La caduta del Quartiere ebraico della Città Vecchia e l’espulsione degli ebrei (1948), la divisione della città (1948–1967) e la sua riunificazione (1967)

1. GERUSALEMME, UNA E TRINA

Alla metà del 1948, quando la Gran Bretagna aveva ormai lasciato la Palestina, Gerusalemme contava circa 165.000 abitanti: 99.000 ebrei, 40.000 arabi musulmani, 25.000 arabi cristiani. [Gilbert 1997: 177]

La Città Vecchia

C’erano allora tre Gerusalemme. La prima, la Città Vecchia – un quadrilatero irregolare circondato da mura lunghe circa 4,5 km, dotate di 34 torri, costruite tra il 1535 e il 1542 dal sultano ottomano Solimano il Magnifico – era divisa in quattro quartieri: il Quartiere Musulmano, il più esteso e popoloso, adiacente al Monte del Tempio; il Quartiere Cristiano, raccolto attorno al Santo Sepolcro; il Quartiere Armeno, abitato da una comunità che cercava di mantenersi neutrale nel conflitto tra Ebrei e Arabi; e il Quartiere Ebraico, nell’angolo sud-est, un’enclave densamente popolata e di fatto isolata dal resto della Gerusalemme ebraica moderna.

All’interno delle mura si trovavano i luoghi santi di tre religioni. La Cupola della Roccia — nota comunemente come Moschea di Omar, sebbene si tratti di un edificio distinto — costruita attorno alla roccia che, secondo le diverse tradizioni religiose, fu teatro del sacrificio di Abramo e, per i musulmani, del viaggio celeste del profeta Maometto: è uno dei santuari più venerati dell’Islam. La Chiesa del Santo Sepolcro, il luogo della sepoltura di Cristo. La Via Dolorosa segnava, secondo la tradizione cristiana, il percorso lungo il quale Gesù, portando la croce, fu condotto al luogo della crocifissione. Il Muro del Pianto (noto anche come Muro Occidentale, HaKotel in ebraico), parte del quale risale all’epoca del Tempio di Salomone, è da generazioni meta dei pellegrinaggi ebraici per piangere la distruzione del Tempio.

La comunità ebraica della Città Vecchia — circa 2.000–2.500 persone a metà del 1948 — differiva profondamente da quella dei nuovi quartieri occidentali. Era composta in gran parte da Ebrei di tradizione sefardita, mizrahi e ashkenazita, per lo più ortodossi, legati al cosiddetto «Vecchio Yishuv», le più antiche comunità ebraiche in Palestina, spesso estranee o apertamente contrarie al sionismo politico. Le condizioni economiche erano modeste; la sopravvivenza dipendeva da reti di sostegno esterno di natura caritativa o religiosa. Con l’inizio delle ostilità nel dicembre 1947, questa comunità si trovò in una posizione disperata: circondata da quartieri arabi ostili e difesa da piccoli contingenti delle forze di difesa ebraiche (Haganah e Irgun), la sua tenuta dipendeva dai convogli britannici o dalle sortite notturne, mentre le condizioni igieniche e alimentari peggioravano rapidamente.

La Città Nuova

A ovest delle antiche mura si era sviluppata una nuova Gerusalemme. Fino al 1927 circa era ancora una striscia relativamente stretta che si estendeva dalla Porta di Jaffa lungo la Jaffa Road fino al mercato di Mahaneh Yehuda, con diramazioni verso i quartieri religiosi di Meah Shearim a nord e verso l’edificio dell’Agenzia Ebraica a sud. Nella Jaffa Road si concentravano le principali istituzioni del movimento ebraico in Palestina, i negozi, i ristoranti, il cinema, gli uffici commerciali e governativi. La sede centrale dell’amministrazione britannica — che governava il paese in forza del Mandato della Società delle Nazioni — si trovava invece lontano, nell’Augusta Victoria Institute sul Monte degli Ulivi. A est e a nord della Città Vecchia sorgevano altri insediamenti ebraici, tra cui l’Università Ebraica sul Monte Scopus; a sud, sulla strada per Betlemme, i Britannici avevano costruito nel 1930 la massiccia residenza dell’Alto Commissario, il governatore effettivo di tutta la Palestina. La città nuova era il centro economico e amministrativo di Gerusalemme.

La terza Gerusalemme

Gerusalemme all’inizio del XX secolo

Gerusalemme all’inizio del XX secolo.
(Fonte: Montefiore)

Fuori da questo anello gravitava una terza Gerusalemme, fatta di sobborghi sorti durante i trent’anni di dominio britannico. La maggior parte era ebraica, ma vi si trovavano anche villaggi arabi che coltivavano la frutta e la verdura che rifornivano la città, oltre a diecine di comunità di americani, tedeschi, greci, armeni, francesi e russi, giunti a Gerusalemme per ragioni religiose e missionarie.

Queste tre Gerusalemme formavano — nelle parole di Dov Joseph, governatore militare della Gerusalemme assediata — «un mosaico di comunità distinte, ciascuna vivendo in orgogliosa dissociazione dai suoi simili». Ciascuna aveva i propri notabili, che in qualche modo, attraverso infinite dispute sotto la direzione britannica, riuscivano a ottenere quel poco governo che la città aveva. Almeno fino al 1929 la città visse una pace travagliata, tra prosperità e degrado, conservando ancora i suoi antichi rituali. [Joseph: 2-5]

I villaggi attorno a Gerusalemme

L’area circostante era costituita da un insieme di villaggi prevalentemente arabi — Lifta, Deir Yassin, Ein Karem, Abu Dis, Castel, Beit Safafa — distribuiti lungo le principali vie di comunicazione e nelle aree collinari, abitati quasi esclusivamente da arabi musulmani con alcune minoranze cristiane. La loro posizione geografica li rendeva strategicamente cruciali: controllare quei villaggi significava controllare le vie di accesso alla città. Sotto la guida dell’Alto Comitato Arabo e delle milizie palestinesi di Abd al-Qadir al-Husayni, la loro mobilitazione fu determinante nel bloccare i rifornimenti vitali per la Gerusalemme ebraica.

Economia e approvvigionamenti

Per il proprio fabbisogno alimentare e idrico, Gerusalemme dipendeva in larga misura dai collegamenti con la pianura costiera, in particolare con Tel Aviv. La strada che univa le due città attraversava territori controllati da villaggi arabi, i cui abitanti potevano facilmente bloccarla o attaccare i convogli in transito. Tra la fine del 1947 e la primavera del 1948, il controllo di questa arteria divenne uno degli obiettivi strategici centrali del conflitto. I convogli organizzati per rifornire la città furono frequentemente oggetto di imboscate; le forze ebraiche tentarono di garantirne il passaggio con operazioni militari, conseguendo risultati temporanei ma mai una sicurezza duratura, fino all’estate del 1948.

Alla guerriglia degli Arabi palestinesi contro gli Ebrei seguì l’invasione del neonato Stato di Israele da parte di cinque eserciti arabi. Il risultato fu una trasformazione radicale delle condizioni di vita e della composizione etnica dell’intera Gerusalemme, e in particolare della Città Vecchia. Nel 1948 la città venne divisa tra Israeliani e Giordani; tale divisione durò fino al 1967, quando, in seguito alla vittoria israeliana nella Guerra dei Sei giorni, Gerusalemme venne nuovamente riunificata.

