di Vincenzo Medde
1. Urss 1936-1938. Il Grande Terrore, repressione di massa e liquidazione delle élite. ◄ Link al primo degli articoli dedicati all'Urss nel 1936-1938. Da leggere per inquadrare gli eventi e il contesto dell'articolo che segue.
L’Internazionale comunista, negli anni del Grande Terrore (1937-1938), fu contemporaneamente uno strumento della repressione staliniana e una sua vittima. In questo articolo verranno ricostruiti i principali aspetti di questo paradosso: un’organizzazione che aveva partecipato all’“epurazione” dei propri stessi dirigenti e militanti finì poi per diventare essa stessa vittima della macchina repressiva al cui funzionamento aveva attivamente contribuito. Si esamineranno dapprima la struttura istituzionale del Comintern e i meccanismi di controllo che ne caratterizzavano il funzionamento; quindi il suo ruolo di strumento propagandistico durante i processi di Mosca; poi il caso specifico della vicenda Pjatakov, che illustra concretamente come venivano gestite le contraddizioni imbarazzanti; infine la repressione che si abbatté anche sugli apparati dell’organizzazione stessa.
1. La struttura e l’evoluzione del Comintern
L’Internazionale comunista o Comintern, attiva dal 1919 al 1943, era l’organizzazione dei partiti comunisti e l’organismo dirigente della rivoluzione mondiale, cui erano affiliate diverse organizzazioni a carattere internazionale fra cui le più importanti erano il KIM, o Internazionale Comunista della Gioventù, il Profintern, cioè l’Internazionale Sindacale Rossa, il Krestintern, o Internazionale Contadina, il Soccorso Rosso o MOPR, che si occupava dell’assistenza alle vittime della repressione politica, la Segreteria femminile internazionale. [Dundovich 1998: 61]
Il Comintern si articolava in una serie di organismi la cui importanza e funzione variò nel corso del tempo.
L’IKKI, Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista, composto da 24 membri di cui almeno 15 dovevano risiedere a Mosca, veniva eletto dal Congresso mondiale su proposta dei singoli partiti. Doveva guidare il Comintern tra un congresso annuale e l’altro ed era davanti a questo direttamente responsabile.
Il Plenum dell’esecutivo (o Esecutivo allargato), composto dal doppio dei delegati abituali di ogni partito che componevano l’IKKI, era previsto che si riunisse ogni quattro mesi ed eleggeva a sua volta il Presidium del Comitato esecutivo dell’IKKI, che doveva poi dare vita a un Segretariato generale, organo esecutivo del Presidium stesso.
Al Comitato esecutivo era affidato il compito di verificare che i singoli partiti rispettassero le decisioni del congresso annuale. Dopo il 1935, il Comitato esecutivo e il Presidium persero completamente di importanza e la direzione dell’Internazionale passò al Segretariato, organo ristretto di cui faceva parte anche Palmiro Togliatti. [Dundovich 1998: 60]
Il ruolo della VKP(b) e i meccanismi di controllo
Il Comintern operava tramite una struttura rigidamente centralizzata, all’interno della quale le direttive emanate dall’IKKI assumevano un carattere vincolante per tutte le sezioni nazionali. Questo impianto formale era in realtà imperniato su un preciso “partito guida”, la VKP(b), ossia il Partito comunista pansovietico dei bolscevichi. I vertici sovietici non solo finanziavano l’intera attività dell’organizzazione, ma attraverso il proprio Comitato centrale determinavano la composizione degli organi direttivi del Comintern e dei partiti affiliati, ne dettavano la linea ideologica e politica e ne approvavano preventivamente le risoluzioni, che la delegazione sovietica introduceva poi nei documenti e nelle decisioni nell’Internazionale [Firsov 2004: 146].
Nei mesi successivi al VII congresso, il controllo centrale si intensificò attraverso l’ampliamento dei ruoli e delle funzioni del rappresentante di partito e della sezione quadri. Se in origine il rappresentante di partito aveva il compito di raccordare le istanze della propria sezione con la linea politica decisa a Mosca, con l’affermarsi della dittatura staliniana tale figura si trasformò in uno strumento di rigido controllo poliziesco sul comportamento e sulle scelte delle sezioni nazionali. Al rappresentante vennero affidati due compiti preminenti: da un lato, fornire ai vertici moscoviti ogni indicazione richiesta sulla situazione interna e sul gruppo dirigente del proprio partito d’origine; dall’altro, sorvegliare e schedare l’intera comunità dei connazionali, comunisti e non, residenti in Unione Sovietica, compresi i funzionari impiegati presso l’Internazionale, segnalandone costantemente comportamenti, dichiarazioni pubbliche o private, idee e reti di relazioni [Dundovich 1998: 52].
