

Diverso il caso della Sardegna, dove il ruolo degli Americani e del DDT fu decisamente più importante e dove, almeno all’inizio, l’obiettivo era quello dell’eradicazione del vettore e non quello del controllo della malattia.

Per apprezzare la differenza tra eradicazione e controllo, del vettore o della malattia, e per comprendere la discussione relativa all’eliminazione della malaria in Sardegna, vale la pena seguire i chiarimenti di B. Fantini (p. 15). «In effetti, controllo ed eradicazione non stanno fra loro in relazione di grado … Si tratta, invece, di strategie alternative … Innanzitutto sono diversi gli obiettivi, perché il controllo mira alla riduzione dell’incidenza della malattia … mentre lo scopo dell’eradicazione è la cessazione totale della possibilità della trasmissione. In secondo luogo sono diverse le scale temporali e geografiche. Un programma di controllo ha una durata indefinita, mentre un’eradicazione deve essere intensa e limitata nel tempo, altrimenti ha fallito il suo obiettivo … A livello economico i costi di una politica di controllo sono ricorrenti ma bassi …, mentre l’eradicazione deve ottenere rapidamente dei risultati definitivi, a causa dei costi molto elevati».

Anche in Sardegna la guerra aveva comportato un sostanziale rallentamento, se non l’interruzione degli interventi antimalarici che fino al 1940 avevano notevolmente ridotto l’incidenza della malaria, per cui già nel 1943 i morti per malaria furono 527 contro gli 88 del 1940. Avevano contribuito alla recrudescenza la crisi alimentare, la sospensione delle opere di manutenzione delle aree bonificate, la rarefazione dell’assistenza sanitaria, l’esodo di migliaia di sfollati, soprattutto da Cagliari, a seguito dei bombardamenti del febbraio e maggio 1943, l’esaurimento delle scorte dei farmaci antimalarici.

Dopo la guerra, la ripresa della lotta contro le zanzare e la malaria avvenne in un contesto segnato dal successo nell’impiego del DDT in Campania e nell’Agro Pontino. Vi era poi l’interesse della Fondazione Rockefeller a riprodurre in un’area del Mediterraneo gli esperimenti di eradicazione degli anofeli realizzati in Brasile e in Egitto e la disponibilità dell’UNRRA a spendere in Italia 50 milioni di dollari. L’autorevole malariologo Alberto Missiroli orientò i dirigenti della Rockefeller a scegliere la Sardegna, piuttosto che Cipro, come sede di un grandioso e risolutivo esperimento: sconfiggere la malaria attraverso l’eradicazione per via chimica di una specie di zanzara, l’Anopheles labranchiae, il vettore più importante e più diffuso della malaria in Sardegna (Fantini, p. 16; Tognotti 2008, p. 269).

Un anno di contatti e discussioni, che coinvolsero anche i governi italiano e americano, portarono alla elaborazione del “Sardinian Project”, formalmente approvato il 27 novembre 1945. Il progetto era finanziato dall’UNRRA, dall’Eca, dal governo italiano e dalla Rockefeller Foundation, la quale ne assicurava la direzione scientifica tramite la sua International Health Division. Venne anche creato un ente speciale dell’Alto Commissariato Italiano per l’Igiene e la Sanità, l’ERLAAS, organo tecnico-operativo della campagna antianofelica.

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3. LE AMBIGUITÀ DEL PROGETTO

In effetti l’obiettivo del “Progetto Sardegna” fin dal momento della sua definizione conteneva un’ambiguità – non risolta neppure in fase di realizzazione – che il biologo Marston Bates ha così rudemente esplicitato: «Ho il sospetto che coloro che vi presero parte non riuscissero a distinguere se stessero eseguendo un esperimento o se stessero applicando misure sanitarie e, spesso, questa incertezza sembrava rispecchiarsi nella programmazione» (Logan, p. X). Insomma, il Progetto era principalmente orientato al controllo della malaria, oppure si trattava, in realtà, di un gigantesco esperimento volto a verificare fino in fondo se in un’area vasta come la Sardegna era possibile distruggere completamente una specie indigena come l’Anopheles labranchiae? Marcus Hall sembra credere che in effetti gli scienziati americani, affetti da hybris tecnologica, fossero interessati soprattutto alla dimensione sperimentale dell’intervento: il successo in Sardegna avrebbe giustificato l’estensione al mondo intero dell’uso del DDT per sterminare le zanzare e dunque la malaria su tutto il pianeta; «Today Sardinia, Tomorrow the World», ecco la direzione di marcia della Rockefeller Foundation secondo Marcus Hall (Today Sardinia, Tomorrow the World: Malaria, the Rockefeller Foundation, and Mosquito Eradication).

Inoltre, poco chiari sembravano anche le strategie, i metodi, l’approccio specifico in un territorio specifico e poco conosciuto come la Sardegna; in particolare, come ha osservato il sovraintendente del Progetto J.A. Logan, perché mancavano informazioni e studi circostanziati e attendibili sul labranchiae: distribuzione, habitat di elezione, altitudine dell’habitat, comportamento stagionale; aspetti tutti cruciali per il successo dell’operazione sul campo.

Il fatto è che mancava il tempo per acquisire tutte queste informazioni, essendo la disponibilità dell’UNRRA a finanziare il progetto temporalmente limitata e ravvisando la Rockefeller l’urgenza di verificare subito la fattibilità dell’estensione a un’area del Mediterraneo dei metodi sperimentati in Brasile e in Egitto. Inoltre, gli entomologi della Rockefeller ritenevano che talvolta gli aspetti ecologici acquisiti con lo studio si dimostrano irrilevanti sul campo e che, soprattutto, gli aspetti ecologici importanti per l’eradicazione è possibile acquisirli solo ad eradicazione iniziata, e dunque solo dopo che l’attacco ha almeno diradato la presenza degli anofeli. Quindi «… si ritenne opportuno procedere immediatamente, piuttosto che correre il rischio, a causa di ulteriori ritardi, di non dare addirittura inizio alle operazioni» (Logan, pp. 26-27).

Non fu però possibile cominciare le operazioni antianofeliche nel 1945 per diverse ragioni: perché il decreto che istituiva l’ERLAAS venne pubblicato solo il 12 aprile 1945 e perché i materiali e i mezzi di trasporto vennero consegnati in ritardo; nell’estate del 1946, inoltre, densi nugoli di cavallette avevano attaccato le campagne dell’Isola, rendendo necessario l’impiego degli automezzi dell’ERLAAS per combattere l’infestazione attraverso enormi quantità di insetticida che l’UNRRA aveva fatto arrivare in Sardegna dall’Inghilterra.