2. LA FINE DEL MANDATO BRITANNICO, LA NASCITA DI ISRAELE E L’INVASIONE ARABA

Le Nazioni Unite propongono due Stati in Palestina

Il 18 febbraio 1947, Ernest Bevin, ministro degli Esteri del governo laburista di Clement Attlee, dichiarò alla Camera dei Comuni che la Gran Bretagna si sarebbe ritirata dalla Palestina entro il 14 maggio 1948, rimettendo la questione alle Nazioni Unite. Si concludeva così il Mandato che le potenze alleate, nella Conferenza di San Remo del 1920 (ratificato dalla Società delle Nazioni nel 1922), avevano affidato alla Gran Bretagna per governare la Palestina ottomana e dare attuazione alla Dichiarazione Balfour: la creazione di un «focolare nazionale» per il popolo ebraico.

La proposta Onu di due Stati in Palestina

La proposta Onu di due Stati in Palestina.
(Fonte: Gilbert 1994)

Il 28 aprile 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nominò un Comitato Speciale sulla Palestina (UNSCOP), incaricato di studiare e proporre una soluzione al conflitto arabo-ebraico. Meno di quattro mesi dopo, la maggioranza dei suoi membri raccomandò la partizione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico, legati da un’unione economica, con l’internazionalizzazione di Gerusalemme. La minoranza propose invece una confederazione. Entrambe le proposte furono respinte dagli Arabi, che sottolinearono come il futuro Stato ebraico avrebbe interrotto la continuità territoriale del mondo arabo. [Abitbol: 201]

Sabato 29 novembre 1947, con la Risoluzione 181, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la partizione della Palestina mandataria in due Stati, uno ebraico e uno arabo, mentre Gerusalemme sarebbe stata amministrata da un organismo internazionale. La risoluzione ebbe 33 voti a favore (inclusi quelli di Stati Uniti, Francia, URSS e di tutti i paesi del Commonwealth tranne la Gran Bretagna), 13 voti contrari (gli undici paesi musulmani più Grecia e Cuba) e 10 astensioni, tra cui quella britannica.

La risoluzione fu accolta con manifestazioni di entusiasmo dalla comunità ebraica e immediatamente respinta dagli Arabi di Palestina e dagli Stati musulmani confinanti, che pubblicamente affermarono che avrebbero impedito con ogni mezzo la nascita dello Stato ebraico. Nei giorni successivi al voto, terroristi e bande armate uccisero ottanta Ebrei, saccheggiarono negozi ebraici e attaccarono autobus civili. Gli ulema dell’Università di al-Azhar al Cairo invocarono «un Jihad globale in difesa della Palestina araba». [Abitbol: 207] Un’ondata di violenze antiebraiche si abbatté nelle città arabe: ad Aden ottantadue Ebrei furono uccisi il 9 dicembre; a Beirut, Il Cairo, Alessandria e Aleppo furono attaccate e saccheggiate case e sinagoghe ebraiche; in Tripolitania più di 130 Ebrei furono uccisi da folle arabe. [Gilbert 2008: 154]

Il 30 novembre un autobus diretto a Gerusalemme fu attaccato da tre Arabi armati di mitragliatrice e granate: quattro Ebrei furono uccisi, tra cui la ventiduenne Shoshana Mizrachi Farhi, che stava raggiungendo Gerusalemme per sposarsi. Mezz’ora dopo, quasi nello stesso punto, fu attaccato un secondo autobus: tra i morti vi era Nehama Hacohen, patologa dell’ospedale Hadassah. A Gerusalemme, quando gli Ebrei cercarono di raggiungere il centro commerciale per rispondere agli attacchi, le forze britanniche glielo impedirono; non intervennero invece contro gli assalitori arabi. Sedici membri dell’Haganah furono arrestati per porto d’armi, ma nessun arabo venne fermato. In seguito a questi eventi, i comandanti dell’Haganah decisero che, in circostanze analoghe, le forze ebraiche avrebbero aperto il fuoco. [Gilbert 1997: 176-178]

Il giornalista David Courtney scrisse il 3 dicembre sul «Palestine Post»: «L’Arabo esce di casa, prende a sassate un autobus, pugnala un povero Ebreo. Si ritrova in una folla e vien preso dalla voglia di distruggere, bruciare, saccheggiare, uccidere. È convinto che farlo significa essere un patriota. È convinto che farlo significa servire la Libertà. Non può certamente essere persuaso che farlo non significa garantire per sé e per la sua famiglia pane, lavoro, buoni salari, il rendimento del suo lavoro nei campi, un miglior tenore di vita e pace; senza tutto questo quale sarebbe la sostanza o l’uso della libertà?». [cit. in Gilbert 1997: 178-179]

Agli Arabi palestinesi che attaccavano in modo disorganizzato si aggiunse l’Esercito arabo di Liberazione (ALA), finanziato dagli Stati arabi e composto da volontari arabi e da veterani degli eserciti britannico e tedesco. Il primo contingente, arrivato in Palestina tra dicembre 1947 e gennaio 1948, comprendeva 3.000 siriani, 800 iracheni, 800 palestinesi, 300 libanesi, 50 egiziani e 34 bosniaci. Vi era poi l’Esercito del Sacro Jihad del Mufti Hajj Amin Husseini, il cui nucleo si basava sulle bande armate formatesi già a metà degli anni Trenta, ciascuna con una forza permanente di 250–300 uomini che disponevano di armi leggere, granate e mortai, affiancata da centinaia di combattenti irregolari provenienti da città e villaggi. [Abitbol: 209-210]

Tra il 1945 e il 1948, gli Ebrei in Palestina non dovettero fronteggiare solo la reazione armata degli Arabi, ma anche l’ostilità delle autorità britanniche, che, accantonata la Dichiarazione Balfour e gli impegni internazionali sottoscritti, si schierarono apertamente a favore degli Arabi: patrocinarono la creazione della Lega Araba (1945); decisero l’indipendenza della Transgiordania (1946); sostennero la costituzione, l’addestramento e l’armamento della Legione Araba — parte dell’esercito transgiordano, ma comandata da ufficiali britannici al comando del generale John Bagot Glubb; mantennero in vigore le disposizioni del Libro Bianco del 1939, che tra le altre cose vietavano l’immigrazione dei sopravvissuti ai campi di sterminio. In questo clima iniziò la lotta per l’indipendenza del popolo ebraico. [De Benedetti, Elber, Ferretti, Volli: 74]

I Britannici lasciano la Palestina

Il mattino del 14 maggio 1948, il personale britannico abbandonò stanze e uffici del King David Hotel per lasciare Gerusalemme. A mezzanotte, scadenza formale del Mandato, l’Alto Commissario, il generale Alan Cunningham, salpò per la Gran Bretagna. Non c’era più alcuna potenza esterna — né una singola nazione né un gruppo di nazioni, e nemmeno le Nazioni Unite — in grado di sostituire l’autorità mandataria nella città. [Gilbert 1997: 210, 214]