La Sezione quadri e la fabbrica dei dossier
Alla sezione quadri del Comintern spettava il compito di scegliere il personale del Comintern stesso, di tutte le organizzazioni comuniste internazionali, e anche quello dei singoli partiti comunisti, i quali, a loro volta, avevano una propria sezione quadri. Tale compito veniva esercitato sulla base di una mole immensa di informazioni, continuamente aggiornate, raccolte tramite i rappresentanti di partito e le sezioni quadri nazionali. Le fonti da cui provenivano le notizie erano molteplici: oltre alle “note caratteristiche” redatte dai singoli partiti, vi erano le notizie fornite da terzi, ad esempio i “commenti” che i semplici comunisti stranieri esprimevano sui propri compagni nonché le note biografiche compilate dal rappresentante del partito e dai “referenti” stranieri che lavoravano alla Sezione quadri. Sin dai primi anni Trenta, inoltre, era invalso l’uso, soprattutto fra gli esponenti di vertice, di inviare con regolarità alla Sezione lunghe e sempre aggiornate autobiografie con le quali i membri dei partiti comunisti fratelli raccontavano la propria esperienza politica, sottolineando in particolare deviazioni ed errori di frazionismo e, ovviamente, la diligenza con cui questi erano stati superati. [Dundovich 1998: 55]
La Sezione quadri ordinava tutti i dati in fascicoli personali, o “dossier quadri”, e poteva così disporre di una visione completa, sia dal punto di vista biografico che politico, di ogni militante non esclusi i vertici dirigenti dei vari partiti: nome, cognome, data di nascita, origine sociale, impiego, lingue parlate ecc. Ma i dati più importanti erano ovviamente quelli politici: tempo di appartenenza al partito, funzioni svolte, pseudonimi, tendenze e affiliazioni politiche soprattutto dopo l’adesione al comunismo. Specialmente coloro che facevano richiesta di diventare membri del Pcus avevano l’obbligo di segnalare se avessero mai aderito a un gruppo frazionistico di opposizione e, come ha osservato la storica svizzera Brigitte Studer: «È molto più saggio non cercare nemmeno di nascondere qualcosa, qualunque essa sia, poiché il sistema di inchieste ripetute e di richiesta di informazioni diversificate concorre precisamente a smascherare questi tipi di tentativi». [cit. in Dundovich 1998: 56]
Controllo capillare e dipendenza finanziaria
Nessun dettaglio o episodio, anche marginale, sfuggiva ai controlli capillari, continui, incrociati. Così negli anni Trenta i fascicoli personali erano diventati uno strumento di controllo di grande efficienza e il loro uso, durante gli anni del Terrore staliniano, non conobbe più limiti. La sezione quadri era in grado di esprimere in tempi brevissimi giudizi politici e di natura personale su ciascun funzionario comunista e non esitò ad utilizzare questo potere, dando così il proprio contributo a quella repressione di massa che stava sconvolgendo l’intero paese: «Questo archivio — ha commentato Brigitte Studer — le cui dimensioni sono ancora da scoprire, instaura uno strumento di controllo [...]. Ognuno sa che il suo passato gli è consegnato nei minimi dettagli [...]. È da questi dati che dipenderà il suo avanzamento o, durante il Terrore, il suo eventuale arresto». [cit. in Dundovich 1998: 56]
Tutto il lavoro di raccolta, aggiornamento, conservazione e, soprattutto, utilizzo poliziesco dei dossier faceva capo a Moskvin (pseudonimo di Mikhail Trilisser, esponente della polizia politica) tramite il quale l’NKVD controllava sia il Comintern che i partiti affiliati, mentre l’intera sezione quadri era infiltrata da uomini della polizia politica e da fedelissimi di Stalin. [Dundovich 1998: 57]
Il controllo della VKP(b) sul Comintern e di questo sui partiti aderenti si basava anche sulla dipendenza finanziaria di questi ultimi, i cui leader e funzionari ricevevano uno stipendio pagato in definitiva dallo Stato sovietico. Per fare un esempio, i funzionari comunisti italiani a Parigi ricevevano un mensile di 2000 lire se avevano famiglia, 1500 se scapoli. [Bocca: 146]
Il dominio sovietico nel Comintern
Il ruolo dominante della VKP(b) era appena mascherato dalla presenza nell’IKKI dei rappresentanti degli altri partiti comunisti, numericamente preponderanti, ma il parere dei membri della VKP(b) era decisivo e chi non si adeguava veniva espulso sia dal Comintern sia dai partiti comunisti cui era iscritto. Nel marzo del 1932 Martem’jan Rjutin (autore di una piattaforma antistaliniana, ucciso nelle purghe del 1937) poteva scrivere: «Attualmente [...] non ci sono leader nel Comintern, ma solo funzionari ubbidienti, timorosi di lasciarsi sfuggire una parola di troppo, di esprimere un proprio parere audace, sempre guardinghi per paura di un superiore vendicativo, che non capisce nulla di metodi di lotta» [cit. in Firsov 2004: 147].
