di Vincenzo Medde
Il 16 agosto 1938 il Presidium del Comitato Esecutivo dell'Internazionale Comunista (IKKI) firmò la risoluzione che scioglieva d'autorità il Partito Comunista Polacco, accusandolo di essere stato infiltrato fin dalle origini dai servizi segreti polacchi. Tra i firmatari figuravano Georgij Dimitrov, Dmitrij Manuilsky e Palmiro Togliatti. Era la conclusione formale di un processo di distruzione già in larga parte compiuto: nel corso del 1937 la quasi totalità dei dirigenti del KPP era stata convocata a Mosca con pretesti burocratici, arrestata dall'NKVD e, nella maggior parte dei casi, fucilata.
Queste vicende si inscrivono nel Grande Terrore del 1937-1938, la campagna di repressione di massa con cui Stalin eliminò fisicamente o neutralizzò chiunque potesse apparire un pericolo per il regime: oppositori reali o presunti, quadri militari, funzionari di partito, e infine interi gruppi nazionali. I Polacchi, che vivevano in Unione Sovietica talvolta da generazioni, pagarono un prezzo altissimo: l'Operazione Polonia, avviata con l'ordine 00485 dell'agosto 1937, si concluse con oltre 111.000 condanne a morte.
La ricostruzione che segue si basa su fonti documentarie rese accessibili dopo l'apertura parziale degli archivi sovietici. Si tratta di materiali diversi — telegrammi cifrati, verbali di riunioni, appunti di diario, testi di confessioni estorte, risoluzioni ufficiali — che consentono di seguire il meccanismo repressivo dall'interno, nelle sue fasi operative e nei suoi protagonisti. Le opere fondamentali su cui si basa questo lavoro sono: Enemies Within the Gates? di William J. Chase (Yale University Press, 2001), che pubblica e commenta documenti d'archivio del Comintern relativi alle purghe; Secret Cables of the Comintern, 1933–1943 di Fridrikh Firsov, Harvey Klehr e John Earl Haynes (Yale University Press, 2014), che mette a disposizione i dispacci cifrati della rete internazionale; e il Diario di Georgij Dimitrov, fonte di importante per ricostruire dall'interno le dinamiche decisionali del Comintern; The House of Writers in Ukraine, the 1930s di Olga Bertlesen. Un ampliamento del quadro storiografico è offerto dagli studi citati in bibliografia.
Le citazioni estese sono sembrate necessarie perché i documenti che esse riproducono restano poco noti al pubblico italiano, mentre una semplice parafrasi non avrebbe reso con la stessa efficacia l'importanza dei contenuti.
Le difficoltà interne ed esterne dell’Urss di Stalin
Il processo di sviluppo voluto da Stalin – industrializzazione forzata e accelerata, collettivizzazione in agricoltura, requisizioni forzate nelle campagne – aveva prodotto forti tensioni nella società sovietica, alimentate dal sensibile degrado delle condizioni di vita dei cittadini e dalla forte pressione sui quadri industriali, amministrativi e politici affinché gli obbiettivi irrealistici decisi dall’alto fossero raggiunti a qualsiasi costo.
Alle difficoltà interne si aggiungevano i rischi del contesto internazionale che portavano Stalin a temere un accerchiamento guidato dalla Germania di Hitler teso a conquistare nuovi spazi a est. Secondo Stalin per far fronte ai pericoli della situazione internazionale occorreva necessariamente intensificare il processo di industrializzazione e potenziare le forze armate, ciò che poi, e Stalin ne era convinto, avrebbe comportato anche l’aumento delle tensioni interne.