14 maggio 1948: nasce lo Stato di Israele

Due giorni prima della proclamazione, il 12 maggio, Ben-Gurion convocò il Governo Provvisorio per una riunione d’emergenza. Yigael Yadin e Israel Galili, del Comando dell’Haganah, furono chiamati a pronunciarsi sulle possibilità di successo degli Ebrei contro le forze di invasione che cinque Stati arabi si apprestavano a schierare. «Le forze convenzionali dei paesi vicini con il loro equipaggiamento e le loro armi sono avvantaggiate», rispose Yadin. «Ma non bisogna fare un calcolo puramente militare di arma contro arma e unità contro unità […] La questione è fino a che punto il nostro popolo sarà in grado di prevalere contro quelle forze, tenuto conto del morale e dell’abilità del nemico e del nostro piano tattico. È stato dimostrato molte volte che i numeri e le unità non sempre sono decisivi […] Se volessi tirare le somme ed essere cauto, direi che in questo momento le nostre possibilità sono quasi pari. Se volessi essere più schietto, direi che l’altra parte ha un vantaggio significativo». [cit. in Gilbert 2008: 180-182]

Con sei voti contro quattro il Governo Provvisorio respinse la proposta americana di un cessate il fuoco e concordò che lo Stato sarebbe stato proclamato il venerdì pomeriggio successivo. Si trattava di una decisione di portata storica: accettare la tregua avrebbe significato rinviare la nascita dello Stato a un tempo indefinito. [Gilbert 2008: 180-182]

Nel pomeriggio di venerdì 14 maggio 1948, in una sala del Museo di Tel Aviv, Ben-Gurion annunciò solennemente la fondazione del nuovo Stato — al quale due giorni prima era stato dato il nome di Stato di Israele. Un discorso di mezz’ora davanti a un pubblico commosso che si alzò in piedi per salutare l’evento cantando il nuovo inno nazionale, l’Hatikva. Tra i passi più significativi della Dichiarazione d’indipendenza:

«Spinti da questo attaccamento storico, gli Ebrei aspirarono nei secoli a tornare nella terra dei loro padri e stabilire il proprio Stato. Negli ultimi decenni sono tornati in massa. Hanno recuperato il deserto, fatto rivivere la loro lingua, costruito città e villaggi, e hanno stabilito una comunità vigorosa e in continua crescita, con una propria vita economica e culturale. Hanno cercato la pace anche se preparati a difendersi. Hanno portato la benedizione del progresso a tutti gli abitanti del paese».

«Lo Stato d’Israele sarà aperto all’immigrazione di Ebrei da tutti i paesi della loro dispersione; si baserà sui precetti della libertà, della giustizia e della pace insegnati dai Profeti ebraici; rispetterà la piena uguaglianza sociale e politica di tutti i suoi cittadini, senza distinzione di razza, credo o sesso; garantirà la piena libertà di coscienza, di culto, istruzione e cultura; salvaguarderà la santità e l’inviolabilità dei santuari e luoghi santi di tutte le religioni; e si dedicherà ai principi della Carta delle Nazioni Unite».

«Offriamo pace e amicizia a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e li invitiamo a cooperare con la nazione ebraica indipendente per il bene comune di tutti». (Discorso di Ben-Gurion)

Undici minuti dopo l’annuncio di Ben-Gurion, gli Stati Uniti riconobbero il nuovo Stato. Due giorni dopo sarebbero stati seguiti da Unione Sovietica, Guatemala, Uruguay, Polonia e Cecoslovacchia. La Francia e la Gran Bretagna avrebbero atteso il 29 gennaio 1949 per il riconoscimento de facto, e quello de jure fino a maggio. [Abitbol: 231–232]

Cinque Stati arabi invadono Israele

Gli Stati arabi attaccano Israele

Gli Stati arabi attaccano Israele
(Fonte Morris 2002)

Dopo l’annuncio della risoluzione ONU e la proclamazione dello Stato di Israele, gli eserciti di cinque Stati arabi — Egitto, Siria, Giordania, Libano, Iraq — più le forze di volontari arabi invasero il neonato Stato ebraico. Quella che era stata una guerra civile ebraico-araba si trasformava in una guerra tra Stati con eserciti organizzati. [Abitbol: 207]

«Iniziava la guerra vera, e Israele si trovava in una posizione terribile. Gli eserciti degli Stati della Lega araba invasero il nuovo Stato con la specifica missione di liquidare gli Ebrei. “Questa sarà una guerra di sterminio e un gigantesco massacro” annunciò Abd al-Rahman Azzam, detto Azzam Pascià, segretario della Lega. “Se ne parlerà come si è parlato dei massacri dei mongoli e delle crociate”. I loro comandanti erano troppo sicuri di sé. Gli Ebrei erano stati sudditi di livello inferiore degli imperi islamici, talvolta tollerati, spesso perseguitati, e sempre sottomessi, per oltre mille anni. “Gli Arabi credevano di essere un grande popolo militare e consideravano gli Ebrei una nazione di bottegai” osservò il generale sir John Glubb, comandante inglese della Legione araba transgiordana di re Abdullah. “Gli Egiziani, i Siriani e gli Iracheni erano convinti di sconfiggere gli Ebrei senza alcuna difficoltà”. Il nazionalismo laico si mescolava al fervore della guerra santa: era impensabile che gli Ebrei potessero sconfiggere gli eserciti islamici, e molte fazioni jihadiste che combattevano a fianco delle forze armate regolari avevano abbracciato da tempo un antisemitismo radicale. Metà delle forze egiziane erano mujahidin dei Fratelli musulmani, fra cui il giovane Yasser Arafat». [Montefiore: 593-594]

3. L’INVASIONE GIORDANA, LA CADUTA DEL QUARTIERE EBRAICO DELLA CITTÀ VECCHIA E L’ESPULSIONE DEGLI EBREI

La Legione araba

Tra gli eserciti che invasero il neonato Stato di Israele vi era quello giordano, la Legione araba, che aveva caratteristiche particolari: era finanziata dal governo britannico, che vi distaccava un contingente di circa cinquanta-settantacinque ufficiali e sottufficiali; e britannico era il suo comandante, il generale John Bagot Glubb — Glubb Pascià — che rispondeva tanto al re giordano Abdullah quanto al governo di Londra. A differenza degli altri eserciti arabi, la Legione era un corpo disciplinato, professionale, meccanizzato, con efficienti unità di servizi. La sua forza nel maggio 1948 era di circa novemila uomini, saliti a quattordicimila un anno dopo. [Morris: 207–208]

La Legione attraversò il Giordano il 15 maggio 1948, immediatamente dopo il ritiro britannico. I reparti principali seguirono due direttrici: la regione collinare della Cisgiordania e Gerusalemme. Nei primi giorni le forze giordane presero il controllo di Nablus, Jenin, Tulkarem e Hebron, incontrando una resistenza limitata da parte delle forze ebraiche, più concentrate sulla difesa delle aree assegnate allo Stato israeliano. Questa fase iniziale, tra metà maggio e l’inizio di giugno, stabilì rapidamente una presenza militare giordana continua su gran parte della Cisgiordania, formalmente annessa dalla Giordania nel 1950 insieme con Gerusalemme Est. L’occupazione sarebbe durata fino al 1967, quando, con la Guerra dei Sei giorni, persa dalla Giordania, Israele assunse il controllo della regione.