Una testimonianza altrettanto esplicita la offre Angelo Tasca, rappresentante del Partito comunista italiano nell’IKKI, che in una lettera del 21 ottobre 1928 scriveva a Togliatti: «Io agirò col massimo di prudenza compatibile col dovere di non assumere una complicità illimitata con metodi che ritengo deleteri allo sviluppo del nostro movimento; sarò prudente, perché non voglio compromettere il nostro Partito e perché mi sono reso conto del ruolo puramente decorativo e burocratico che possono avere, nelle circostanze attuali, i membri “occidentali” dell’Esecutivo». [cit. in Lehner 1991: 48]
E in una lettera del 20 gennaio 1929 alla segreteria del PCI, Tasca ribadiva: «Tutta la situazione gravita su Stalin. L’I.C. non esiste; il PC dell’Urss non esiste, Stalin è il “maestro e donno” che muove tutto». [cit. in Bocca: 184]
L’infiltrazione della polizia politica e gli organi di controllo
L’apparato centrale della Terza Internazionale, storicamente dipendente dai finanziamenti sovietici, con il definitivo consolidamento del potere staliniano venne progressivamente assoggettato al controllo diretto della polizia politica, prima della GPU e, in seguito, dell’NKVD. La delegazione sovietica in seno al Comitato esecutivo, stabilita il 20 agosto 1935, rifletteva chiaramente questo intreccio istituzionale ed era composta da figure chiave delle alte sfere della burocrazia di partito come Iosif Stalin, Dmitrij Manuil’skij, Andrej Ždanov, Nikolaj Ežov e Michail Moskvin, quest’ultimo noto anche come Trilisser. Ciascuno di loro occupava posizioni di primissimo piano, e in particolare Ežov e Moskvin ricoprivano già allora ruoli direttivi all’interno dei servizi di sicurezza sovietici [Dundovich 1998: 51; Branko Lazitch: 140].
L’IKKI esercitava un occhiuto controllo sui partiti affiliati e tramite l’IKKI la VKP(b) dirigeva la politica dei partiti comunisti il cui principio guida era l’incondizionato sostegno all’URSS. In effetti il Comintern era diventato parte integrante del meccanismo ideologico-politico staliniano e uno strumento della politica estera sovietica.
I principali gangli dell’organizzazione – la Sezione quadri, le segreterie di Georgi Dimitrov e Dmitrij Manuil’skij, la Commissione internazionale di controllo e lo stesso comitato di partito della VKP(b) interno all’apparato dell’IKKI – operavano in costante contatto con l’NKVD, che presidiava la struttura anche attraverso una fitta rete di agenti coperti e informatori. L’intero corpo dei funzionari dell’IKKI era, di fatto, sottoposto a una stretta vigilanza poliziesca.
Le “Liste nere” e la macchina delle epurazioni nazionali
Alla Sezione quadri era affidato il compito di collaborare all’organizzazione del lavoro fra gli emigrati politici, di registrare e verificare il personale del Comintern e delle altre organizzazioni internazionali, di allestire gli schedari, i fascicoli personali, le autobiografie dei funzionari dell’IKKI, dei dirigenti dei partiti comunisti, dei comunisti stranieri che giungevano in URSS.
La Sezione quadri dell’IKKI utilizzava le informazioni raccolte dalle Commissioni quadri dei partiti che preparavano “liste nere” degli elementi sospettati di essere provocatori, trockisti e spie. Nel 1934 il Partito comunista d’Italia pubblicò clandestinamente a Parigi la Lista nera del PC d’Italia per la regione Piemonte, che conteneva informazioni su 91 persone. Nel 1936 la commissione quadri del Comitato centrale del Partito comunista d’Italia aveva “registrato 1500 elementi negativi. Smascherati 811 provocatori”. [Firsov 2004: 150]
Queste commissioni compilavano i fascicoli personali, annotavano opinioni e comportamenti, stilavano giudizi e note caratteristiche di militanti o semplici cittadini immigrati per motivi politici o di lavoro, dati che venivano poi raccolti e archiviati dagli organismi dell’IKKI e dell’NKVD. Qualora emergesse un sospetto o un dubbio, il materiale raccolto doveva essere trasmesso anche agli organi di partito, che avrebbero preso le relative decisioni, sempre in base alle decisioni della VKP(b) e dell’NKVD.