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4. LA PRIMA FASE DEL PROGETTO: KERR SOVRAINTENDENTE

Finalmente, durante l’estate del 1946, vennero completati il reclutamento del personale tecnico e amministrativo, la dotazione di mezzi di trasporto, l’acquisizione delle pompe, del DDT, degli arredi per gli uffici; così, il 6 novembre 1946, con un anno di ritardo sulla data preventivata, poté avere inizio la campagna per l’eradicazione dell’Anopheles labranchiae, diretta da John Austin Kerr (aveva avuto un ruolo decisivo nella lotta contro la zanzare in Egitto), nominato sovraintendente dell’ERLAAS il 16 settembre 1946.

Disinfestazione di un locale

Disinfestore spruzza il DDT sulle pareti di un locale

Tra novembre 1946 e giugno 1947 si procedette contro le zanzare adulte, irrorando col DDT le stanze da letto e da pranzo, le cucine, i ricoveri degli animali. Entro giugno le abitazioni di 284 comuni su 326 erano state investite dall’insetticida. Tra aprile e ottobre 1947 si attaccarono le larve, con una soluzione di DDT e nafta. In corso d’opera vennero organizzati dei corsi di preparazione per gli addetti alla campagna antilarvale, che prevedevano lezioni di entomologia, individuazione e segnalazione, lettura delle mappe, procedure burocratiche e dei rifornimenti, nozioni di statistica.

I servizi di segnalazione e le indagini entomologiche confermarono che l’Anopheles labranchiae era il principale vettore della malaria in Sardegna e che poteva svilupparsi in qualsiasi pozza d’acqua sia in pianura che in montagna. Ciò significava che ogni minima raccolta d’acqua doveva essere individuata e trattata e che quindi non sarebbe stato possibile un trattamento selettivo per zone, come invece lo era stato in Brasile e in Egitto. La dimensione dell’impegno – individuare e irrorare anche il più piccolo specchio d’acqua, in zone impervie, difficili da raggiungere, in gole inaccessibili, in aree coperte da fittissime macchie di rovi – cominciava dunque ad apparire davvero imponente e, secondo alcuni membri dello staff tecnico-direttivo della Rockefeller e dell’ERLAAS, proibitivo, tenuto anche conto che tali difficoltà implicavano una continua lievitazione dei costi.

Il primo a nutrire dubbi sulla realizzabilità del progetto era stato proprio J.A. Kerr, il quale, dopo una visita in Sardegna ai primi di giugno 1946 (e quindi prima ancora della nomina ufficiale a sovraintendente), già proponeva di “abbassare” l’obiettivo dalla distruzione della zanzara all’eliminazione della malaria e, in ogni caso, di procedere a studi di approfondimento dell’ecologia del labranchiae, una specie indigena insediatasi in Sardegna ancor prima dell’uomo e quindi capace di riprodursi e vivere al di fuori di un contesto umano, ciò che la rendeva in pratica ineliminabile. Proponeva quindi di abbandonare le operazioni di distruzione delle larve per concentrarsi sulla irrorazione delle abitazioni, trattamento che, a suo parere, avrebbe ridotto la presenza del labranchiae del 99%, di gran lunga più del sufficiente per bloccare la trasmissione della malaria (lettera di Kerr a Soper; Fantini, p. 17). Kerr precisò successivamente che a seguito di tale cambiamento del programma «tutti i fondi non utilizzati sarebbero stati restituiti all’Alto Commissariato per la Sanità» (Fantini, p. 19).

Inoltre, ad accrescere le difficoltà, dalla California arrivarono gli allarmi degli agricoltori che lamentavano alte concentrazioni di DDT nel latte di animali il cui foraggio era stato trattato con quell’insetticida.

Furono anche avanzate riserve sull’affidabilità della manodopera sarda quanto a disciplina, operosità, onestà. Fu lo stesso Kerr, quando alla fine dell’estate venne verificato che la densità degli anofeli nelle zone trattate era ancora del 50%, che ne attribuì la responsabilità al personale di supervisione, reclutato non perché capace e competente, ma perché raccomandato dai politici locali.

A infastidire lo staff tecnico-scientifico in Sardegna e i dirigenti a New York contribuivano anche gli attacchi dei comunisti, i quali, oramai fuori del governo dal maggio del 1947, accusarono l’ERLAAS di essere un’organizzazione neofascista al servizio degli Americani, per trasformare l’Isola in una base aerea per il controllo del Mediterraneo; i 600 automezzi (in effetti 200) infatti sarebbero stati segretamente dotati di armi in vista dell’occupazione sistematica del territorio (Tognotti 1995, p. 34).

La richiesta di Kerr di abbandonare il progetto originario di eradicazione del labranchiae – per concentrarsi esclusivamente su un più realistico tentativo di controllo della malaria senza distruzione totale del vettore – diventò ultimativa.

Dirigenti e scienziati della Rockefeller, Soper e Strode tra gli altri, rifiutarono sulla base di due considerazioni. In primo luogo, la ripetizione in Sardegna dei metodi sperimentati nell’Italia continentale non avrebbe aggiunto nulla alle conoscenze acquisite, mentre non si sarebbe provato assolutamente nulla se avessero abbandonato il progetto a quel punto. In secondo luogo, l’abbandono del progetto sarebbe stato una catastrofe d’immagine, della quale, tra l’altro, avrebbero sicuramente approfittato i comunisti, già estremamente critici nei confronti degli Americani accusati di voler dominare l’Italia e l’Europa con l’esca degli aiuti economici del Piano Marshall.

Kerr, dicendosi sicuro che il Progetto Sardegna sarebbe fallito perché l’obiettivo di distruzione totale del labranchiae era irrealizzabile, chiese allora di essere sollevato dall’incarico di sovraintendente dell’ERLAAS. L’8 settembre 1947 Kerr inviò una lettera di dimissioni dall’incarico di sovraintendente a George K. Strode direttore dell’IHD della Rockefeller.

È anche possibile che su tale decisione, oltre ai dissensi sulle opzioni di lotta alla malaria, abbiano influito le difficoltà di Kerr ad intrecciare rapporti costruttivi e di fiducia con l’Alto Commissario Pietro Pinna, con le autorità politiche, con i responsabili dell’amministrazione e della sanità (Tognotti 2008, p. 275).

D’altra parte, all’interno dello stesso staff di direzione della Rockefeller si faceva notare che J.A. Kerr, pur non avendo mai fatto un serio sforzo per realizzarla, aveva sempre ritenuto impossibile l’eradicazione di una specie indigena.