Secondo Stalin le difficoltà dell'URSS erano causate dai sabotatori
«Stalin, [era] sordo per temperamento e per formazione ai valori fondamentali di rispetto della persona umana che sono alla base della civiltà moderna. Rifiutandosi di ammettere le difficoltà che obbiettivamente scaturivano dal processo di sviluppo accelerato dell’URSS, e ostinandosi a volerle tradurre in colpe, soggettivamente individuate, non poteva approdare che a una sola conclusione: quella della repressione preventiva». [Mieli: 26]
In linea con questa impostazione in un rapporto al comitato centrale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS(b) il 3 marzo 1937 aveva detto: «È necessario ricordare e non dimenticare mai che l’accerchiamento capitalistico è il fatto fondamentale che determina la situazione internazionale dell’Unione Sovietica. Ricordare e non dimenticare mai che fino a quando esisterà l’accerchiamento capitalistico, vi saranno dei sabotatori, degli agenti di diversione, delle spie, dei terroristi inviati nelle retrovie dell’Unione Sovietica dagli organi di spionaggio degli stati stranieri, ricordare questo e condurre una lotta contro quei compagni che non apprezzano nel modo dovuto l’importanza del fatto dell’accerchiamento capitalistico, che non apprezzano nel modo dovuto le forze e l’importanza del sabotaggio». [Rapporto di Stalin al comitato centrale del PCUS(b), 3 marzo 1937, cit. in Mieli: 177]
Le direttive di Stalin: annientare i trockisti
Durante un incontro con Dimitrov, l’11 novembre 1937, Stalin ordinò di richiamare a Mosca Willi Münzenberg, dirigente comunista tedesco, affinché fosse arrestato. Dimitrov nel suo diario annotò: «Colloquio personale con Stalin. […] Münzenberg è un trockista. Se arriverà, senza dubbio lo arresteremo. Sforzatevi di attirarlo qui» [Dimitrov: 84]. Münzenberg, che ormai capiva ciò che lo aspettava, si rifiutò di recarsi a Mosca. Le parole di Stalin non lasciavano margini di equivoco: «I trockisti vanno inseguiti, fucilati, annientati. Sono provocatori mondiali, i più feroci agenti del fascismo». [cit. in Firsov 2004: 159-160; Firsov, Klehr, Haynes: 123]
Più che un invito, era un’ingiunzione al partito, all’NKVD, al Comintern di inasprire la lotta contro tutti coloro che, a insindacabile giudizio del capo sovietico, potevano essere individuati come spie e sabotatori, compresi i dirigenti, i funzionari e i militanti dei partiti comunisti stranieri. [Firsov, Klehr, Haynes: 123]
La liquidazione dei comunisti polacchi
Il Comintern recepì prontamente l’ingiunzione di Stalin, applicandosi a collaborare con l’NKVD nella liquidazione dei comunisti polacchi. «Uno dei più vergognosi esempi di collaborazione dei dirigenti del Comintern con gli organi di repressione staliniani fu la complicità nella repressione dei comunisti e degli emigrati politici polacchi». [Firsov 2004: 160-161]
Stalin, l’NKVD e il vertice del Comintern annientarono il Partito comunista polacco (KPP) in due fasi: nella primavera del 1937 convocarono a Mosca i dirigenti del KPP e li eliminarono tramite fucilazione, galera e lager; un anno dopo, nell’agosto del 1938, con una risoluzione firmata da Dimitrov, Manuil’skij, Moskvin, Kuusinen, Florin, Ercoli (Palmiro Togliatti), l’IKKI (Comitato esecutivo del Comintern) decretò lo scioglimento del Partito comunista polacco oramai decapitato e disperso. [Il testo della risoluzione in Bigazzi 2001: 189-191]
Il pretesto dell'Organizzazione Militare Polacca
Ma l’NKVD non aveva aspettato il 1937 per fabbricare una narrativa fittizia sulla “contaminazione” del Partito Comunista Polacco da parte del controspionaggio polacco e dell'Organizzazione Militare Polacca (POW) di Józef Piłsudski. All'inizio dell'estate del 1937 Manuilskij aveva informato il Presidium che fin dal 1920 gli agenti di Piłsudski erano riusciti a infiltrarsi nella direzione del KPP. [Firsov 2014: 123-127; Mieli: 51, 185; Agosti: 244].
La POW, fondata nel 1915 da Józef Piłsudski come organizzazione segreta contro la Germania e l’Austria-Ungheria, negli anni 1918-1920 svolse compiti di ricognizione, soprattutto in Ucraina, ma non esisteva già dal 1921. I suoi membri erano quasi tutti uomini di sinistra e molti di loro appartenevano al Partito socialista polacco, alcuni altri al Partito comunista. Nel 1933 la POW era ormai scomparsa da oltre un decennio e continuava a esistere soltanto nella costruzione propagandistica utilizzata da Stalin e dall'NKVD come giustificazione della repressione di massa dei Polacchi. [Paczkowski: 341]
Secondo Timothy Snyder «L’Organizzazione militare polacca fornì una spiegazione plausibile per rendere i Polacchi il capro espiatorio dei fallimenti della politica sovietica». [Snyder: 122]
Da non trascurare neppure il fatto che Piłsudski era una particolare bestia nera per i Sovietici, in quanto aveva comandato le forze polacche che avevano sconfitto l'Armata Rossa bolscevica nella battaglia di Varsavia del 1920, respingendo così non solo l'invasione della Polonia, ma anche i piani di penetrazione in Germania per estendere all'Europa centrale la rivoluzione bolscevica.