In una relazione letta durante una riunione della Segreteria Dimitrov, Antoni Krajewski responsabile della Sezione quadri dell’IKKI, dichiarò: «[...] abbiamo smascherato [...] negli ultimi tempi oltre 3000 provocatori, spie e rinnegati [...]. Intendiamo organizzare presto una epurazione dell’emigrazione politica tedesca, da noi in territorio sovietico, così come è stata organizzata l’epurazione dell’emigrazione politica iugoslava e ungherese. Dovremo organizzare la stessa cosa per la Germania e la Polonia, poi esaminare un partito dopo l’altro e davanti al Comitato centrale della VKP(b) dovremo sollevare il problema dell’emigrazione in base ai risultati dell’epurazione». [cit. in Firsov 2004: 151]
La rischedatura di massa e la consegna all’NKVD
L’”epurazione” dei quadri ricevette nuovo impulso dopo il plenum di dicembre del 1935 del comitato centrale della VKP(b). L’ufficio politico raccomandò di procedere a una verifica di tutti gli emigrati politici: «Dato che nel territorio dell’URSS si è accumulato un gran numero di emigrati politici, alcuni dei quali sono diretti agenti degli organi dello spionaggio e della polizia degli stati capitalisti, incaricare il Comintern insieme all’NKVD di effettuare entro tre mesi la completa rischedatura degli emigrati politici giunti in URSS attraverso la MOPR, I’IKKI e il PROFINTERN». [Firsov 2004: 156]
L’efficienza di questa cooperazione poliziesca venne rivendicata dallo stesso Manuil’skij, il quale annotò come la propria sezione avesse prontamente trasmesso all’NKVD i materiali e i fascicoli relativi a ben 3.000 individui sospettati di spionaggio, sabotaggio o provocazione: «È anche un fatto che tutta una serie di importantissimi casi, riguardanti i partiti più infestati da provocatori ed elementi estranei antipartito, e cioè quello polacco, rumeno, ungherese e altri, sono stati impostati correttamente e tempestivamente dalla Sezione quadri. Nei Comitati centrali di alcuni partiti con l’aiuto della Sezione quadri sono stati individuati gli elementi ostili, agenti del nemico di classe». [Firsov 2004: 157]
2. Il Comintern come agente della propaganda sul Grande terrore e sui processi di Mosca.
Stalin e l’Ufficio politico del partito comunista affidarono al Comintern – e, tramite questo, ai partiti comunisti – il compito di organizzare nel mondo la diffusione delle notizie sui processi, la giustificazione delle accuse e l’attendibilità delle confessioni estorte, la riprovazione e l’odio nei confronti degli imputati, l’occultamento o la spiegazione propagandistica delle contraddizioni emerse, l’attacco contro gli eventuali critici.
Tutte le presunte iniziative anticomuniste degli imputati dovevano essere spiegate come il risultato di una resistenza intensificata alla marcia in avanti del socialismo da parte dei residui delle classi sconfitte, dei proprietari terrieri e della borghesia e come macchinazioni dell’imperialismo internazionale e dei suoi sgherri (i socialdemocratici e i socialisti) e dei trockisti e buchariniani, che venivano definiti spie, sabotatori e sicari [Firsov 2014: 111].
Il “genuino umanesimo” della repressione staliniana.
Già prima del Grande Terrore del 1936-1938 e dei processi di Mosca, i partiti comunisti e i movimenti e gli intellettuali simpatizzanti dell’Urss erano stati invitati a difendere con entusiasmo la politica repressiva staliniana. In un dispaccio in codice del 9 gennaio 1935, la Commissione politica del Segretariato dell’IKKI invitava i partiti comunisti stranieri a spiegare che la repressione intrapresa per proteggere milioni di lavoratori da un brutale nemico di classe era in realtà un atto di “genuino umanesimo”. Ai partiti comunisti fu chiesto di organizzare l’invio di “telegrammi di sostegno, risoluzioni di delegazioni di organizzazioni riformiste, di comitati, di riunioni, di collettivi di produzione, ecc”. Su ordine di Stalin, l’IKKI invitò i partiti comunisti a intensificare la lotta contro i trockisti, dipingendoli come terroristi e complici del fascismo. Anche le più banali deviazioni dalla versione ufficiale sovietica riguardo ai complottisti e ai terroristi trockisti furono severamente criticate. [Firsov 2014: 112]
La mobilitazione per il processo al “Centro unito” (1936)
La campagna propagandistica venne intensificata in occasione del processo al cosiddetto Centro unito trotskista-zinovievista antisovietico, il primo dei grandi processi che ebbe luogo tra il 19 e il 23 agosto 1936. Alla vigilia del processo, ai partiti comunisti fu inviato un messaggio con la richiesta di rafforzare il sostegno internazionale alla politica di Stalin:
«La campagna intorno al processo alla banda trockista-zinovievista si sta sviluppando con estrema lentezza. Non arrivano risposte dal vostro Paese. Eppure, nel frattempo, tutte le forze reazionarie internazionali stanno ululando in una frenesia antisovietica. La dichiarazione dei leader della Seconda Internazionale [socialdemocratici] è un vile atto antisovietico. Ribadiamo ancora una volta la necessità di dichiarazioni da parte del CC del Partito, delle organizzazioni del Partito, delle riunioni di massa, in particolare dei lavoratori socialdemocratici, con un’espressione di solidarietà fraterna con i lavoratori dell’URSS, con la direzione della VKP(b) e con il leader del proletariato internazionale, il compagno Stalin». [cit. in Firsov 2014: 112]
Anche il Segretariato dell’IKKI fece la sua parte nel propagandare l’andamento, l’esito, il significato di questi processi. Il 25-26 agosto fu inviato un messaggio cifrato ai partiti comunisti in cui si chiedeva l’immediata pubblicazione “su tutta la stampa comunista” dei materiali inviati.