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5. LA SECONDA FASE DEL PROGETTO: LOGAN SOVRAINTENDENTE

Il 24 settembre 1947 a sostituire Kerr venne chiamato John Alexander Logan, il quale, con la cooperazione di Alberto Missiroli dell’Istituto Superiore di Sanità, ribadì la sostanziale validità del Progetto Sardegna nonché la sua fattibilità. «Non è esagerato affermare – scriveva Logan – che il successo o il fallimento della campagna dell’ERLAAS influenzerà il futuro del controllo dell’insetto e della medicina preventiva nel mondo intero. Il progetto rappresenta uno sviluppo completamente nuovo nella lunga lotta dell’uomo contro la malattia ed è di estrema importanza che abbia successo. L’ERLAAS perciò può segnare una nuova e mai immaginata era nella storia della medicina» (cit. in Tognotti, p. 281).

Convinto che le difficoltà inziali fossero state «più amministrative che tecniche», Logan rivoluzionò i precedenti organigrammi con la messa a punto di «una efficientissima organizzazione tecnico-amministrativa, generalizzata e a struttura piramidale che tendeva a neutralizzare tutti gli elementi (reti parentali e amicali, legami di vario genere) in grado di turbare il sistema di controllo» (Tognotti 2008, p. 281).

Venne creato un sistema razionale di suddivisione in regioni (4) , divisioni (11), sezioni (57), distretti (448), settori (3400), affinché l’intero territorio potesse essere capillarmente trattato e monitorato. Vennero istituiti due dipartimenti, uno contro le zanzare adulte e l’altro contro le larve. Furono ordinate nuove attrezzature, fra cui sette aerei per le operazioni antilarvali. Fu creato un ufficio per le pubbliche relazioni, che aveva, tra gli altri, il compito di pubblicare, in italiano e in inglese, rapporti mensili sulle operazioni.

Schema dell’organizzazione messa a punto da J. Logan

Schema dell’organizzazione messa a punto da J.A. Logan
(Logan)

 

La nuova campagna contro le zanzare adulte partì il 7 di ottobre 1947 e si concluse il 15 febbraio 1948. Vennero irrorati case, edifici pubblici, scuole, fabbriche, fienili, le superfici interne dei ponti, i fortini militari, i pozzi minerari, le cave, le grotte, i tombini. Furono esclusi solo i centri delle città maggiori. In tutti i luoghi trattati vennero impressi numeri di contrassegno, visibili ancora sui muri della Sardegna fino a non molto tempo fa.

Il 15 febbraio 1948 partì la campagna contro le larve, quella decisiva perché si riteneva che «in ultima analisi, l’eradicazione dipendesse dalle operazioni antilarvali» (Logan, p. 44). I primi due mesi e mezzo furono impiegati a selezionare e addestrare il personale necessario: 5000 tra disinfestori, segnalatori, capi sezione, microscopisti, contabili, segretari, autisti, più il personale già utilizzato nella campagna antialate dei mesi precedenti; a settembre il numero degli operatori raggiunse le 30 000 unità. Si trattava in primo luogo di individuare i focolai larvali, liberare anche le più piccole distese umide dalla fitta macchia di rovi o dalle coperture di piante acquatiche, aprire canali di scolo, liberare i letti dei torrenti, aprire dei varchi e creare degli spiazzi anche con la dinamite. Quindi irrorare le superfici così messe allo scoperto con il DDT tramite pompe a mano, a spalla, monoplani con piloti dell’Aeronautica Militare.

Affinché tutte le operazioni venissero condotte sempre con scrupolo, precisione e tempismo, la direzione dell’ERLAAS ebbe cura di sollecitare gli interessi, il morale, lo spirito di corpo dei lavoratori attraverso diplomi, onorificenze, indennità speciali, mentre la radio e la stampa provvedevano a informare e coinvolgere la popolazione tutta in questa gigantesca lotta contro l’insetto responsabile della peste millenaria.

Vi furono però ostacoli e difficoltà per superare le quali furono necessarie pazienza e determinazione. I sindacati chiedevano che i lavoratori dell’ERLAAS fossero equiparati agli operai dell’industria e remunerati con salari più alti; l’assenteismo diventò un problema perché comprometteva i tempi e la continuità delle operazioni; la frequenza delle rapine rendeva il trasporto delle paghe pericoloso e problematico; diversi proprietari terrieri arrivarono a minacciare i disinfestori per il timore che il DDT inquinasse i pozzi e i serbatoi di acqua potabile; i latitanti, armi in pugno, impedivano a chiunque di avvicinarsi alle zone da loro controllate, anche per il timore che i carabinieri potessero mimetizzarsi tra gli operai.

Dal mese di luglio il numero delle zanzare diminuì drasticamente, ma larve e adulte non erano del tutto sparite, come invece era accaduto in Brasile e in Egitto: l’obiettivo dell’eradicazione non era stato dunque ancora raggiunto. Ciononostante, Logan riteneva che il progetto dovesse continuare e che l’eradicazione del labranchiae fosse sempre possibile. Tale fiducia era condivisa dall’Alto Commissario Pietro Pinna, dal Comitato dell’ERLAAS e da un comitato di esperti che l’Alto Commissario Italiano per l’Igiene e la Sanità aveva nominato per verificare se il Progetto Sardegna dovesse continuare (Logan, pp. 48-49).

Era però chiaro che le strategie di attacco all’anofele dovessero essere riviste e aggiornate alla luce delle informazioni oramai disponibili. Così, anche nel 1949 e nel 1950, con mezzi tecnici e finanziari accresciuti, continuarono, aggiornate, le campagne contro le zanzare adulte e contro le larve, tenendo sotto controllo il milione e 250 mila focolai che erano stati individuati e numerati.

Motivo di soddisfazione e di ottimismo era il calo continuo dei casi di malaria: 15 121 nel 1948 (meno della metà dei casi del 1947), 1314 nel 1949, nessun nuovo caso nel 1950 (Logan, pp. 47, 55, 62).

Ma alla fine della campagna e del Progetto Sardegna, nel 1950, larve e adulte dell’Anopheles labranchiae, seppure in numero esiguo, sopravvivevano ancora in sporadici focolai, e i dirigenti dell’ERLAAS ammettevano che la distruzione totale non era stata raggiunta; il sovraintendente J.A. Logan poteva così, anche in modo autocritico, tirare le somme: «… nonostante la riduzione della densità del labranchiae a valori molto bassi, l’eradicazione non era stata raggiunta … Si riteneva che l’eradicazione avrebbe potuto essere conseguita proseguendo le attività di controllo negli anni seguenti al completamento del progetto nel 1950, ma ciò non è dimostrabile con certezza. Inoltre, con le attuali conoscenze sul labranchiae e sugli insetticidi, non si può affermare che l’eradicazione si sarebbe potuta ottenere adottando tattiche diverse durante l’esistenza dell’ERLAAS. Però è chiaro che i risultati si sarebbero potuti raggiungere con costi minori e con maggiore efficacia» (Logan, p. 299).