Abdullah e la decisione su Gerusalemme

Abdullah nella Città vecchia

Re Abdullah nella Città vecchia.
(Fonte: Phillips 1996)

Il piano originale del re Abdullah e della Legione non prevedeva l’invasione di Gerusalemme: le Nazioni Unite le avevano assegnato uno statuto internazionale, e l’occupazione della città avrebbe violato quella risoluzione, esponendo la Gran Bretagna — finanziatrice e sostenitrice della Giordania — all’accusa di complicità. Inoltre, Gerusalemme contava centomila abitanti ebrei, e un intervento armato avrebbe potuto scatenare un conflitto diretto che il premier giordano Abul Huda aveva promesso a Bevin di evitare. [Morris: 210-212]

Ma gli sviluppi militari e le pressioni politiche prevalsero su queste considerazioni. Il 13 maggio i Britannici si ritirarono dalla Città Vecchia e i difensori dell’Haganah del Quartiere Ebraico ne occuparono immediatamente alcune posizioni abbandonate. Il 14 maggio, con l’operazione Kilshon, gli Ebrei presero possesso degli edifici e delle caserme che i Britannici avevano evacuato nella Gerusalemme Nuova: la Scuola di Polizia sul Monte Scopus, l’edificio dell’ospedale italiano, l’ufficio postale centrale. Anche le forze arabe si mossero rapidamente: Fadl Abdullah Rashid, comandante iracheno delle forze arabe di Gerusalemme, guidò i suoi uomini alla conquista della stazione ferroviaria principale, della vicina tipografia governativa e del campo di Allenby.

Palestinesi e Arabi tentarono poi di rimuovere le forze ebraiche dalle posizioni conquistate, sotto la copertura dell’artiglieria dell’ALA e della Legione Araba, che bombardavano la città. Gli Ebrei resistettero e ampliarono anzi le proprie acquisizioni, stabilendo un’area controllata nella parte sud-orientale di Gerusalemme e occupando Sheikh Jarrah e il monastero di Notre Dame, che dominava la Porta di Nablus. Il monastero fu teatro di sanguinosi combattimenti e cambiò più volte di mano; il 24 maggio rimase definitivamente in mani ebraiche. [Tal: 208]

«Abbiamo conquistato quasi tutta Gerusalemme e la Città Vecchia. La Città Vecchia è assediata dagli Ebrei da quasi tutte le parti», sosteneva Ben-Gurion, esagerando l’effettivo andamento delle operazioni. Tra gli Arabi di Gerusalemme Ovest si diffuse il panico: circa 40.000 persone fuggirono nella Città Vecchia, aggiungendosi alle 20.000 già residenti. [Tal: 210] I notabili della città inviarono una serie di messaggi disperati ad Abdullah e a Glubb: «S.O.S. Gli Ebrei sono vicino alle mura della Città Vecchia, dite alla Legione di venire in aiuto immediatamente». E poi: «Salvateci! Aiutateci! Sono arrivati alla Porta di Jaffa! Hanno occupato Sheikh Jarrah! Stanno scalando le mura della Città Vecchia! Salvateci!». [Morris: 211]

Abdullah decise di intervenire per molteplici ragioni. Temeva che se Gerusalemme Est fosse caduta, il mondo arabo lo avrebbe ritenuto responsabile. Valutava l’enorme importanza politica e religiosa della città per l’islam, per il cristianesimo e per l’ebraismo: il controllo di Gerusalemme Est avrebbe valorizzato il suo povero e desertico regno. Voleva a ogni costo che le terre dove erano sepolti suo padre Husayn e suo fratello Faisal non finissero in mani ebraiche. C’era infine una ragione militare stringente: se Gerusalemme Est fosse caduta, l’Haganah avrebbe tagliato le linee di rifornimento della Legione, rendendo insostenibile la posizione giordana a Nablus, Ramallah ed Hebron. Per mantenere la Cisgiordania, la Legione doveva impadronirsi di Gerusalemme Est.

Il 16 maggio Abdullah inviò un messaggio a Glubb: «Io... ordino che tutto ciò che noi [cioè gli arabi] possediamo oggi debba essere preservato — la Città Vecchia e la strada per Gerico. Vi chiedo di eseguire questo ordine il prima possibile». Il giorno seguente anche il primo ministro Abul Huda, che inizialmente si era opposto all’entrata a Gerusalemme, scrisse a Glubb: «Sua maestà... è estremamente ansioso e insiste affinché venga inviata una forza da Ramallah con artiglieria ad attaccare i quartieri ebraici di Gerusalemme. Gli Ebrei stanno attaccando... la Città Vecchia... Un attacco agli Ebrei alleggerirebbe la pressione». [cit. in Morris: 211]

Glubb era riluttante a impegnare il suo esercito in combattimenti di strada, potenzialmente costosi e incerti nell’esito. Fino all’ultimo sperò in una tregua che evitasse l’attacco diretto. Alla fine, però, dovette cedere. La sera del 17 maggio ordinò che due cannoni fossero puntati su Gerusalemme Nord e che due compagnie di fanteria fossero inviate al Monte degli Ulivi. Nelle prime ore del giorno seguente una delle compagnie si spostò nella Città Vecchia. [Morris: 212]

Le forze in campo

Prima dell’arrivo dei Giordani, i notabili e i comandanti locali Sayyid Munir Abu Fadl e Khalid al-Husayni avevano organizzato la difesa della Città Vecchia e gli attacchi al Quartiere ebraico. Disponevano di circa 700 irregolari, 300 dell’ALA e 300 di al-Jihad al-Muqaddas, più 100 ex poliziotti che potevano muoversi liberamente.

Il Quartiere ebraico era difeso da circa 200 reclute: 130 dell’Haganah, 40 dell’Irgun e altri volontari. Solo una parte dei residenti locali partecipò alla difesa; la maggioranza non lo fece, e i rabbini della comunità avevano più volte chiesto ai comandanti dell’Haganah di evitare i combattimenti con gli arabi. [Tal: 209-210]

L’assedio e la caduta del Quartiere ebraico

Il 16 maggio gli Arabi attaccarono il Quartiere, conquistando diverse posizioni e colpendo le case con i mortai. Molti abitanti si rifugiarono nelle sinagoghe e nelle cantine. I rabbini chiesero all’Haganah di negoziare la resa, temendo un massacro. Il quartier generale dell’Haganah a Gerusalemme ordinò ai difensori di resistere, promettendo rinforzi.