La reazione alle critiche occidentali
L'insistenza della propaganda moscovita rispondeva alla necessità di contrastare le denunce che provenivano dall’esterno. I critici dei processi, guidati principalmente dai partiti socialdemocratici europei e da giuristi indipendenti, avevano immediatamente evidenziato l’inconsistenza giuridica dei dibattimenti di Mosca, denunciando la sistematica assenza di prove materiali e concrete e l’assoluta inattendibilità di confessioni palesemente estorte.
Per controbattere queste obiezioni e mantenere il consenso, l’IKKI rispose rilanciando le accuse e riaffermando l’esistenza di prove documentali inconfutabili che avrebbero attestato i legami diretti tra Trockij e la Gestapo nazista. Al contempo, l’Esecutivo dell’Internazionale impose un divieto tassativo: i partiti comunisti non potevano elaborare analisi autonome, ma dovevano utilizzare esclusivamente il materiale ufficiale redatto e distribuito dal Comintern. I leader dei partiti nazionali si adeguarono prontamente alla direttiva, garantendo il massimo impegno nel diffondere la versione dei fatti stabilita da Mosca e nel seguirne fedelmente le linee politiche.
3. La vicenda di Pjatakov
Il processo al “Centro Trockista Parallelo Antisovietico”
Dal 23 al 30 gennaio 1937 ebbe luogo il secondo dei grandi processi-farsa di Mosca, il processo contro il cosiddetto “Centro Trockista Parallelo Antisovietico”. L’IKKI chiese alla stampa comunista di illustrare e diffondere la spiegazione più convincente delle confessioni degli imputati e di curare la confutazione degli argomenti della stampa borghese e socialdemocratica, che avrebbe cercato di screditare il processo [Firsov 2014: 116]. Ogni partito comunista avrebbe dovuto adoperarsi per convincere la popolazione che il processo non rispondeva solo agli interessi dell’URSS, ma anche a quelli delle masse lavoratrici di ogni paese perché i trockisti agivano come agenti del fascismo e stavano contribuendo a preparare la guerra.
Durante il dibattimento, l’imputato Georgij Pjatakov, opportunamente sollecitato dal pubblico ministero, confessò che nel dicembre del 1935 si era recato in aereo da Berlino a Oslo per incontrare segretamente Lev Trockij. In quell’occasione, secondo la tesi accusatoria, quest’ultimo gli avrebbe rivelato l’esistenza di trattative in corso con il vice di Hitler, Rudolf Hess, e avrebbe ordinato ai trockisti residenti in URSS di attuare un piano sistematico di sabotaggi e attentati terroristici. L’obiettivo finale sarebbe stato un colpo di Stato per rovesciare il potere sovietico e ripristinare il capitalismo, in stretta collaborazione con i servizi segreti stranieri. Nel corso del processo, a questa specifica confessione – confermata in aula dalle dichiarazioni di Karl Radek – venne attribuito un peso politico e giuridico straordinario [Firsov 2014: 117-118].
La falla dell’aereo di Oslo e il silenzio di Togliatti
Ma la “confessione” estorta e preparata conteneva una falla: il giornale norvegese Aftenposten pubblicò una notizia secondo cui nel giorno indicato da Pjatakov all’aeroporto Heller di Oslo non era atterrato un solo aereo proveniente dalla Germania. La rivelazione inferse un duro colpo alla credibilità delle testimonianze di Pjatakov e Radek e alla macchina propagandistica di Stalin e del Comintern. I comunisti norvegesi il 29 gennaio chiesero spiegazioni a Mosca: «La dichiarazione di Pjatakov al processo, che si era recato a Oslo su un aereo tedesco nel dicembre 1935, è stata qui contestata. Si afferma che a Oslo non era atterrato alcun aereo tedesco. Questo è estremamente importante per noi. Rapporto sui dettagli della visita di Pjatakov a Oslo».