Ma lo stesso Logan invitava a riconoscere, e con un certo orgoglio, che la campagna dell’ERLAAS aveva permesso «per la prima volta di vivere e lavorare con sicurezza ovunque nell’Isola», dove si erano così create «opportunità di sviluppo mai esistite prima» (Logan, p. 303).

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6. IL PROGETTO SARDEGNA: FALLIMENTO O SUCCESSO?

Ma allora, in sede di valutazione complessiva, a proposito del “Sardinian Project” si deve parlare di successo o di insuccesso? Da ciò che si è già detto è possibile arguire che non esiste un orientamento univoco e condiviso e che il giudizio dipende dal punto di osservazione e dalla prospettiva. Dean Rusk, presidente della Rockefeller Foundation, ha parlato di un «successo negativo» (Brown 1998, p. 127), mentre l’antropologo e storico Peter J. Brown ha scritto che «The Sardinia project should be considered a case of “failure-as-success”» (Brown 1998, p. 129). E lo storico della malaria in Italia F.M. Snowden, in estrema sintesi: «Dal punto di vista dei suoi obiettivi formali, il progetto fallì, ma dal punto di vista della salute della popolazione, fece registrare una vittoria schiacciante» (Snowden, p. 284).

Punti di vista e argomenti sul Progetto Sardegna possono essere così schematicamente articolati.

Targa ERLAAS a Cagliari

Targa che ricorda il ruolo dell’ERLAAS in Sardegna
Cagliari, Piazza Garibaldi

a) Il Progetto Sardegna è stato un successo perché – scriveva Logan nel 1953 – ha garantito con l’eradicazione della malaria, sicurezza, salute e condizioni di sviluppo mai esistite prima. Trentacinque anni dopo, nel 1988, lo storico sardo M. Brigaglia così argomentava «I sardi, però, questa teoria del fallimento, che figura in tutti i rapporti finali del Progetto Sardegna, in genere non la conoscono. E se la conoscessero, non le crederebbero: perché è vero che nel 1950 le zanzare c’erano ancora , ma: a) esse erano così ridotte di numero da aver finito di giocare, nella storia dell’Isola, il ruolo maledetto che vi avevano sempre giocato; b) la malaria, autentico flagello di tutti i secoli della Sardegna, da quell’anno è praticamente scomparsa … Le generazioni più giovani non solo ne hanno raramente sentito parlare, ma neppure, forse, si rendono conto di come sarebbe stata diversa tutta la storia in questi ultimi trenta, trentacinque anni se non ci fosse stata quella campagna coraggiosa e a suo tempo utopica (almeno nella partenza e nelle mete) che l’ERLAAS seppe portare a termine, con i finanziamenti e la consulenza tecnica dell’Unrra, dell’Eca, della Rockefeller Foundation» (Brigaglia, p. 53).

Nella presentazione del libro curato da Logan, Dean Rusk afferma che l’esperienza sarda, anche se non si è conclusa, come ipotizzato inizialmente, con l’eradicazione di una specie indigena, ha però permesso di apportare un importante contributo alle conoscenze nel campo della lotta contro la malaria, di recuperare grandi estensioni di terreno da destinare alle coltivazioni, di offrire lavoro a un gran numero di disoccupati, di rendere l’Isola un luogo più vivibile (Logan, p. VII). Anche il biologo Marston Bates ritiene che, pur a fronte della mancata distruzione totale del labranchiae, il Progetto Sardegna «quale misura di salute pubblica, è stata indubbiamente un successo» e che «l’insuccesso sperimentale sia, ai fini della salute pubblica, più interessante che non il successo». Questo perché «dal punto di vista dei progressi scientifici, le cose più interessanti potrebbero spesso essere quelle che non si realizzano secondo il programma stabilito» (Logan, p. IX).

b) Il Progetto Sardegna è stato un insuccesso perché – dopo una campagna condotta da oltre 30 000 addetti, durata cinque anni, costata oltre 11 milioni di dollari e tonnellate di DDT – non vennero provate le tesi e realizzati gli obiettivi centrali della Rockefeller. In primo luogo, anche dopo tanto gigantesco impegno, l’Anopheles labranchiae, seppure in aree molto ridotte, ancora sopravviveva. In secondo luogo, la scomparsa della malaria non può essere attribuita principalmente alla campagna della Rockefeller, ma agli effetti dei provvedimenti dei governi liberali prima e fascista poi, i quali, con le bonifiche e gli interventi sanitari, avevano fortemente ridotto, in Italia e in Sardegna, l’incidenza della malaria. Insomma, la malaria in Sardegna sarebbe scomparsa anche senza il massiccio intervento degli Americani. In ogni caso, un intervento mirato contro le zanzare adulte avrebbe avuto gli stessi effetti e senza inondare l’Isola di insetticida e risparmiando sui capitali investiti, che avrebbero potuto esser impiegati per realizzare mutamenti strutturali, i quali, poi, avrebbero innescato un progresso economico che avrebbe eliminato le condizioni di sottosviluppo che favorivano l’infezione malarica. In terzo luogo, non c’è alcun rapporto diretto tra campagna antianofelica e progresso economico realizzatosi a partire dagli anni Cinquanta.

Secondo John Farley (p. 173), i risultati positivi rivendicati da Logan e dalla Rockefeller Foundation non sono altro che una «over-romantic picture» approntata per salvare la faccia.

Secondo Marcus Hall gli Americani erano interessati quasi solo esclusivamente all’esperimento scientifico: verificare se col solo DDT era possibile distruggere una specie indigena, perché se era possibile in Sardegna lo sarebbe stato anche nel resto del mondo. Così nella Sardegna-cavia degli anni 1946-50 gli spruzzatori dell’ERLAAS non erano altro che assistenti di laboratorio sottopagati. Inoltre, quando gli Americani arrivarono in Sardegna i casi di malaria erano già in forte calo, come in tutta l’Italia, per effetto delle politiche sanitarie dei decenni precedenti, per cui gli entomologi statunitensi, in effetti, non fecero altro che “prendere a calci un cane quasi morto”. Infine, la quantità di DDT con cui si inondò la Sardegna intera risultava superiore di tre-quattro volte rispetto al necessario: quantità di molto inferiori sarebbero state ugualmente efficaci, se si voleva semplicemente combattere la malaria; lo stesso Logan suggerì alle autorità francesi che lo avevano interpellato di utilizzare un terzo o un quarto del DDT spruzzato in Sardegna per eliminare la malaria in Corsica (Hall 2009, pp. 124-25). Certo, si diede lavoro a molti Sardi e ci furono forti investimenti in Sardegna, oltre 11 milioni di dollari in materiali e lavoro, ma gli investimenti potevano essere indirizzati piuttosto alla creazione di ospedali, scuole, strade ferrate, porti, mentre contadini e pastori avrebbero potuto impiegare il loro tempo di lavoro in attività più cruciali dello spruzzare DDT (Hall 2009).