Il 18 maggio la Legione Araba, al comando di Abdullah Tall, invase la Città Vecchia. Ora gli Ebrei non si trovavano più di fronte a bande irregolari, ma a forze esperte, organizzate e pesantemente armate, alle quali si aggiunsero gruppi di combattenti irregolari, metà dei quali dell’ALA. Il numero dei combattenti arabi era cinque volte superiore a quello dei difensori del Quartiere, e il loro equipaggiamento — mortai, cannoni, mitragliatrici pesanti, grandi quantità di munizioni — era di gran lunga superiore a quello degli Ebrei. [Lapidot: 250; Morris: 218]

Abdullah Tall adottò una tattica lenta e sistematica: anziché attaccare direttamente il Quartiere, lo sottopose a bombardamenti continui di cannoni e mortai, giorno e notte. Dopo ogni bombardamento, i genieri della Legione si avvicinavano furtivamente alle postazioni ebraiche, posavano cariche esplosive e le facevano detonare, conquistando poi le posizioni danneggiate. Il progresso era lento, ma le perdite della Legione erano ridotte al minimo. Il 20 maggio gli Arabi distrussero completamente diverse postazioni e la sinagoga di Nissan Beck: cinque morti e dieci feriti tra i difensori in un solo giorno. [Lapidot: 252]

I pesanti bombardamenti, le perdite crescenti e l’avanzamento inesorabile della Legione scoraggiavano sia i difensori sia i civili del Quartiere. I rabbini Zev Mintzberg e Ben-Zion Hazan inviarono telegrammi disperati al rabbino capo Yitzhak Herzog e a Yitzhak Ben-Zvi, presidente del Vaad Leumi (divisione israeliana dell’Agenzia Ebraica): «La comunità sta per essere massacrata. A nome della popolazione inviamo un disperato appello per avere aiuto. Le sinagoghe sono state distrutte e i rotoli della Torah bruciati... L’ospedale Misgav Ladach è sotto una pioggia di proiettili... Svegliate le autorità e il mondo intero… Salvateci». [Lapidot: 252; Morris: 218]

Il 23 maggio i bombardamenti causarono altri quattro morti e quattro feriti. L’agibilità del Quartiere si riduceva giorno dopo giorno; il numero dei combattenti diminuiva, le munizioni finivano. I feriti lasciavano prematuramente l’ospedale per tornare ai loro posti.

Il 26 maggio la Legione prese la sinagoga Hurva, l’edificio più grande e sacro del quartiere, e poi — senza motivo apparente — la fece saltare in aria. «Questa vicenda alimenterà per generazioni il risentimento dell’ebraismo mondiale», predisse un funzionario dell’Ufficio degli Esteri. [cit. in Morris 2008: 218]

Lo stesso giorno, tramite altoparlanti, gli Arabi comunicarono agli Ebrei che avevano sette ore per arrendersi, prima che l’intero Quartiere venisse distrutto. I civili assediarono il posto di comando chiedendo al comandante Moshe Rosnak di accettare l’offerta. Rosnak informò il comando cittadino che, se entro la notte non fossero arrivati rinforzi, il Quartiere avrebbe capitolato alle cinque del mattino. Il quartier generale dell’Haganah ordinò di resistere «ancora per qualche ora», ma non riuscì a organizzare un soccorso efficace. Gerusalemme Ovest era essa stessa sotto assedio: la Legione aveva bloccato la strada Tel Aviv–Gerusalemme a Latrun e Bab al-Wad. Gli storici israeliani avrebbero poi criticato il comandante della Haganah a Gerusalemme, David Shaltiel, accusandolo di incompetenza e persino di indifferenza verso la comunità ultraortodossa e antisionista del Quartiere. [Morris 2008: 218]

La resa

Quartiere ebraico 28 maggio 1948

Quartiere ebraico 28 maggio 1948
(Fonte Phillips 1996)

Quartiere ebraico 29 maggio 1948

Quartiere ebraico 29 maggio 1948
(Fonte Phillips 1996)

La mattina del 28 maggio una delegazione di rabbini arrivò al bunker di comando dell’Haganah e annunciò l’intenzione di arrendersi. Il comandante Moshe Rosnak acconsentì ad avviare «negoziati di tregua». Glubb descrisse la scena che seguì: «Due vecchi rabbini, con la schiena curva per l’età, si fecero avanti lungo uno stretto vicolo portando una bandiera bianca». Nella terra di nessuno incontrarono un ufficiale giordano. Il maggiore Abdullah Tall pretese di trattare con il mukhtar (rappresentante) del quartiere, Mordechai Weingarten. Weingarten, accompagnato dalla figlia Yehudit, si presentò puntualmente e le trattative iniziarono in un caffè vicino. [Morris 2008: 217-219]

Dopo una giornata di negoziati, alle 16:36 Abdullah Tall accettò il cessate il fuoco a due condizioni: le sue truppe avrebbero occupato il Quartiere Ebraico, mentre i combattenti ebrei sarebbero stati portati ad Amman come prigionieri di guerra. Quando Tall vide che i difensori disponevano di pochissime armi, esclamò: «Se avessi saputo che questa era la situazione, giuro che vi avrei sconfitti con i bastoni». Si arrabbiò ancora di più scoprendo che erano rimasti illesi solo trentacinque soldati. Nell’ultima settimana di combattimenti nel Quartiere sessantadue Ebrei erano stati uccisi e duecento feriti. [Gilbert 1997: 224]

Rosnak, Weingarten e Tall firmarono l’atto di resa. Tall acconsentì che gli abitanti civili e tutte le donne fossero liberi di partire per Gerusalemme Ovest; i maschi in età militare furono considerati prigionieri di guerra. I combattenti gravemente feriti sarebbero stati liberati. Dei 213 difensori, trentanove erano morti e 134 feriti. [Morris 2008: 217–219]

I legionari si schierarono in forze e protessero gli Ebrei dagli attacchi della folla araba che si radunava, uccidendo almeno due assalitori e ferendone altri. Un prigioniero ricordò in seguito: «Siamo rimasti tutti sorpresi dal comportamento della Legione nei nostri confronti. Tutti pensavamo che tra i soldati [dell’Haganah] nessuno sarebbe rimasto vivo... Temevamo un massacro. Ma i soldati della Legione ci hanno protetti anche dalla folla, hanno aiutato a soccorrere i feriti, hanno portato loro stessi le barelle... Ci hanno dato da mangiare, il loro atteggiamento era cortese e civile». [cit. in Morris 2008: 217-219]

Due anziani rifugiati ebrei

Due anziani rifugiati ebrei abbandonano il Quartiere ebraico
(Fonte Phillips 1996)

Rachel-Levy

Rachel Levy, sette anni, fugge dal Quartiere ebraico
(Fonte Phillips 1977)

I legionari presero prigionieri 290 maschi non feriti, di età compresa tra i quindici e i cinquanta anni — due terzi di loro non combattenti — e cinquantuno feriti. Milleduecento abitanti furono accompagnati fino alla Porta di Sion e liberati. Il Quartiere fu poi ampiamente distrutto e saccheggiato dalla folla. La sua caduta inflisse un duro colpo al morale dell’intera comunità ebraica in Israele: per la prima volta nella storia moderna non ci sarebbe stata alcuna presenza ebraica nel Quartiere Ebraico, né alcuna possibilità per gli Ebrei di accedere al Muro del Pianto. [Morris 2008: 217-219]

La sera del 28 maggio 1.300 rifugiati si preparavano a lasciare il Quartiere per Gerusalemme Ovest. Mentre se ne andavano, videro colonne di fumo alzarsi dal quartiere dietro di loro: il complesso ospedaliero Hadassah era stato incendiato e, nonostante il coprifuoco imposto da Abdullah Tall, il saccheggio e l’incendio delle proprietà ebraiche erano in pieno svolgimento. «Sono rimasto colpito dalle loro espressioni, che erano passate da uno sguardo intorpidito e vuoto a uno di dolore», scrisse il fotografo John Phillips, che aveva seguito la Legione. «Eppure nessuno pianse. Le lacrime erano un lusso per cui queste persone non avevano tempo. Un’ora era tutto ciò che avevano per raccogliere gli averi di una vita». [cit. in Gilbert 1997: 224]

La fotografia di Rachel, la bambina che fuggiva dal Quartiere ebraico, venne scattata dal fotografo di LIFE John Phillips, il quale così la presentò: «Distratto dalla rapidità con cui il Quartiere Ebraico veniva distrutto, quasi non notai la bambina che correva giù per la strada. Terrorizzata, mostrava i denti come un animale in trappola». [Phillips 1977: 46]
Rachel si salvò e molti anni dopo Phillips potè incontrarla e ascoltare la sua testimonianza di quegli eventi convulsi e terribili. Qui appresso il racconto di Rachel come riportato da Phillips.