I metodi repressivi di Stalin contro i Polacchi
Già nei primi anni Trenta la repressione contro i comunisti polacchi e contro la minoranza polacca residente nell'URSS aveva assunto carattere sistematico. Il 14 agosto 1933 fu arrestato Jerzi Czeszejko-Sochacki, il quale il 4 settembre si suicidò in carcere, lasciando un messaggio scritto con il sangue in cui protestava la sua innocenza. L'annuncio del suo arresto, peraltro, fu preparato proprio dalla rappresentanza del Partito comunista polacco presso I'IKKI e, dopo accordi con Stalin, Kaganovic e Molotov, pubblicato a nome del CC del KPP (Partito comunista polacco). Le dichiarazioni imposte agli arrestati servivano a fabbricare la versione dell’”infiltrazione” di agenti dell'organizzazione di Piłsudski, nella POW e nel KPP. Nel febbraio del 1936 alla segreteria di Dimitrov giunse una lettera di Bronislaw Berg (Witold Zalzberg) dal campo di lavoro correzionale di Medvez'egorsk. L'autore denunciava i metodi con cui erano state ottenute le deposizioni contro i dirigenti del KPP: giornate intere in una vasca d'acqua fredda, interrogatori ininterrotti per tre giorni e tre notti, fucilazioni simulate, minacce di ritorsioni sulle persone care e simili. [Firsov 2004: 161]
Richiamare a Mosca i dirigenti del KPP per eliminarli
Le procedure effettive di liquidazione fisica della direzione del KPP ebbero inizio il 21 maggio 1937 quando il Comintern convocò da Parigi Julian Lenski, segretario generale del Partito comunista polacco: «Per risolvere una serie di questioni urgenti vi chiediamo di venire per un breve periodo». Il 16 giugno la convocazione venne ripetuta: «Urgente, dite a Lenski che sono stati inviati i visti per lui e sua moglie». La richiesta al capo dell'NKVD Nikolaj Ežov per l'ingresso di Lenski in URSS con un passaporto a nome di Stanislav Adamen recitava: «Convocato d'urgenza dalla Segreteria dell'IKKI». Dimitrov scrive nel suo diario il 17 giugno: «Lenski è arrivato». [Firsov, Klehr, Haynes: 123-126]
Vennero convocati anche Rilski (un comunista polacco e collaboratore del Comintern), Skulski (rappresentante del partito polacco presso l'IKKI) e Próchniak (importante comunista polacco e membro dell'IKKI)». Un dispaccio in codice fu inviato a Parigi da Robert (pseudonimo di Lenski): «Sewer [pseudonimo di Próchniak] deve venire alla riunione». Sebbene Lenski fosse già in arresto, il suo nome continuò ad essere utilizzato per convocare altri leader del partito polacco. L’8 luglio un dispaccio in codice siglato da Moskvin chiedeva: «Sewer [Próchniak] è arrivato. Quando parte Stefan [Skulski]? Robert [Lenski]». Il 23 luglio una richiesta, ora a nome di Stefan, fu inviata a Parigi: «Perché Adam [Rylski] non è ancora partito?».
Vennero inviate istruzioni anche a Praga: «Per ora smettete di mandare gente. Stefan [Skulski] e Adam [Rylski] devono venire immediatamente. Inviate i dati per il visto».
Ciò che accadde in seguito è chiaro dagli appunti di Dimitrov: «20.6.37. L[enski] da Ežov». «21.6.37. Anche [Henryk] Walecki». (Henryk Walecki, figura di spicco del PC polacco all'inizio degli anni Venti, era entrato a far parte dello staff del Comintern nel 1925 e nel 1937 era membro della Commissione internazionale di controllo (CPI) che supervisionava le questioni disciplinari del Comintern). Il 7 luglio «Próchniak è arrivato, è con Ežov». “Presso Yezhov” o “con Yezhov”, nel linguaggio cifrato degli appunti di Dimitrov, significava arrestato e nelle mani dell’NKVD.