Sebbene vi fosse una trojka responsabile dell’informazione e della campagna del processo (Palmiro Togliatti, Michail Subin, Boris Ponomarev) [Dimitrov, Diario: 23 gennaio 1937, p. 64; Firsov: 118], il segretario del Comintern, Dimitrov, girò il telegramma dei Norvegesi a Togliatti, il quale seccamente rispose: «Non ci sarà risposta a questo telegramma, poiché hanno già ricevuto istruzioni in merito al processo. Le opinioni della stampa sono divise; una parte della stampa conferma il fatto dell’aereo». [Firsov 2014: 118]
Ma la questione suscitava ancora perplessità tra i comunisti stranieri, il 2 marzo Julius Alpari, direttore della rivista del Comintern «Rundschau», pubblicata a Parigi, inviò una comunicazione cifrata: «Dettagli esatti riguardanti … il volo dell’aereo a Oslo sono estremamente importanti. Ma non possiamo aspettare sei mesi». Dimitrov chiese a Alpari di rivolgersi ancora a Togliatti, il quale, di nuovo, rispose che i materiali già inviati erano sufficienti per affrontare il problema e che non ne sarebbero stati inviati altri. [Firsov 2014: 118-119]
Le direttive di Togliatti e l’allineamento dei partiti
Il 5-7 febbraio venne inviata ai partiti comunisti una direttiva scritta sempre da Togliatti sulle misure da adottare in relazione alla conclusione del processo:
«Sulla base dei risultati del processo, mobilitare il Partito, la classe operaia e le forze democratiche per distruggere completamente il trockismo, agenzia del fascismo tedesco e del militarismo giapponese, il più vile nemico dell’Unione Sovietica, combattente per la restaurazione del capitalismo, provocatore di guerra, nemico della libertà e dell’indipendenza delle nazioni. Fornite un quadro concreto delle attività controrivoluzionarie del trockismo nei Paesi capitalisti, della sua lotta contro il Fronte unito, allo scopo di dividere il movimento operaio nell’interesse del fascismo, soprattutto in Francia, Spagna e nel vostro Paese. Durante la campagna elettorale chiedete alle organizzazioni operaie e alle masse popolari l’espulsione di Trockij dal Messico e di sottoporsi a un tribunale sovietico proletario. Usare la pressione delle masse affinché le organizzazioni e le persone influenzate dal trotzkismo denuncino la solidarietà con Trockij e le sue attività criminali. Organizzare incontri con relazioni sul processo da parte di compagni che sono presenti al processo. Diffondere nel modo più ampio possibile la risoluzione del Presidium sui risultati del processo, le relazioni del processo e gli opuscoli sul processo. Seguono istruzioni più precise» [cit. in Firsov 2014: 122].
Le direttive di Stalin contro i trockisti
Il 5 aprile 1937 il Presidium del Comintern emanò un decreto che ordinava di intensificare la campagna contro il trockismo, affermando che: «Il Presidium dell’IKKI constata che molti lavoratori dei partiti comunisti dei paesi capitalisti, così come i lavoratori del Comintern, non hanno dato prova di un’adeguata vigilanza nei confronti del trockismo e non hanno dato tempestivamente l’allarme sulla fusione del trockismo con il fascismo. … Inoltre, non si sono accorti tempestivamente che il mondo capitalista e in primo luogo gli Stati fascisti stanno adottando nuove tecniche nella lotta contro l’URSS e il movimento operaio internazionale, in particolare per costruire la loro rete di spionaggio di provocatori integrandola con personale trockista».
Orientando programmaticamente i partiti comunisti occidentali verso una sistematica «epurazione delle organizzazioni di partito dagli elementi trockisti doppiogiochisti», l’IKKI propose apertamente il modello repressivo e poliziesco applicato in Unione Sovietica come esempio da seguire all’estero. Stalin, tuttavia, voleva di più e disse a Dimitrov che intensificare la lotta contro i trockisti non era sufficiente: «I trockisti devono essere cacciati, fucilati, distrutti. Sono provocatori internazionali, i più feroci agenti del fascismo» [Firsov 2004: 160; Firsov 2014: 123; Dimitrov: 11 novembre 1937, p. 83].