«Rachel Ma'atuk Levy è la moglie di un tassista di Gerusalemme. Nessuno riconoscerebbe in questa casalinga allegra la bambina terrorizzata che corse lungo la strada infuocata degli Ebrei nel 1948. È così che Rachel ricorda quell’accaduto. “Avevo sette anni e mezzo all’epoca. Ero rimasta a casa, perché mia madre era andata in sinagoga con gli altri bambini e mi aveva dimenticato nella confusione generale. Così ho preso dei matzoh, che erano sul tavolo, e sono uscita. C’erano soldati arabi per strada e il quartiere stava bruciando. Non avevo altra scelta che correre per strada cercando i miei genitori. Sono arrivata alla Porta di Zion e sono stata spinta attraverso dalla folla. Un soldato israeliano dall’altra parte mi ha messo su un camion con altri rifugiati. Voleva portarmi via i matzoh perché c’era così poco spazio nel camion. Ma li ho tenuti stretti. Il giorno dopo ho trovato mia madre, mio padre e il mio fratellino Sasoon. Ho dato i matzoh a mia madre. Li ha divisi tra noi, perché non c’era altro da mangiare. Siamo stati portati in una casa enorme con molte stanze. Era alta tre piani. La mia unica paura in tutto questo tempo era salire quelle scale e non riuscire più a scendere. Non ero abituata a case così. Non avevo mai visto scale prima”».

John Phillips, A Will to Survive, p. 162

4. GERUSALEMME DIVISA (1948-1967) E NUOVAMENTE RIUNITA (1967)

Durante le prime fasi del conflitto — la guerra civile ebraico-araba (novembre 1947-maggio 1948) e poi l’invasione dei cinque eserciti arabi (maggio-giugno 1948) — il neonato Stato israeliano rischiò di essere sopraffatto. Ma a partire dall’estate del 1948 le sorti della guerra volsero a favore di Israele. Il moderato re di Giordania Abdullah, soddisfatto di aver conquistato parte della Cisgiordania e di controllare Gerusalemme Est e la Città Vecchia, evitava ormai lo scontro con le forze israeliane. Non voleva ulteriormente indebolire il suo esercito né vedere i propri alleati-rivali egiziani e siriani uscire vincitori. [Encel, Thual: 213]

Gerusalemme divisa

Dopo la cessazione dei principali combattimenti a Gerusalemme, il 30 novembre 1948 il tenente colonnello Moshe Dayan (comandante militare di Gerusalemme) e Abdullah Tall (per la Legione Araba giordana) firmarono, con la mediazione del diplomatico statunitense Ralph Bunche, un accordo su una linea provvisoria di cessate il fuoco. La linea fu tracciata con pastelli a cera di colore verde su una mappa in scala ridotta, in una casa abbandonata nel quartiere di frontiera di Musrara.

La divisione fu ufficialmente sancita dagli Accordi di Armistizio tra Israele e Giordania, siglati a Rodi il 3 aprile 1949 e firmati dal colonnello Ahmed Sudki El-Jundi e dal tenente colonnello Mohamed Maayte per la Giordania, e da Reuven Shiloah e Moshe Dayan per Israele.

Gli accordi si attennero alla linea del fronte militare, da allora comunemente chiamata «Linea Verde» (dal colore del pastello usato per tracciarla). A Israele fu assegnata Gerusalemme Ovest, alla Giordania Gerusalemme Est — che comprendeva la Città Vecchia e i luoghi santi dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam. Tra le due zone fu istituita una fascia di terra di nessuno, difesa da reticolati, muri e cecchini. A Israele andò anche l’area del Monte Scopus, isolata in territorio giordano ma presidiata da un piccolo contingente israeliano rifornito periodicamente da convogli scortati dall’ONU.

Poiché la linea era stata tracciata su una mappa in scala ridotta con spessi pastelli, si crearono numerose ambiguità: la larghezza del tratto equivaleva sul terreno a una striscia di decine di metri, a volte dividendo a metà singole case o strade.

«Tra le postazioni israeliane e quelle giordane, la terra di nessuno misura diverse decine o addirittura centinaia di metri in alcuni punti, in particolare a nord della Città Vecchia nel distretto di Musrara, a ovest davanti alla Porta di Jaffa e a sud sui pendii della collina di Sion. In totale, la cosiddetta zona “neutrale” copre 3 km², enorme sulla scala di Gerusalemme, quando sappiamo che la città all’interno delle mura misura appena 1 km²». [Lemire: 389]

All’indomani della guerra e dei massicci spostamenti di popolazione, la demografia di Gerusalemme cambiò radicalmente. Gerusalemme Ovest (Israele) contava tra 80.000 e 100.000 abitanti, quasi esclusivamente Ebrei: circa 30.000 arabi palestinesi che vivevano nei quartieri occidentali erano fuggiti. Gerusalemme Est (Giordania) aveva una popolazione stimata tra i 45.000 e i 60.000 abitanti, interamente araba (musulmani e cristiani): i circa 2.000 Ebrei del Quartiere ebraico della Città Vecchia erano stati espulsi o fatti prigionieri e le loro proprietà erano state distrutte o riutilizzate.

La Gerusalemme giordana

La strategia di re Abdullah non mirava a fare di Gerusalemme il centro di un nazionalismo specificamente palestinese, ma, al contrario, a fare della città il perno di una potenziale unità araba di cui il nuovo regno di Giordania avrebbe rappresentato una prefigurazione. Tuttavia Gerusalemme Est, lungi dal diventare una vera capitale, rimase per quasi due decenni una città provinciale e trascurata. Per il sovrano hashemita era un luogo di grande prestigio simbolico e religioso, ma pur sempre periferico rispetto ai centri vitali del suo regno. A nutrire la sua diffidenza verso Gerusalemme contribuivano anche altri fattori: nel nuovo regno si trovava una popolazione composta per due terzi da Palestinesi, un terzo dei quali rifugiati, il che comportava concreti rischi di instabilità politica qualora la città avesse assunto il ruolo di una vera capitale politica. [Lemire: 390-391]

La crescita urbana fu tenuta entro confini ristretti: il municipio giordano copriva appena 6 km², dei quali solo 3 km² effettivamente edificati, con divieti di costruzione su numerose aree. Nel 1950 la Giordania annesse formalmente la Cisgiordania; il 24 aprile dello stesso anno il Parlamento giordano ratificò l’annessione di Gerusalemme Est, con Amman come capitale dello Stato ampliato. Solo Gran Bretagna e Pakistan riconobbero questa annessione. Il 27 luglio 1953 il re Hussein — Abdullah era stato assassinato a Gerusalemme il 20 luglio 1951 — dichiarò Gerusalemme Est «capitale alternativa del Regno Hashemita» e «parte integrante e inseparabile» della Giordania, ma il suo governo scoraggiò lo sviluppo economico della città e si rifiutò di istituirvi un’università araba. [Gilbert 1994: 101]

Caduta sotto il controllo giordano, la Città Vecchia perse l’intera sua popolazione ebraica. A tutti gli Israeliani fu impedito l’accesso alla Città Vecchia, e persino di suonare lo shofar — il corno di montone utilizzato in funzioni rituali — in flagrante violazione dell’armistizio firmato nel marzo 1949. Appelli alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale perché la Città Vecchia fosse dichiarata «città aperta» non ottennero risposta.