Secondo Bernardo Fantini: «Trasformando l’obiettivo della eradicazione del vettore in quello dell’eradicazione della malaria, quello che in effetti fu un insuccesso, rispetto agli scopi iniziali, divenne un grande successo, preso a modello per molti altri interventi dello stesso tipo negli anni successivi» (Fantini, p. 16).

Ma tale trasformazione, in effetti un cambiamento tattico nel discorso pubblico da parte della Rockefeller, e la conseguente rivendicazione di successo, secondo Brown (1998) si basava su quattro operazioni:
1) Gli effetti della malaria sull’economia e sulla cultura della Sardegna furono esagerati.
2) I risultati dei programmi dei governi italiani per migliorare economia e sanità furono minimizzati.
3) Il contributo della Rockefeller Foundation fu esagerato.
4) La validità del concetto di eradicazione globale fu confermata.
Così, successivamente, nell’ambito del WHO (World Health Organization - Organizzazione Mondiale della Sanità) il fallimento del Progetto Sardegna fu raramente ammesso (Brown 198, p. 129).

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7. QUANTO FU EFFICACE IL DDT IN SARDEGNA?

Fusti di DDT

Fusti di DDT appena scaricati da una nave dell’UNRRA

In ogni caso, la malaria in Sardegna era stata sconfitta. Ma tale sconfitta la si doveva al DDT? E dunque ad una sola arma chimica, come suggeriva la “soluzione americana”? Secondo Snowden l’effetto positivo dell’insetticida fu propiziato da variabili di contesto, senza le quali tale efficacia non avrebbe potuto dispiegarsi. L’ERLAAS fece lavorare in certi momenti fino a 33 000 persone i cui salari e stipendi consentirono a moltissime famiglie di non sottostare alle durissime costrizioni della fame e della malnutrizione, fattori che sempre avevano costituito il presupposto dell’impiantarsi e del permanere della malaria. In secondo luogo, la salute dei Sardi ebbe a giovarsi degli interventi dell’UNRRA, che nel 1946-47 realizzò un programma di assistenza che prevedeva la distribuzione di cibo, vestiti, scarpe ai più poveri e alloggi e pasti gratuiti presso campi estivi in montagna e nei parchi nazionali per migliaia di bambini bisognosi. Inoltre, Snowden sottolinea che l’intervento antimalarico dell’ERLAAS si giovò della buona accoglienza e della collaborazione dei Sardi, contadini e pastori in primo luogo, perché questi avevano oramai superato la diffidenza di un tempo, in seguito alla propaganda e alle campagne educative promosse nei cinquanta anni precedenti dalle istituzioni e dai medici delle stazioni sanitarie e dagli insegnanti delle scuole rurali. Infine, l’ERLAAS stesso non si limitò a spruzzare DDT, ma svolse opera educativa e di formazione popolare distribuendo volantini, locandine, bollettini; promuovendo trasmissioni radiofoniche; allestendo programmi di lezioni per le scuole sul tema della malaria. Insomma, il DDT e gli Americani ebbero successo perché il contesto era già stato sollecitato ad accoglierli (Snowden, pp. 285-87).

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8. QUANTO FU NOCIVO IL DDT?

Già s’è detto che nell’estate del 1946 dalla California erano rimbalzate voci circa la pericolosità del DDT per gli esseri umani, gli animali e i loro prodotti. E in Sardegna, fin dai primi giorni del trattamento antilarvale, agricoltori, pastori, pescatori segnalarono all’ERLAAS che l’insetticida stava uccidendo api, animali domestici, pecore, capre, pesci. L’ERLAAS affidò allora il compito di studiare la situazione ad esperti locali, i quali conclusero che le api morivano non per il DDT, ma a causa di parassiti; gli animali domestici non risentivano affatto dell’irrorazione; i pesci, a parte piccole anguille e poche altre specie, non risultavano risentire dell’insetticida. Così tutte le richieste di risarcimento furono respinte. Solo in due casi si ricorse all’autorità giudiziaria e in uno di essi vi fu un verdetto in parte favorevole al querelante. Così nella ricostruzione che della vicenda ne ha fatto Logan (Logan, pp. 230-31).

M. Hall insinua: «L’ERLAAS aprì un ufficio di pubbliche relazioni e si ritrovò accusato in diversi procedimenti per danni alle proprietà. Che poi i tribunali abbiano rigettato molte delle richieste dimostra solo che l’ERLAAS non disdegnava di esercitare, tramite gli amici, la propria influenza nelle alte sfere» (Hall 2009, p. 126). Mancano però indicazioni circa le fonti che giustificherebbero tali accuse.

Ma, alla fin dei conti, il DDT era nocivo? Lo stesso Marcus Hall, sempre critico nei confronti degli Americani in Sardegna, ammette che non ci sono in sostanza prove che il DDT abbia avuto effetti tossici a breve o a lungo termine sulle persone che hanno spruzzato l’insetticida e che non ci sono studi che provino che i Sardi abbiano avuto a soffrirne dal punto di vista della salute. Vi sono anzi molti esperti che ritengono il DDT tra i più semplici e i meno costosi mezzi per combattere la malaria, ad esempio nei Tropici dove la malattia continua a imperversare (Hall 2004).

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cagliari ha studiato gli effetti sulla mortalità di 4552 lavoratori maschi che avevano manipolato il DDT durante la campagna antimalarica del 1946-50 in Sardegna. Tale gruppo stima che durante tutta la campagna i lavoratori direttamente esposti al DDT siano stati 5000 circa. Le loro condizioni sanitarie sono state seguite dal primo giorno di lavoro fino al 31 dicembre 1999 attraverso i registri e la documentazione conservata negli uffici amministrativi e sanitari dei comuni dove abitavano o avevano abitato. Il gruppo dei lavoratori studiati venne suddiviso in tre sottogruppi: non esposti (1291), disinfestori (2578), presenti (683). I ricercatori non hanno trovato alcun legame tra esposizione al DDT e morti per tipi di cancro prima associati a tale agente chimico.

Non esistono studi invece sugli effetti ambientali del DDT (Tognotti 2009, p. 1465).

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9. NON SOLO INSETTI

Molti di coloro che hanno studiato il Progetto Sardegna – malariologi, entomologi, parassitologi, igienisti – appunto a causa dei loro interessi professionali, secondo E. Tognotti, hanno focalizzato la loro attenzione sugli aspetti strettamente scientifici trascurando il contesto e i condizionamenti nazionali ed internazionali, politici, economici, sociali.