In un altro momento del processo di distruzione del Partito Comunista Polacco, Jan Tadek, membro dell'apparato politico di Lenski a Parigi, ricevette un messaggio che convocava a Mosca altri due leader polacchi, Poraj e Teodor, insieme a istruzioni sulla necessità di «ridurre della metà tutte le spese per tutto l'apparato [del PC polacco] della regione [Polonia] e all'estero». Poraj era lo pseudonimo di Helena Jezierska (vero nome Romana Wolf), membro del Partito bolscevico dal 1917, membro del PC polacco dal 1924 e candidato membro del Comitato centrale del PC polacco dal 1932 al 1937. Teodor era Antoni Lipski, membro del PC polacco dal 1921 e figura di spicco della sua leadership negli anni Trenta. Il 9 agosto un messaggio in codice a Parigi: «A Tadek. Poiché l'Ufficio di presidenza [la direzione del PC polacco] è qui [a Mosca], cessa temporaneamente la pubblicazione di Przeglad [rivista teorica del Partito comunista polacco]. Confermiamo l'arrivo di Adam. Ripetiamo che Teodor deve essere convocato dalla regione [Polonia]».
Simili convocazioni dirette ai comunisti polacchi e presumibilmente firmate da Robert (Lenski) furono inviate in Spagna, invitando i comunisti polacchi che combattevano per la Repubblica spagnola a recarsi a Mosca. Il comunista polacco Kazimierz Cichowski era a capo del Dipartimento del personale delle Brigate Internazionali, mentre un altro polacco, Gustav Rwal, era il commissario politico di una delle Brigate Internazionali. Dimitrov inviò un messaggio in codice al rappresentante del Comintern in Spagna: «Vi chiediamo urgentemente di inviare qui Cichowski per un rapporto sul suo lavoro». Un altro ordinava: «Inviate qui il rappresentante del partito polacco Rwal. Inviate il nome sul passaporto per il visto». Il 28 luglio, “Kautsky”, lo pseudonimo di uno dei rappresentanti dell'IKKI in Spagna, Ivan Stepanov, informò “Manu” (Dmitrij Manuilsky, un fidato stalinista che supervisionò i quadri del Comintern dopo il 1935) a Mosca: «Oggi Cichowski è partito. Aspetterà il visto a Parigi. Viaggia con un passaporto ceco a nome Kliment Brabak». Entrambi gli uomini arrivarono a Mosca, dove subirono la stessa sorte dei loro connazionali arrestati.[Firsov, Klehr, Haynes: 123-126]
Al termine di questa chiamata a Mosca, almeno trenta dei trentasette membri del Comitato Centrale del KPP furono arrestati. Non sappiamo ancora quanti altri membri del KPP ed emigrati polacchi furono arrestati, giustiziati o morirono nel 1937-1938. [Chase: 273]
Le biografie dei dirigenti comunisti polacchi inventate dall’NKVD
Secondo le accuse, i dirigenti comunisti polacchi erano in realtà e da molto tempo agenti della POW e del controspionaggio polacco che erano riusciti a piazzare i loro uomini tra i membri del Comitato centrale del KPP, del Partito comunista dell'URSS, della rappresentanza polacca nel Comintern al fine di fornire a potenze straniere informazioni vitali relative alla sicurezza dell’Urss e sabotare l’economia sovietica.
Gli inquisitori dell’NKVD, mettendo insieme momenti ed eventi reali delle biografie degli arrestati, interpretati in modo fraudolento e mescolati con altri completamente inventati, fabbricarono nuove biografie, le quali, durante interrogatori funestati dalle torture, furono reimparate dagli arrestati e raccontate come vere nelle “confessioni”.
In questo modo, con le torture, l’NKVD ottenne le “prove” che voleva, come risulta, in particolare, dalle “confessioni” di nove membri e candidati membri del KPP: Lenski, Bronkowski, Slawinski, Henrykowski, Skulski, Bertynski, Rylski, Stoliarski, e Walecki. Ne siamo informati perché Dimitrov (al quale Stalin e Ežov avevano passato la documentazione) ne ha tratto degli appunti oggi disponibili; Chase ha pubblicato quelli relativi alle dichiarazioni di Lenski [Chase: 265-274], confrontando le quali con la voce Lenski del Biographical Dictionary Of The Comintern di Lazitch e Drachkovitch è possibile verificare le distorsioni biografiche e gli eventi fabbricati cui s’è fatto cenno.
Vale allora la pena riprendere qui appresso la cosiddetta confessione di Lenski, perché il “caso Lenski” consente di osservare concretamente il procedimento con cui l'NKVD trasformava fatti biografici autentici in una costruzione accusatoria fabbricata.
