di Ivo S. Fenu e Fabio Ferrari

Bonarcado (3)   Cabras (1)   Narbolia (2)   Nurachi (1)   Paulilatino (3)   Riola Sardo (2)   Santulussurgiu (7)   Scano Montiferro (1)   Seneghe (8)   Tramatza (1)   ♦ Dizionario dei termini artistici

 

Finestra a Seneghe

Finestra a Seneghe

Inoltrarsi nei vicoli di molti paesi dell’Isola può ancora riservare sorprese: è come fare un viaggio a ritroso nel tempo, immergersi in quella che fu la Sardegna spagnola, carica di esotismo e di arcane suggestioni. Vicoli stretti, muri di fango talvolta imbiancati che nascondono agrumeti e palmizi, o di pietra, a protezione di legnaie e magazzini in disuso. Un contrasto tra abbacinate luminosità e ombre profonde, colori e profumi un tempo dominanti e ora ridotti a rari e preziosi reperti di un passato lontano.

Testimonianza significativa e in qualche modo ancora caratterizzante di quel passato è sicuramente l’opera lasciataci dai picapedras, gli scalpellini che nel lungo periodo della dominazione spagnola scolpirono gli architravi e gli stipiti di porte e finestre con eleganti incisioni, arricchendo prospetti solitamente semplici e privi di qualsiasi elemento decorativo. In un primo tempo si trattò di un fenomeno limitato alle città ma tra Quattro e Cinquecento il nuovo gusto di matrice gotico-catalana, varcò le mura dei più grossi centri urbani e si diffuse nei villaggi. Le maestranze, educate nei cantieri dell’architettura religiosa, ove attinsero i modelli decorativi, riproposero tale repertorio con tenacia per secoli, in alcuni ambiti addirittura fino alle soglie del XIX secolo.

Se l’adesione e la fedeltà agli stilemi catalani furono pressoché totali ad Alghero, dove più saldi erano i rapporti col levante iberico, indubbi tradimenti delle forme originarie si riscontrano man mano che ci si inoltra nell’interno dell’Isola, in un percorso che dalla Planargia lambisce i Campidani settentrionali e il Sinis e, attraverso il Montiferru e il Marghine, interessa numerosi centri del Mandrolisai e delle Barbagie. È un fiorire di archi inflessi e carenati spesso trasformati, nelle case più umili, in un’essenziale incisione nella mezzeria degli architravi, di esili colonnine e di capitelli a testa di mazza con gustosi inserti fito e zoomorfi, di rosoni più o meno complessi, di monogrammi cristologici (IHS) e clipei con figurazioni araldiche, a ricordarci lo status sociale o l’attività economica degli abitanti.

Sempre reinterpretati con gusto spiccatamente popolare, sono immagini che ben sintetizzano i frutti dell’arte sarda di derivazione iberica e sottolineano un’ingenuità di fondo nel cogliere le più disparate istanze formali che giungevano dalla Spagna. Una ripetitività di formule che però si concretizza in soluzioni sempre diverse, da paese a paese, da casa a casa. Una capacità, infine, di esaltare le potenzialità espressive delle varietà delle pietre locali, trachiti, basalti e arenarie, segno di una cultura materiale povera eppure originale e che gradualmente dagli elementi strutturali delle case improntò di sé l’artigianato sardo.

Per capire meglio tale fenomeno bisogna ritornare indietro fino al 9 giugno 1326, una data fondamentale per la storia e per l’arte sarda: gli Aragonesi espugnarono il Castello pisano di Cagliari e l’Isola incominciò a entrare nella sfera d’influenza politica e culturale della Catalogna. Nel corso del Trecento i rapporti con l’ambito italiano si fecero sempre più labili mentre più intensi, fino a divenire preminenti, divennero invece quelli col mondo iberico. In circa quattro secoli, dai primi decenni del XIV fino ai primi del XVIII, venne prodotto un patrimonio artistico vastissimo e multiforme: oltre alle architetture religiose e civili, un’incredibile varietà di arredi ecclesiastici tra cui le grandiose macchine d’altare costituite dai retabli, le sculture lignee caratterizzate dall’immancabile trattamento delle vesti a estofado de oro, un’altrettanto variegata produzione di suppellettili in argento, nonché tessuti e paramenti sacri, fino agli ex-voto e ai corredi delle confraternite.

Tutti, in maniera più o meno evidente e analogamente alle opere dei picapedras, portano impressi i segni inconfondibili della tradizione culturale gotico-catalana prima e spagnola poi, una volta che col matrimonio dei re cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, si giungerà, nel 1506 alla proclamazione della Corona di Spagna.

*****

In apertura e qui sotto i nomi di dieci paesi con i link che rimandano alle fotografie, ai disegni, alle schede esplicative degli stipiti e degli architravi scolpiti dagli antichi picapedras sardo-catalani. Tra parentesi il numero dei reperti e delle relative schede. Al fine di rendere più agevole la lettura delle schede e delle opere, ad integrazione dei materiali originali propongo anche un essenziale "Dizionario dei termini artistici".

Bonarcado (3)   Cabras (1)   Narbolia (2)   Nurachi (1)   Paulilatino (3)   Riola Sardo (2)   Santulussurgiu (7)   Scano Montiferro (1)   Seneghe (8)   Tramatza (1)   ♦ Dizionario dei termini artistici

Nota.
I materiali qui presentati – introduzione, fotografie, disegni, schede – sono stati elaborati nell’ambito di un progetto curato da Fabio Ferrari e Ivo Serafino Fenu e realizzato con gli studenti dell’Istituto d’Arte “Carlo Contini” e dell’Istituto Tecnico 2 di Oristano durante l’anno scolastico 2002-2003. La riproposizione di questi materiali su www.iconur.it vale come contributo a mantenere vivo l’interesse e diffondere la conoscenza di questa stagione caratteristica dell’arte popolare in Sardegna e a documentare l’attività didattica di alto profilo culturale delle due scuole. Ringrazio il prof. Franco Frongia (dirigente dell’Istituto d’Arte) e i professori Ivo Serafino Fenu e Fabio Ferrari (autori e coordinatori del progetto) per avermelo consentito. In fondo alla schermata informazioni dettagliate relative ai protagonisti e agli enti finanziatori del progetto. (V. Medde)

 

*****

 

Pieghevole