Gli studi di E. Tognotti e di P.J. Brown, tra gli altri, ci permettono invece di ricostruire un quadro più articolato e più problematico. Il Progetto Sardegna, al momento del suo concepimento, era sicuramente focalizzato sull’eradicazione del labranchiae e caratterizzato dall’opzione chimica e tecnocratica, ma una volta calato nel contesto politico italiano e socio-economico sardo assunse progressivamente le caratteristiche di un vasto programma di opere pubbliche con attese e implicazioni economiche, sociali, politiche (locali, nazionali, internazionali). Non si capirebbe altrimenti il rifiuto della Rockefeller di seguire le indicazioni di Kerr – abbandonare il progetto iniziale per un intervento più limitato e meno oneroso – ciò che poi avrebbe permesso di chiudere prima il progetto e con un notevole risparmio. Il fatto è che l’abbandono del progetto avrebbe comportato ricadute negative per molti dei soggetti coinvolti: i governi americano e italiano, ad esempio, che non volevano in ogni caso lasciare spazio alla propaganda dei comunisti proprio all’inizio della Guerra fredda; la stessa Rockefeller Foundation, che in qualche modo risentiva delle scelte politiche di Washington; l’UNRRA, i cui fondi dovevano istituzionalmente essere impiegati in progetti di ricostruzione economica e non per esperimenti scientifici e che premeva perché i progetti avessero un impatto politico e di immagine immediato; i Sardi, che avrebbero dovuto rinunciare alle diecine di migliaia di buste-paga dell’ERLAAS.

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10. LA SARDEGNA DOPO LA MALARIA

Viale Rockefeller Oristano

Oristano, Viale Fondazione Rockefeller
Nomi di vie e piazze per ricordare
il contributo americano alla lotta contro la malaria

Le politiche sanitarie pubbliche e gli interventi economici nelle zone tradizionalmente malariche, almeno dai primi del Novecento, anche in Sardegna, sono stati guidati da un modello analitico che P.J. Brown ha chiamato “La malaria blocca lo sviluppo” (MBS), che può essere così schematizzato: la malaria determina lo spopolamento di vaste aree pianeggianti, spesso le più fertili; ciò comporta effetti pesantemente negativi sulla produzione e sulla produttività agricola e quindi sull’intero sistema economico, avviando un circolo vizioso per cui le persone sono malate perché sono povere, ma diventano più povere perché sono malate. Lo spopolamento delle terre pianeggianti fertili provoca inoltre un accumulo demografico in zone collinari e montane, meno adatte all’agricoltura e dunque uno squilibrio nella distribuzione ottimale della popolazione sul territorio. In effetti, in molte analisi proprio la malaria endemica da millenni è all’origine della bassa densità demografica, dello spopolamento di aree fertili, della povertà, e quindi di uno sviluppo economico bloccato (Brown 1983).

Esiti ipotizzati e attesi della lotta contro la malaria erano dunque non semplicemente il miglioramento delle condizioni sanitarie, ma l’interruzione del circolo vizioso di cui s’è detto e del blocco dello sviluppo, secondo una concatenazione di eventi che linearmente possono essere così indicati: la sconfitta della malaria avrebbe provocato il ripopolamento delle zone infette, e dunque una migliore distribuzione nel territorio delle risorse demografiche, ciò che poi si sarebbe tradotto in aumento della produzione e della produttività agricola, che, a sua volta, avrebbe funzionato da volano per l’intero sistema economico.

In un articolo scritto nel 1949 per «Le vie d’Italia», rivista edita dal Touring Club Italiano, il senatore Aldo Spallicci, Alto Commissario per l’Igiene e la Sanità, esprimeva così tali attese: «[La Sardegna] Non sarà dunque, domani, soltanto l’isola pittoresca ove cresce l’oleastro e il corbezzolo …, ma sarà la terra promessa di orti e di messi che darà pane e agiatezza non solo ai 1 300 000 abitanti di oggi, ma a quanti lavoratori vi giungeranno dal continente … Vi troveremo domani una razza più gagliarda e più sana che conforterà la comune famiglia italiana».

Tali attese sono state soddisfatte? L’eradicazione della malaria in Sardegna ha determinato un incremento demografico nelle aree un tempo malariche? C’è stato uno sviluppo conseguente dell’agricoltura? S’è verificato lo sviluppo economico ipotizzato?

Il problema del rapporto tra miglioramenti sanitari, incremento demografico e sviluppo economico è stato analizzato dalla ricerca storica ed economica internazionale in diverse aree del pianeta, in particolare per chiarire il caso dello Sri Lanka dove la sconfitta della malaria si è verificata in un paese sovrappopolato. Il caso della Sardegna, dove il controllo della malattia endemica viene conseguito invece in un contesto di cronica carenza demografica, non è stato oggetto di grande interesse, come ha osservato P.J. Brown, che al problema ha dedicato un saggio intitolato appunto Effetti demografici e socioeconomici del controllo della malattia: il caso dell’eradicazione della malaria in Sardegna (Brown 1983).

Le conclusioni dello studio di Brown sono che gli effetti previsti dal modello “la malaria blocca lo sviluppo” (MBS) – dai legislatori sanitari a partire dagli inizi del Novecento, dai legislatori fascisti, dalla Rockefeller Foundation – non si sono verificati.

Se prendiamo in considerazione il periodo 1845-1971, la crescita demografica più consistente in Sardegna s’è avuta nel ventennio 1931-1951, giusto il periodo compreso tra gli interventi antimalarici del Fascismo e la fine della campagna dell’ERLAAS. Bisogna però ammettere che, se è possibile affermare che il controllo e l’eradicazione della malaria hanno influito sulla crescita demografica, non è però possibile quantificarne la consistenza, perché, nello stesso periodo, hanno operato altre cause, come il miglioramento delle condizioni igieniche, delle cure sanitarie, dell’alimentazione e della dieta.

È invece possibile verificare la distribuzione della crescita demografica, che il modello MBS prevedeva verificarsi soprattutto nelle aree prima malariche e poi risanate e rese abitabili e sicure. Ebbene, tali previsioni si sono rivelate errate perché tra il 1937 e il 1971 la crescita demografica è stata più consistente nelle zone in passato a bassa intensità malarica che nelle zone ad alta intensità malarica. Da ciò si può dedurre che mentre il controllo e l’eradicazione della malaria può spiegare la crescita della popolazione, non spiega invece la distribuzione territoriale di tale crescita. Su tale distribuzione più che i fattori sanitari hanno in effetti influito fattori economici.

Non c’è alcun dubbio che gli studiosi italiani e i legislatori sanitari fossero convinti che l’eliminazione della malaria avrebbe comportato consistenti trasformazioni nel sistema economico sardo e in particolare in agricoltura, dato che malaria e sottosviluppo agricolo erano costantemente visti come strettamente correlati. Non solo, lo sviluppo dell’agricoltura in una Sardegna scarsamente popolata avrebbe consentito un incremento demografico tale da alleggerire il peso di altre aree italiane e, insieme, di raggiungere l’autosufficienza agricola. Avrebbe, a questo modo, potuto avviarsi a soluzione anche un altro grave problema dell’Isola: il rapporto squilibrato tra agricoltura e una pastorizia improduttiva, scarsamente propensa, fra l’altro, all’osservanza delle leggi.