Il processo del 23-30 gennaio 1937 si concluse secondo le aspettative del Cremlino: quattordici imputati, tra cui lo stesso Pjatakov, vennero condannati alla pena capitale e immediatamente fucilati, mentre quattro subirono lunghe pene detentive. La sentenza colpì in contumacia anche Lev Trockij, formalmente accusato di cospirazione finalizzata alla restaurazione del capitalismo in URSS e di aver siglato patti segreti con la Germania nazista e l’Impero giapponese che prevedevano, in caso di vittoria, lo smembramento dell’Unione Sovietica e la cessione dell’Ucraina a Berlino.
4. Il Comintern complice e vittima della repressione
La repressione delle organizzazioni collaterali
Il Terrore si abbatté anche sull’apparato centrale del Comintern, sui funzionari e gli organismi collegati: l’Internazionale comunista giovanile (KIM), l’Internazionale sindacale rossa (Profintern), il Soccorso rosso (MOPR), l’Università comunista delle minoranze nazionali occidentali (KUMNZ) ecc. Secondo la testimonianza di Wanda Pampuch-Bronska, figlia di un vecchio amico di Lenin, che pubblicò le proprie memorie sotto pseudonimo nel 1936, la KUMNZ fu sciolta e tutto il personale e quasi tutti gli studenti furono arrestati. [Courtois: 279-281]
All’indomani del Plenum di febbraio-marzo 1937 del Comitato centrale della VKP(b), la macchina delle epurazioni interne venne formalmente istituzionalizzata e affidata a una commissione speciale per la verifica del personale dell’apparato dell’IKKI. Di questo organismo inquisitorio facevano parte Georgi Dimitrov, Dmitrij Manuil’skij e Michail Moskvin, con la partecipazione attiva di altri leader di primo piano come Otto Kuusinen, Palmiro Togliatti, noto allora come Ercoli, Wilhelm Pieck e i massimi responsabili della Sezione quadri. L’indagine non si limitò al controllo dei funzionari amministrativi o dei tecnici dell’apparato, ma si estese capillarmente ai rappresentanti politici di tutti i partiti comunisti nazionali distaccati a Mosca. La commissione avviò ufficialmente le proprie sessioni operative il 27 maggio 1937 e già nel mese di luglio concluse la prima fase dei lavori. I primi effetti furono immediati: entro la metà di giugno, ben 65 persone erano già state rimosse d’autorità dall’apparato dell’IKKI.
Molti singoli processi invece di un altro Grande processo
L’ondata di arresti tra i funzionari dell’Internazionale si inseriva perfettamente nella più generale strategia di annientamento pianificata dai vertici dell’NKVD. All’interno del Commissariato del popolo agli affari interni venne elaborata e formalizzata una tesi d’accusa predefinita, secondo la quale sarebbe esistita all’interno del Comintern una vasta ed efficiente organizzazione spionistica e cospirativa “trockista di destra”, segretamente capeggiata da figure storiche del movimento comunista come Vilhelms Knorins, Béla Kun, Osip Pjatnickij e Aleksandr Abramov [Firsov 2004: 166-167].
Nelle intenzioni iniziali di Stalin e della polizia politica, questo impianto accusatorio avrebbe dovuto fare da sfondo a un quarto grande processo pubblico di Mosca. Tuttavia, per ragioni di opportunità politica internazionale, il progetto del mega-processo pubblico venne accantonato: al suo posto, i leader del Comintern vennero giudicati singolarmente attraverso una serie di processi a porte chiuse davanti ai tribunali militari, che si conclusero sistematicamente con immediate condanne alla fucilazione [Firsov 2004: 166-167].
I numeri della repressione
Lo storico Mikhaïl Panteleiev, tentando una stima, seppure approssimativa, delle vittime della repressione nell’apparato dell’IKKI ed escludendo gli organismi collegati (Profintern, MOPR, KUMNZ, ecc.), ha calcolato che nel 1937-1938 furono arrestati non meno di 112 collaboratori dell’IKKI, 85 dei quali solo nel 1937. Secondo il registro del Comintern per l’anno 1937, il numero del personale ammontava a 492, da Dimitrov, segretario generale dell’ECCI, a Khasianov, un ingegnere del riscaldamento. I collaboratori più colpiti furono i Sovietici (30), poi i Polacchi (22), poi i Tedeschi (16). Ai quali vanno aggiunti 11 lettoni, 6 estoni, 4 finlandesi, 4 rumeni, 4 jugoslavi, 3 bulgari, 2 ungheresi, 2 americani e 2 svizzeri, 1 francese, 1 lituano, 1 danese, 1 iraniano, 1 coreano, oltre a una donna di cui non è stato possibile determinare la nazionalità. La maggior parte dei collaboratori, anche se in origine di diverse nazionalità, al momento del loro arresto erano cittadini sovietici e quasi tutti membri del Partito comunista sovietico. [Panteleiev: 24-25; Firsov 2004: 167]
Nel corso del 1937, nessuno dei dieci massimi membri del Segretariato dell’IKKI venne direttamente toccato dagli arresti; la repressione si accanì invece sulle rispettive strutture di segreteria, colpendo assistenti, traduttori e impiegati. I dati d’archivio mostrano come la segreteria di Meer Moskvin perse ben 19 collaboratori, un dato pesantemente influenzato dall’alto numero di funzionari di origine polacca che vi lavoravano. La segreteria di Wilhelm Pieck registrò invece 5 arresti, quella di Otto Kuusinen ne contò 4, mentre quella di Dmitrij Manuil’skij subì 3 perdite. La stessa segreteria di Ercoli, ovvero Palmiro Togliatti, dovette registrare 3 arresti tra i propri ranghi, mentre la struttura facente capo a Georgi Dimitrov ne perse 2. Infine, le segreterie di Wilhelm Florin e di Wang Ming registrarono un arresto ciascuna [Panteleiev: 24-25].