Le conseguenze per il patrimonio ebraico furono devastanti. Tutte le 35 sinagoghe della Città Vecchia, tranne una, furono distrutte; quelle non completamente demolite vennero utilizzate come pollai e stalle. Il venerato cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi fu in gran parte distrutto: delle 150.000 tombe, alcune risalenti all’antichità, ne furono devastate 70.000; migliaia di lapidi spezzate furono riutilizzate come materiale da costruzione per strade e latrine, e vaste aree del cimitero furono spianate per creare una scorciatoia verso un nuovo hotel. Centinaia di rotoli della Torah e migliaia di libri sacri furono saccheggiati e ridotti in cenere.

Il saccheggio che seguì la caduta del Quartiere ebraico fu immediato e sistematico. Constantine Mavrides, interprete presso il consolato generale greco, annotò nel suo diario il 29 maggio: «Tutto ciò che rimaneva venne saccheggiato. Sciami di donne e bambini arabi, per lo più provenienti dai villaggi circostanti, si riversarono nel quartiere e asportarono persiane, porte e ringhiere mezze bruciate, per rivenderle al mercato o nei loro villaggi». [cit. in Lemire: 387–392]

La Gerusalemme israeliana

Il 5 dicembre 1949 lo Stato di Israele dichiarò Gerusalemme Ovest sua capitale; il 23 gennaio 1950 il Parlamento israeliano, riunendosi in città, proclamò che Gerusalemme era e sarebbe sempre stata la capitale di Israele. Il 12 luglio 1953 il Ministero degli Esteri si trasferì da Tel Aviv a Gerusalemme, nonostante le proteste di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Turchia e Australia, i quali si rifiutarono di trasferirvi le proprie ambasciate. Entro il 1967, tuttavia, il 40% di tutte le missioni diplomatiche aveva sede in città. [Gilbert 1994: 101] Gli Stati Uniti avrebbero trasferito ufficialmente la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme solo il 14 maggio 2018.

«La situazione di Gerusalemme Ovest dopo il 1949 sembra essere un’immagine invertita di quella di Gerusalemme Est: lungi dall’essere trascurata dalle autorità politiche, la città era al contrario oggetto di ogni preoccupazione e beneficiava di investimenti significativi; nel gennaio 1950 fu proclamata capitale del nuovo Stato di Israele, la Knesset vi si trasferì nello stesso anno, come la maggior parte dei ministeri trasferiti da Tel Aviv; per accogliere i nuovi immigrati, i cantieri edilizi si moltiplicarono e i confini del territorio municipale furono estesi verso ovest fino a raggiungere 38 km². La popolazione di Gerusalemme Ovest aumentò da 90.000 a 190.000 abitanti tra il 1949 e il 1967». [Lemire: 394–395]

La Guerra dei Sei giorni

Le settimane che precedettero la guerra del 1967 furono, nel mondo arabo, un periodo di manifestazioni pubbliche di entusiasmo che coinvolgevano sia le masse sia le élite. Il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, la settimana prima dello scoppio della guerra, promise a una folla euforica: «il nostro obiettivo fondamentale sarà quello di distruggere Israele». Le descrizioni contemporanee dell’atmosfera che si respirava al Cairo nel maggio 1967 riferiscono che la città era addobbata con manifesti raccapriccianti che mostravano soldati arabi che sparavano, schiacciavano, strangolavano e smembravano Ebrei barbuti e dal naso adunco. [Mor]

Gli appelli al massacro, i grandi movimenti di folla nelle capitali arabe, le ardenti preghiere nelle moschee e nelle pubbliche piazze, le dichiarazioni incendiarie trasmesse da radio e televisioni, i canti e le marce, i continui incontri dei leader arabi caratterizzarono l’atmosfera nelle città egiziane, siriane, giordane. [Barnavi: 182]

A partire dal 13 maggio, le truppe egiziane si spostarono nel Sinai, da cui Israele si era ritirato nove anni prima e che era stato smilitarizzato come misura di sicurezza per Israele dopo il suo ritiro. Mentre le truppe egiziane avanzavano, la Radio del Cairo, in una sorta di bombardamento propagandistico quotidiano, assicurava: «L’Egitto, con tutte le sue risorse, è pronto a tuffarsi in una guerra totale che sarà la fine di Israele». [cit. in Gilbert 2008: 366]

Dal 1956 una Forza d’Emergenza delle Nazioni Unite (UNEF) di 3.400 uomini era stata stanziata nella Striscia di Gaza e a Sharm el-Sheikh, all’estremità meridionale della penisola del Sinai, con il compito approvato a livello internazionale di monitorare il cessate il fuoco egiziano-israeliano. Il 16 maggio Nasser ordinò alle Nazioni Unite di ritirare le loro forze dal Sinai. Nasser aveva così il pieno controllo del Sinai. [Gilbert 2008: 366-367]

Il 19 maggio le forze dell’Onu si ritirarono. La radio del Cairo annunciò: «Questa è la nostra occasione, Arabi, per infliggere a Israele un colpo mortale di annientamento, per cancellare tutta la sua presenza nella nostra terra santa».

Il 25 maggio si verificò uno sviluppo ancora più allarmante: unità corazzate egiziane attraversarono il Canale di Suez e presero posizione all’interno del Sinai. [Gilbert 2008: 372]

La tensione aumentava e Nasser vi contribuiva. «La battaglia sarà generale», dichiarò il 26 maggio, «e il nostro obiettivo fondamentale sarà distruggere Israele. Probabilmente non avrei potuto dire certe cose cinque o anche tre anni fa. Oggi dico queste cose perché sono sicuro di me». Nel Consiglio di Sicurezza l’Unione Sovietica aveva chiarito che avrebbe posto il veto a qualsiasi proposta che non fosse in accordo con i desideri dell’Egitto o della Siria. Volando da Mosca al Cairo, il Ministro della Difesa sovietico, il maresciallo Grechko, portò a Nasser un messaggio personale di incoraggiamento dal Capo di Stato sovietico, Alexei Kosygin. Nasser era fiducioso in una vittoria militare che avrebbe posto fine all’esistenza di Israele. [Gilbert 2008: 373]

5 giugno 1967

5 giugno 1967. L’attacco israeliano alle basi egiziane

Il 1° giugno, il primo ministro israeliano Levi Eshkol, che fino ad allora aveva cercato una soluzione che evitasse la guerra, nominò Ministro della Difesa Moshe Dayan, il quale riteneva che sarebbe stato troppo pericoloso aspettare che l’offensiva araba si dispiegasse sul territorio israeliano. Così, mentre gli eserciti della coalizione in assetto di guerra si avvicinavano ai confini e i media statali arabi annunciavano la distruzione di Israele, il 5 giugno le forze armate israeliane lanciarono un’offensiva su larga scala, che si rivelò decisiva per la sicurezza di Israele, in quella che venne chiamata la Guerra dei Sei giorni.