La vita e la “confessione” di Lenski
Lenski nacque nel 1889 da una famiglia operaia, divenne socialista all’età di 16 anni e fece l’esperienza della prigione nella prima metà del 1914. Quando scoppiò la prima guerra mondiale, le autorità zariste decisero di trasferire molti prigionieri politici in Russia, tra i quali appunto anche a Lenski. Nel 1916 fu liberato e si stabilì prima a Mosca e poi a Pietrogrado, dove partecipò alla settima conferenza nazionale del partito bolscevico nell’aprile 1917. Partecipò al colpo di stato del 7 novembre 1917 a Pietrogrado e il 28 novembre fu nominato commissario per gli affari polacchi nel commissariato per le nazionalità guidato da Stalin.
Nella narrazione inventata dall’NKVD e poi “confessata”, Lenski stesso si racconta coinvolto nelle trame della POW fin dal 1917 quando, lui con altri, ritenevano che fosse necessario collaborare con i bolscevichi per sostenere la loro rivoluzione e, in futuro, occupare posizioni di rilievo nel governo sovietico. Cosa che riuscì loro, tant’è che alcuni membri della POW riuscirono a ottenere posizioni importanti, Lenski ad esempio divenne commissario per gli affari polacchi nel commissariato per le nazionalità guidato da Stalin.
Secondo la “confessione”, in occasione del trattato di pace di Brest tra Russia bolscevica, Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria e Turchia firmato il 3 marzo 1918, gli infiltrati della POW in collegamento con i socialisti rivoluzionari di sinistra avrebbero tramato per rovesciare il governo sovietico, arrestare Lenin e formare un nuovo governo sulla base di un blocco di socialisti rivoluzionari di sinistra e comunisti “di sinistra”, perché i membri della POW erano affiliati a questi ultimi.
Sempre secondo la “confessione”, durante la guerra polacco-sovietica (1919-1920), degli infiltrati polacchi nel fronte occidentale occupando posizioni importanti avrebbero condotto attività di propaganda antisovietica: trasmettendo piani militari e informazioni sulle truppe sovietiche all’alto comando polacco; sobillando i contadini del territorio sotto il controllo dell'Armata Rossa contro il potere sovietico; evitando di distruggere ponti e passaggi durante la ritirata dell'Armata Rossa; facilitando le attività dei sabotatori polacchi nell'Armata Rossa.
La narrazione continua “rivelando” che nell'autunno del 1920, in occasione dei negoziati di pace con la Polonia, in qualità di consulente politico della delegazione sovietica, Lenski si sarebbe adoperato affinché il governo sovietico facesse le più ampie concessioni alla Polonia: trasferimento di beni sovietici alla Polonia; pagamento di una considerevole indennità di guerra alla Polonia, sebbene il pagamento non fosse giustificato dalla reale situazione; i confini lituani stabiliti in modo tale da separare completamente la Lituania dalla Russia sovietica, il che rese molto più facile per la Polonia attuare i suoi piani aggressivi contro la Lituania.
La POW, di cui Lenski e compagni, secondo le biografie ricostruite, erano dirigenti importanti, avrebbe operato per: paralizzare le attività dei comunisti polacchi come avanguardia del movimento operaio rivoluzionario e quindi ostacolare o annientare l'intero movimento rivoluzionario di massa in Polonia; utilizzare il Partito Comunista Polacco e la sezione polacca dell’IKKI come canali per il massiccio trasferimento di membri della POW, membri e agenti delle istituzioni ufficiali dell'intelligence polacca, travestiti da emigrati politici, in URSS per condurre attività di sabotaggio e intelligence.
Lenski confessò che nel 1925, per accrescere la sua popolarità, vennero inscenati il suo arresto e la sua successiva evasione dalla prigione.
Un aspetto e un risultato importante degli infiltrati della POW sarebbe stato il sostegno del Partito comunista polacco a Piłsudski durante il cosiddetto colpo di stato del maggio 1926, quando la stampa del KPP era interamente nelle mani della POW; gli infiltrati elogiarono Piłsudski come un eroe nazionale, dichiararono la sua azione rivoluzionaria e invitarono i lavoratori a sostenere le azioni di Piłsudski.
Nel caso in cui fosse scoppiata una nuova guerra polacca contro l'URSS, Lenski confessò anche di aver discusso di un appello a nome del Partito comunista alle masse lavoratrici polacche a schierarsi in difesa della Polonia, sulla base del fatto che l'Unione Sovietica era l'aggressore.