La repressione dei familiari
La furia repressiva non colpì solo i singoli militanti, ma travolse sistematicamente i familiari – mogli, figli, fratelli, sorelle – che vennero arrestati e internati in applicazione del decreto contro i membri delle famiglie dei traditori della Patria [Panteleiev: 24-25]. La grande maggioranza degli arrestati venne passata per le armi, mentre i sopravvissuti vennero destinati ai campi di lavoro forzato del Gulag. Solo una ristrettissima minoranza di quadri beneficiò della scarcerazione, come nel caso di alcuni funzionari bulgari liberati grazie al diretto e rischioso intervento personale di Dimitrov [Panteleiev: 24-25].
Le modalità degli arresti riflettevano il clima imperante di totale arbitrio: alcuni funzionari vennero prelevati direttamente dai loro uffici a Mosca, altri vennero richiamati con un pretesto disponendone il rientro immediato mentre si trovavano in missione clandestina all’estero. Fu questo il destino della militante svizzera Lydia Dübi, responsabile della rete clandestina del Comintern a Parigi, richiamata d’urgenza a Mosca ai primi di agosto del 1937. Immediatamente dopo il suo arrivo nella capitale sovietica, la Dübi venne arrestata insieme ai suoi più stretti collaboratori, Brichman e Wolf.
Sottoposta a interrogatorio con l’accusa di appartenenza a un’ipotetica «organizzazione trockista antisovietica» e di spionaggio a favore di Germania, Francia, Giappone e persino della Svizzera, venne condannata a morte dal Collegio Militare della Corte Suprema dell’URSS il 3 novembre e fucilata pochi giorni dopo. La sua cittadinanza svizzera non le garantì alcuna tutela diplomatica e le autorità sovietiche si limitarono a notificare brutalmente alla famiglia il verdetto, senza fornire alcuna motivazione esplicativa.
Altrettanto tragica fu la vicenda della polacca L. Jankoska, condannata a otto anni di reclusione nel Gulag unicamente in quanto moglie di un “traditore della patria”, il dirigente Stanisław Skulski, noto con lo pseudonimo di Mertens, arrestato nell’agosto del 1937 e giustiziato il 21 settembre: nei suoi confronti venne applicato il principio poliziesco della corresponsabilità familiare [Courtois: 280].
Conclusioni
Le vicende del Comintern — complice e vittima al tempo stesso — furono il prodotto di una logica interna al sistema staliniano. Le organizzazioni che avevano fornito all’NKVD dossier, liste nere, autobiografie e segnalazioni, finirono per diventare, anche loro, vittime di quel meccanismo di morte che avevano contribuito a creare e a far funzionare.
Come ha sintetizzato lo storico Firsov: «La tragedia vissuta da molti uomini del Comintern ed emigrati politici rimasti schiacciati dalla macchina repressiva fu un pesante castigo per il servizio reso al sistema staliniano. I dirigenti del Comintern e dell’organizzazione di partito contribuirono all’"epurazione" degli emigrati politici e del proprio apparato, fornendo informazioni per l’attuazione delle repressioni. La stretta collaborazione fra il partito e gli organi di polizia trasformò le organizzazioni di partito in attivi veicoli della politica del regime staliniano, e i loro membri in vittime potenziali di questo regime. Tale sorte toccò anche a molti uomini del Comintern». [Firsov 2004: 176]
Il caso del Comintern mostra così uno dei caratteri peculiari del sistema staliniano: gli organismi chiamati a esercitare il controllo politico finirono per essere investiti dalla stessa logica repressiva che avevano contribuito ad attuare, in un processo che cancellò progressivamente il confine tra persecutori e vittime.
Bibliografia
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