All’alba del 5 giugno, gli Israeliani bombardarono gli aeroporti egiziani e in poche decine di minuti, l’Egitto perse quasi tutti i suoi aerei e di conseguenza la maggior parte delle sue forze. Tre colonne corazzate israeliane, attivamente supportate dall’aeronautica attaccarono le difese egiziane e si spinsero verso il Canale di Suez e la punta meridionale del Sinai (Sharm el-Sheikh).

Nel giro di pochi giorni, la penisola era completamente controllata da Israele, i cui soldati si accamparono sulla riva orientale del canale.

Il cessate il fuoco imposto congiuntamente da Mosca e Washington arrivò la mattina dell’11 giugno. In sei giorni di combattimenti, Israele aveva sconfitto le forze dell’Egitto e quelle dei suoi alleati, Siria e Giordania, aveva quadruplicato l’estensione dei territori sotto il suo controllo (Sinai, Gerusalemme, Cisgiordania, Gaza, Golan), aveva acquisito linee di confine molto più facili da difendere rispetto a prima.

L’equipaggiamento bellico di Israele e degli Egiziani con i loro alleati Siriani e Giordani era in quantità e valore sostanzialmente uguale, ma Israele aveva dominato dall’inizio alla fine, anche perché tra le due parti vi era una differenza di motivazione: in caso di sconfitta gli Israeliani sarebbero stati spazzati via o, nel migliore dei casi, avrebbero perso indipendenza e sovranità, gli Arabi, al peggio, sarebbero tornati alla situazione prebellica. [Encel, Thual: 363-368]

Riconquista e riunificazione di Gerusalemme

Nell’imminenza della guerra, il governo israeliano aveva cercato di scongiurare la partecipazione giordana. Il 4 giugno il primo ministro Levi Eshkol aveva fatto comunicare al re Hussein, tramite le Nazioni Unite: «Non avvieremo alcuna azione contro la Giordania. Tuttavia, se la Giordania dovesse aprire le ostilità, reagiremo con tutte le nostre forze, e lui dovrà assumersi la piena responsabilità di tutte le conseguenze». Alle 8:30 del mattino del 5 giugno le forze giordane iniziarono a bombardare Gerusalemme Ovest. Un’ora dopo, da Amman, re Hussein trasmise: «L’ora della vendetta è arrivata». [cit. in Gilbert 1994: 107]

I combattimenti terrestri più intensi del primo giorno di guerra si svolsero a Gerusalemme. Il governo israeliano, per rispettare i sentimenti religiosi di cristiani e musulmani e per evitare le perdite che avrebbero comportato i combattimenti casa per casa, aveva deciso che la Città Vecchia non sarebbe stata attaccata direttamente. Ma l’artiglieria giordana continuò a colpire strutture e fabbricati nella Gerusalemme ebraica — tra cui la Knesset, i cui membri continuarono a discutere e deliberare mentre i proiettili la colpivano. L’esercito israeliano lanciò allora due attacchi a tenaglia, uno a nord e uno a sud, puntando alle posizioni giordane fortificate e alla Government House a sud, sede delle Nazioni Unite occupata dalle truppe giordane. L’obiettivo era isolare la Città Vecchia dai rinforzi e indurla alla resa. [Gilbert 2008: 386]

Il 6 giugno sia il generale Yigal Allon sia Menachem Begin pressarono il primo ministro Eshkol perché ordinasse alle truppe di entrare nella Città Vecchia e riconquistare il Quartiere Ebraico perduto nel 1948. Anticipando una possibile tregua imposta dalle Nazioni Unite, Eshkol cedette. Dayan ordinò di occupare la Città Vecchia nel più breve tempo possibile. [Gilbert 2008: 387-388]

Al calar della notte del 6 giugno gli Israeliani avevano conquistato quasi tutta Gerusalemme Est. La mattina del 7 giugno entrarono nella Città Vecchia attraverso la Porta di Santo Stefano. [Gilbert 1994: 107]

«Tutti si diressero al Muro. Gur e i suoi paracadutisti non sapevano come arrivarci dal Monte del Tempio, ma un vecchio arabo mostrò loro la Porta dei Magrebini, e le tre compagnie raggiunsero il sacro luogo. Con in mano lo shofar e una Torah, il rabbino Shlomo Goren, barbuto cappellano capo dell’esercito, s’incamminò verso il Muro del Pianto, davanti al quale iniziò a recitare la preghiera dei defunti, mentre i soldati pregavano, piangevano, alcuni applaudivano, altri danzavano e cantavano il nuovo inno della città: Yerushalayim shel zahav (Gerusalemme d’oro).
[…]
Alle 14:30, Dayan, affiancato dai generali Rabin e Narkiss, entrò in città, passando accanto a “carri che bruciavano” e percorrendo “vicoli totalmente deserti immersi in un angoscioso silenzio, rotto soltanto dagli spari dei cecchini. Ricordavo la mia infanzia” confessò Rabin, che raccontò di aver provato “una sottile eccitazione” man mano che si avvicinavano al Muro. Mentre procedevano attraverso il Monte del Tempio, Dayan vide una bandiera israeliana sventolare sopra la Cupola della Roccia e ordinò di toglierla immediatamente. Rabin osservava “attonito” il “groviglio di uomini rudi, sfiniti dalla battaglia con gli occhi pieni di lacrime”, ma “non era quella l’ora di piangere, piuttosto era un momento di redenzione, di speranza”». [Montefiore: 619]

Dayan scrisse un’annotazione su un pezzo di carta — «Possa la pace discendere su tutta la casa d’Israele» — e la pose tra le pietre del Muro del Pianto. Poi dichiarò: «Abbiamo riunificato la città, la capitale d’Israele, per non dividerla mai più». E aggiunse: «Ai nostri vicini arabi Israele tende la mano della pace, e a tutti i popoli di tutte le fedi garantiamo completa libertà di culto. Non siamo venuti per conquistare i luoghi santi degli altri, ma per vivere in armonia con gli altri».

Dieci giorni più tardi tornò alla Spianata delle Moschee, si tolse le scarpe e si sedette con lo sceicco responsabile del sito e con l’ulema, ai quali spiegò che Gerusalemme apparteneva ora a Israele, ma che il Waqf — l’ente islamico della Spianata — avrebbe continuato a controllare il luogo sacro. Sebbene gli Ebrei potessero finalmente visitare il Monte del Tempio dopo duemila anni, Dayan vietò loro di andarvi a pregare. La sua decisione, ispirata da una concezione pragmatica e lungimirante della convivenza, è rimasta in vigore fino ad oggi. [Montefiore: 619-620]

Con la Legge per la Protezione dei Luoghi Santi, varata subito dopo la riunificazione, il governo israeliano garantì la libertà di accesso e di culto a tutte le religioni, nonché l’autonomia dei vari gruppi religiosi nella gestione delle proprie proprietà e dei propri luoghi santi. La Knesset estese la legislazione israeliana a Gerusalemme Est, ponendo fine alle leggi discriminatorie in vigore nel periodo giordano. Gerusalemme era di nuovo un’unica città aperta a tutti.

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