Lenski fece anche una dichiarazione sorprendente: nel 1932, i delegati al VI congresso erano al 90% membri della POW.
Queste dichiarazioni, tratte dalla confessione di Lenski come risulta dagli appunti di Dimitrov, sono state commentate da Chase a questo modo:
«Le “confessioni” di Lenski e degli altri erano un surreale miscuglio di fatti incastonati in una fantasia cospirativa che trasformava le reali attività politiche di questi uomini in sinistri complotti della polizia e dei servizi segreti polacchi. Le loro confessioni “dimostrarono” ai soddisfatti Sovietici che l’intelligence polacca aveva piazzato spie e sabotatori all’interno del KPP e tra gli emigrati polacchi e che questi agenti avevano devastato l'economia, il Comintern, il Profintern e il PCUS(b). Presi insieme, fornirono “prove” che esisteva una vasta cospirazione polacca e che quella cospirazione, piuttosto che la contingenza storica o i difetti intrinseci del sistema sovietico, spiegava i problemi che frustravano l'URSS, il PCUS(b). e il KPP […] le “confessioni” fornirono all'NKVD le “prove” di cui aveva bisogno per organizzare una rete a strascico di membri del KPP ed emigrati polacchi». [Chase: 265-274]
Firsov, Klehr, Haynes hanno così sintetizzato: «L’autocalunnia degli arrestati e la mostruosa assurdità delle loro ammissioni suggeriscono fortemente che queste “testimonianze” furono estorte sotto tortura. Esse determinarono anche il destino del Partito comunista polacco, di cui erano a capo». [Firsov, Klehr, Haynes: 126]
Torture
Tra i sistemi di tortura più praticati vi era la “catena di montaggio”, che consisteva in sequenze ininterrotte di molti giorni durante i quali gli inquirenti interrogavano il detenuto privato del sonno e costretto a restare sempre in piedi o seduto in posizione scomoda. «Di regola, tali interrogatori erano accompagnati da percosse e torture. Con la descrizione delle torture inventate dai sadici dell’NKVD in quegli anni si potrebbero riempire molte pagine. Molti documenti di questo genere risultano difficili da leggere». [Chlevnjuk 2006: 172]
Le torture – sulla varietà e applicazione delle quali l’NKVD aveva acquisito una esperienza ormai più che decennale – avevano un ruolo fondamentale nell’indurre gli arrestati a confessare. È utile perciò dedicarvi un’attenzione particolare riportando una lunga citazione da uno studio sulle pratiche inquisitorie dell’NKVD di Kharkiv.
«In seguito all’ordine di Andrei Vyshinskii [procuratore generale] che proclamava che le confessioni avrebbero dovuto determinare la pena dell'arrestato, i membri della GPU [polizia segreta, NKVD dal 1934] progettarono tecniche speciali per estorcere confessioni. Mesi di detenzione, isolamento e umiliazione esaurivano le risorse fisiche e morali anche dell'individuo più forte. Le urla e le grida quotidiane durante gli interrogatori spesso facevano precipitare i sospetti in uno stato isterico e disponevano i prigionieri a firmare auto-accuse prefabbricate. La tortura fisica divenne una dimensione indispensabile delle indagini preliminari per i prigionieri più ostinati nella prigione di Kharkiv della GPU. Se i prigionieri resistevano alla tortura e si dimostravano recalcitranti, venivano impiegate tattiche intimidatorie, come minacce di ritorsione contro i familiari. Finti omicidi di parenti di fronte al sospetto o l’effettivo stupro di familiari in loro presenza divennero i metodi preferiti per estorcere confessioni. Il sospetto veniva sottoposto a molteplici scontri personali con i suoi ex amici e colleghi che lo avevano tradito per paura e sfinimento dopo simili torture fisiche e mentali. Questi metodi provocavano uno stato di intorpidimento in cui il prigioniero diventava indifferente a tutto e a tutti.
Un’ammissione scritta di colpevolezza da parte dell’arrestato era solitamente preceduta da diversi giorni, settimane o mesi di “persuasione” e torture. L'interruzione della percezione della realtà attraverso interrogatori con molti inquisitori che si alternavano (privazione del sonno) o irritanti fisici e chimici (come temperatura ambiente alta o bassa, luce intensa o oscurità completa, grida o rumori forti, o acqua potabile eccessivamente salata o dolce), portava a condizioni psichiatriche in cui il normale controllo mentale e i giudizi morali erano difficili da mantenere. Come rivelano molte memorie, l’esposizione prolungata alla luce intensa o all’oscurità causava sintomi patologici come allucinazioni, comportamento aggressivo, irritabilità, deliri, paranoia, vuoti di memoria, desiderio di stare da soli e così via.