Centro storico di Bosa

Centro storico di Bosa tra il fiume Temo e il castello Malaspina
(Wikipedia)

 

Il caso di Bosa. Questo complesso integrato di trasformazioni attese dal controllo e dall’eradicazione della malaria non si è in effetti verificato, come è possibile verificare studiando il caso di Bosa, perché le strutture agricole ed economiche dagli anni Cinquanta in poi non sono state plasmate dagli interventi sanitari ma dalle politiche economiche nazionali ed europee.

L’economia della città sul Temo, zona fortemente malarica, prima dell’eradicazione della malaria era basata sull’agricoltura, sulla pesca e sull’industria leggera: nel 1931 2241 Bosani (31% della popolazione) lavoravano in 527 aziende agricole e producevano grano, uva, vino, olive, frutta, carciofi, e allevavano bovini, pecore, capre. Nel 1950 vi erano 57 battelli in cui lavoravano circa 220 persone dedite alla pesca, tra l’altro, di aragoste e corallo. Negli anni Trenta vi erano a Bosa un’industria del tonno e due dozzine di frantoi. Una parte dei prodotti agricoli era assorbita dalla domanda locale, ma grano, olio d’oliva, vino e carciofi erano esportati in Italia e in Francia. Altre industrie orientate all’esportazione erano le concerie che producevano pellami molto fini adatti alla rilegatura di libri, il cui mercato più importante era la Francia.

Nel 1971 gli impiegati in agricoltura erano scesi a 290 (3.7% della popolazione); l’estensione delle terre coltivate a cereali, 393 ettari nel 1931, era scesa a 243 nel 1951, a 21 nel 1971. Le concerie e i frantoi erano stati tutti chiusi. Si importava grano dagli Stati Uniti e patate dalla Germania. L’agricoltura e l’industria locale erano ormai in forte declino se non al collasso.

Ciononostante, a Bosa negli anni Settanta si poteva respirare un’aria di prosperità dovuta al fatto che vi erano «più soldi in giro», un’edilizia in espansione, piccoli negozi in crescita (uno ogni 134 abitanti), bar e bettole (23), una larga scelta di beni di consumo, molti studenti che frequentavano le scuole superiori e l’università. I beni e la cultura di massa erano arrivati anche a Bosa. Vi erano però anche molti disoccupati che cercavano lavoro nell’Italia settentrionale o in altri paesi d’Europa. In realtà, i nuovi consumi erano alimentati dalle rimesse degli emigrati, dai trasferimenti governativi (circa il 75% delle famiglie riceveva un qualche sussidio dal governo) e, in misura minore, dal turismo.

I mutamenti economici e sociali verificatisi in Sardegna dagli anni Cinquanta sono simili a quelli sommariamente descritti a proposito di Bosa. La produzione agricola dagli anni Quaranta è diminuita sia in termini assoluti che in percentuale dell’economia regionale; il contributo dell’agricoltura al prodotto lordo regionale è diminuito dal 48% del 1931 al 29% del 1971. È interessante notare che il declino dell’agricoltura ha coinciso con l’espansione della pastorizia e della produzione di formaggio, quando le previsioni e gli auspici del modello MBS erano proprio l’opposto. La crescita industriale non ha compensato il declino dell’agricoltura e l’esito è stato l’aumento degli emigrati.

Tutti questi effetti non attesi, questi mutamenti non previsti, il basso incremento demografico nelle zone ex malariche, il declino dell’agricoltura, il suo diminuito contributo al prodotto interno lordo, i nuovi modelli di consumo sono dovuti al prevalere – sugli effetti del miglioramento delle condizioni di salute dei Sardi – degli effetti delle politiche economiche italiane ed europee. Le politiche agricole comunitarie, in particolare dal 1962, hanno provocato la fine delle piccole aziende contadine sarde, non competitive rispetto all’agrobusiness del Nord italiano ed europeo, e alimentato il mercato del lavoro in un’Europa in piena espansione industriale: la Sardegna oramai non esportava più prodotti agricoli, ma lavoratori non specializzati. Il Piano di Rinascita avrebbe indirizzato l’economia sarda verso uno sviluppo industriale ad alta intensità di capitale, che, senza risolvere il problema dell’emigrazione, avrebbe ulteriormente depresso il settore agricolo. Interi nuovi comparti industriali avrebbero poi chiuso i battenti una volta ingoiati gli incentivi per i quali in effetti si erano insediati in Sardegna. C’è stato un notevole sviluppo del settore commerciale (sempre assai frammentato), che però, non accompagnandosi ad una maggiore produzione locale, dipendeva di fatto dall’importazione di beni da altri mercati.

Modernizzazione senza sviluppo. Questo complesso di trasformazioni dell’economia e della società in Sardegna dopo l’eradicazione della malaria sembra configurarsi come un caso di un modello di cambiamento che Brown chiama “Modernizzazione senza sviluppo”. Secondo tale modello, sviluppo indica un cambiamento che modifica il complesso delle relazioni di una società rispetto al sistema di cui fa parte e ha come esito un ampliamento della sua capacità di competere all’interno di tale sistema; la semplice modernizzazione, invece, mantiene il rapporto di disuguaglianza e di sfruttamento tra un’area dipendente e la metropoli. Quest’ultimo tipo di mutamento non è la conseguenza di un’autonoma iniziativa, ma un effetto indotto e governato dal centro (Brown 1983, p. 82).

Ciò che contraddistingue dunque la modernizzazione senza sviluppo è che il controllo e la direzione del cambiamento risiede fuori dell’area che si modernizza senza svilupparsi. Così la prosperità della Sardegna dopo l’ERLAAS è dipesa dai centri industriali esterni (e li ha alimentati) piuttosto che dall’espansione della capacità produttiva della regione. Come è dipeso dai sussidi governativi il mantenimento del potere d’acquisto nell’Isola, destinato al consumo di beni prodotti altrove piuttosto che indirizzato a sostenere la produzione locale. E le élite politiche regionali con le scelte fatte nel Piano di rinascita hanno in realtà stretto ancora di più i legami di dipendenza con il centro della metropoli.

Il saggio di P.J. Brown che qui si sta seguendo è del 1983, successivamente il rapporto tra intervento pubblico, politiche redistributive e sviluppo economico è stato affrontato per l’intero Meridione da diversi autori (Trigilia, Franzini, tra gli altri), i quali hanno sostenuto che bisogna distinguere tra politiche pubbliche redistributive e di sostegno dei redditi e politiche di sviluppo della base produttiva; e che, quindi, è possibile che ci sia (ed in effetti c’è stata) crescita del potere d’acquisto in presenza di un persistente ritardo produttivo. Quel che sembra sia accaduto appunto in Sardegna.