I pestaggi violenti erano comuni nella prigione della GPU/NKVD di Kharkiv, ma nel 1937-1938 questi metodi divennero obbligatori e furono incoraggiati dai supervisori dell’inquisitore. Fiodor Fiodorov-Berkov, ex assistente capo del quarto dipartimento dell'UNKVD [l'amministrazione della polizia segreta] nella regione di Kharkiv e ispettore dei gulag dell'NKVD in URSS, dichiarò che il quartier generale principale della GPU/NKVD a Kharkiv era inondato di sangue, soprattutto in quell’anno, quando urla, lamenti, rumori di percosse, grida e pozzanghere di sangue e urina nelle stanze degli interrogatori erano un’esperienza quotidiana. Le prove raccolte nel caso penale di Berkov confermarono molti resoconti di testimoni sul trattamento dei prigionieri da parte della polizia segreta e hanno anche dimostrato che gli agenti erano impegnati nella falsificazione del materiale investigativo. Berkov, Lev Reikhman e Abram Simkhovich erano particolarmente inventivi. Berkov testimoniò che gli arresti ingiustificati erano una pratica comune e che la prigione era così affollata che organizzò sistematicamente quelli che chiamava giorni di avraly in cui dava ventiquattro ore a una troika speciale per giudicare da cinquanta a cento casi». [Bertelsen: 26-28; Bertelsen Thesis: 142-145]
Per molti dei dirigenti richiamati a Mosca l'esito finale fu la fucilazione; tra gli uccisi Lenski, Rylski, Skulski, Próchniak, Walecki, Tadek, Jezierska, Cichowski, Rwal, Bielewski e Lipski. [Firsov, Klehr, Haynes: 126; Chase 286-289]
Il Comintern deve giustificare la liquidazione dei comunisti polacchi
Il Comintern, tenuto all’oscuro delle ultime fasi delle pratiche repressive, fu informato della liquidazione dei dirigenti comunisti polacchi, con la direttiva di giustificare l’eccidio, durante una riunione del Presidium convocata all’improvviso, come racconta Arvo Tuominen, membro supplente finlandese del Presidium stesso:
«All’inizio dell’estate del 1937 il Presidium del Comintern fu convocato all’improvviso […] Fummo alquanto stupiti di non vedere tra i presenti nessuno dei Polacchi che facevano parte del Presidium. Il nostro stupore e il nostro sgomento non fecero che aumentare. Dimitrov prese il suo posto alla presidenza. Manuilski incominciò il suo discorso con queste parole: “Compagni, sono costretto a raccontarvi una storia tanto tenebrosa, tanto sporca, tanto incredibile quanto non vi è mai accaduto di sentire. Nel 1920 quando la nostra coraggiosa Armata Rossa era alle porte di Varsavia, un intero reggimento polacco di 700 uomini si arrese all’improvviso al nostro esercito. Li accogliemmo con gioia, poiché era certo che molti di essi erano amici dei Soviet o anche veri bolscevichi. […] Il passato di quei 700 uomini non fu mai vagliato attentamente. Siamo caduti in trappola. Chi avrebbe mai potuto immaginare, infatti, che quei 700 soldati erano delle spie specialmente scelte e addestrate?”. Eravamo completamente sconvolti – scrive sempre Tuominen – e lo fummo ancor più quando Manuilski precisò che fra questi 700 polacchi alcuni erano stati membri dell’attuale comitato centrale e che perfino Lenski e Bronkowski erano coinvolti nella faccenda. Non restava perciò altro da fare che arrestare l’apparato dirigente del partito al completo. Il che era stato già fatto. La procedura era stata semplificata, come si vede. […] Dimitrov dichiarò che la GPU aveva avuto indubbiamente ragione di arrestare i dirigenti polacchi. Precisò che tra i 700 polacchi tutti coloro che erano ancora vivi e che era stato possibile trovare erano stati tratti in arresto». [cit. in Mieli: 188-190].