Se l’analisi è corretta, stiamo sempre seguendo Brown, bisogna anche dire che la capacità della malaria di influire sull’economia è stata sovrastimata, quando è stata erroneamente indicata come la causa dello spopolamento, della miseria e del sottosviluppo in Sardegna e che tale errore è servito alle classi dirigenti per mascherare e razionalizzare la continuazione dei tradizionali modelli di gestione e sfruttamento del sistema economico regionale.

Ma, se il modello MBS ha fallito le previsioni in Sardegna, non sembra averle mancate in altre aree italiane, dove il lavorio lento e continuo delle comunità, gli interventi dei governi, delle amministrazioni locali e dei ceti produttivi sono stati fattori importanti sia del controllo della malaria che del conseguente sviluppo. In Sardegna, invece, dove «erano ancora in piedi le tradizionali condizioni dell’immobilismo economico-sociale, i problemi dell’assetto fondiario e dello sviluppo agricolo» (Tognotti 2008, p. 290), la sconfitta della malaria, avvenuta a seguito di un intervento tecnico-scientifico-finanziario esterno, con scarsa o nulla partecipazione delle comunità, delle istituzioni, delle forze produttive locali, non è stata sufficiente a forzare i limiti del blocco interno e a innescare meccanismi di sviluppo autonomo.

Insomma, per dirla con G. Berlinguer (cit. in Tognotti 2008, p. 271): «se è vero che le misure economiche non accompagnate dal risanamento sanitario possono perdere efficacia, è altrettanto vero che il miglioramento delle condizioni sanitarie di una popolazione non porta, di per sé, un’inversione delle prospettive dello sviluppo economico».

A conclusione di questa rassegna di fatti, studi e interpretazioni, dopo aver rilevato con diversi studiosi i limiti e le mancate conseguenze dell’intervento antianofelico del 1946-50, propongo alcune considerazioni, che si vogliono interlocutorie.

a)   L’obiettivo di migliorare le condizioni igieniche e la salute di una popolazione costituisce un valore in sé, a prescindere dalle eventuali ricadute economiche dirette.

b)   È allora sensato ricordare che dopo l’ERLAAS i Sardi hanno potuto finalmente vivere e lavorare senza l’incubo della malaria.

c)   Vale quindi la pena chiedersi cosa avrebbe significato, in vista di politiche sanitarie più partecipate e meglio integrate, allungare i tempi (un altro decennio?) di estirpazione della malaria nell’Isola.

d)   Anche se gli esiti a valle previsti dal modello MBS ricostruito da Brown non si sono verificati, se però hanno contribuito a orientare decisioni di investimento il cui risultato è stato positivo per la salute e le condizioni di vita dei Sardi, tali decisioni sono da considerare, anche avendone presenti i limiti, produttive e positive.

e)   È però opportuno anche chiedersi se non spettava proprio ai Sardi, a partire dai limiti accertati e cogliendo l’opportunità offerta, continuare e articolare il lavoro che gli Americani avevano intrapreso con tanto dispendio di tempo e denaro.

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NOTE

1  «Chi arriva dal mare è un ladro». Un antico detto popolare secondo alcuni, secondo lo storico G.G. Ortu «C’è un motivo che corre insistente nell’immaginario più colto che popolare dell’Isola, ed è quello del nemico che viene dal mare. In verità esso è invenzione recente degli intellettuali sardi».


SIGLE E ORGANIZZAZIONI

DDT: DICHLORODIPHENYLTRICHLOROETHANE. Insetticida sintetizzato nel 1873 dal chimico austriaco Othmar Zeidler e riscoperto e riutilizzato dagli Americani in particolare per combattere pidocchi e zanzare.

ECA: ECONOMIC COOPERATION ADMINISTRATION. Agenzia governativa statunitense, istituita dal presidente Truman nel 1948, per amministrare l’erogazione degli aiuti previsti dal Piano Marshall.

ERLAAS: ENTE REGIONALE PER LA LOTTA ANTI-ANOFELICA IN SARDEGNA. È stato un ente speciale, attivo nel periodo compreso fra il 1946 e il 1950, istituito per l’eradicazione della malaria in Sardegna il 12 aprile 1946 con i fondi dello Stato italiano, della Fondazione Rockefeller, dell’UNRRA e dell’ECA.

IHD: INTERNATIONAL HEALTH DIVISION. Fondata nel 1913, emanazione della Rockefeller Foundation, organizzò campagne contro la malaria, la febbre gialla, l’anchilostoma in Italia, Francia, Venezuela, Messico, Puerto Rico.

ROCKEFELLER FOUNDATION: Fu creata nel 1913 da John Davison Rockefeller Senior (1839-1937) e da suo figlio John Davison Rockefeller jr (1874-1960), proprietari della società petrolifera Standard Oil, con lo scopo dichiarato di promuovere il benessere del genere umano in tutto il mondo. In Italia la Fondazione Rockefeller ha svolto un’azione molto importante per l’eradicazione della malaria. Nel 1925 procedette alla realizzazione della Stazione Sperimentale per la Lotta Antimalarica, diretta dall’italiano Alberto Missiroli, uno dei massimi esperti del settore in Italia, e dall’americano Lewis Hackett. La Stazione divenne in breve tempo il principale punto di riferimento in campo mondiale nella lotta antimalarica, svolgendo fra l’altro un’importante opera nell’addestramento e nella formazione del personale attivo nella lotta antimalarica, non solo di nazionalità italiana. Tre anni dopo, nel 1928, anche col supporto finanziario del governo italiano, finanziò l’Istituto di Sanità Pubblica, destinato a diventare nel 1934, col nome di Istituto Superiore di Sanità, il principale istituto di igiene in Italia. (Wikipedia)

UNRRA: UNITED NATIONS RELIEF AND REHABILITATION ADMINISTRATION. Amministrazione delle Nazioni Unite per l’assistenza e la ricostruzione. Organizzazione internazionale costituita dalle Nazioni Unite per l’assistenza economica e civile alle popolazioni delle Nazioni Unite, danneggiate dalla guerra, e i cui aiuti furono successivamente estesi anche a paesi ex-nemici.

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Trigilia Carlo

1992   Sviluppo senza autonomia. Effetti perversi delle politiche nel Mezzogiorno, il Mulino, Bologna.

IMMAGINI

Le immagini in bianco e nero sono fotogrammi del film The Sardinian project prodotto nel 1948 dalla Shell Petroleum Company in collaborazione con l’ERLAAS. Il cameramen era Wolfgang Suschitzsky.

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