Perché il KPP fu un bersaglio privilegiato
Numerosi dirigenti comunisti polacchi avevano fatto parte dell'entourage di Lenin prima del 1917 e vivevano privi di tutela giuridica nell'URSS di Stalin, il quale aveva sempre giudicato con sospetto il KPP, ritenuto colpevole di molte deviazioni. Nel 1923 il KPP aveva preso posizione a favore di Trockij e, alla vigilia della morte di Lenin, la direzione aveva adottato una risoluzione a favore dell'opposizione. In seguito fu criticato per il suo «luxemburghismo». Durante il V Congresso del Comintern, nel giugno-luglio del 1924, Stalin estromise i leader storici del KPP – Adolf Warski, Maksimilian Walecki e Wera Kostrzewa – compiendo così un primo passo verso l'assunzione del controllo da parte del Comintern. In seguito il KPP fu denunciato come focolaio di trockismo.
Tuttavia questi elementi, da soli, non bastano a spiegare la repressione violenta che colpì il Partito, molti dirigenti del quale erano di origine ebraica, circostanza che alcuni studiosi hanno ritenuto rilevante nel contesto delle campagne staliniane contro presunte reti nazionali e internazionali di cospirazione. Si aggiunse poi il pretesto della presunta infiltrazione della POW. Bisogna tenere presente, inoltre, che la politica del Comintern tendeva a imporre alla sezione polacca un orientamento volto a indebolire lo Stato polacco a vantaggio dell'URSS. L'ipotesi secondo cui l'eliminazione del KPP sarebbe stata motivata anche dalla necessità di predisporre il contesto per la firma degli accordi sovietico-tedeschi del 1939, pur rimanendo oggetto di discussione storiografica, merita di essere presa in considerazione. [Courtois: 285]
Lo scioglimento del KPP
Il 28 novembre 1937 – e siamo alla seconda fase dell’annientamento, quando la decisione di eliminare i quadri comunisti polacchi era già stata presa e alcuni erano già stati fucilati – l'IKKI approvò una risoluzione per sciogliere il Partito comunista polacco, preparata cinque giorni prima da Dimitrov, Manuilsky, Otto Kuusinen (comunista finlandese), Moskvin e Wilhelm Pieck (comunista tedesco). Il giorno stesso Dimitrov la inviò a Stalin, al quale chiese: «a proposito di questa questione, se questo annuncio sarà opportuno prima che l'indagine sugli ex dirigenti del Partito polacco in arresto sia completata, o se dobbiamo aspettare più a lungo?». La risposta di Stalin: «Lo scioglimento è in ritardo di circa due anni. È necessario sciogliere [il Partito], ma a mio parere [questo] non dovrebbe essere pubblicato sulla stampa». [Chase 286-289]
Lo scioglimento formale del Partito comunista polacco avvenne il 16 agosto 1938, quando la risoluzione venne adottata e firmata dai membri del Presidium dell’IKKI: Georgij Dimitrov, Dmitrij Manuilsky, Mikail Moskvin, Otto Kuusinen, Wilhelm Florin e Palmiro Togliatti.
Qui appresso una parziale riproduzione del documento di scioglimento.
RISOLUZIONE DEL PRESIDIUM DEL COMITATO ESECUTIVO DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA
Il fascismo polacco non era in grado di fronteggiare il crescente movimento rivoluzionario delle masse solamente con l’uso di un aperto terrore e per questo motivo ha fatto dello spionaggio, della diversione e della provocazione il principale strumento di lotta contro il movimento operaio, contro tutte le forze antifasciste e democratiche, avvelenando con questi metodi infami tutta la vita politica e sociale in Polonia. Nel corso di molti anni ha infiltrato con la sua rete spionistica tutte le organizzazioni democratiche, operaie e contadine. Lo sforzo maggiore fatto dai «pilsudczycy» [i seguaci del partito di Piłsudski] è stato tuttavia quello di infiltrare il movimento comunista che costituiva la principale minaccia per il fascismo polacco.
[…]
La banda di spie e di provocatori che si è installata nella direzione del Partito comunista polacco, e che ha piazzato i propri agenti su tutto il territorio, denunciava sistematicamente al nemico di classe i figli migliori della classe operaia e, anno dopo anno, grazie ai tradimenti appositamente programmati, distruggeva le organizzazioni di partito sia nella stessa Polonia che in Bielorussia e nell'ucraina occidentale. Alterava inoltre incessantemente la linea del partito, in modo che il Comunismo perdesse la sua influenza sulla classe operaia e che il partito diventasse sempre più ostile ed estraneo all'internazionale comunista.
Nella sua attività distruttiva il fascismo polacco si serviva in genere di degenerati trockisti e buchariniani i quali o erano già da tempo agenti del controspionaggio polacco, oppure accettavano volentieri questo ruolo a causa dei principi politici in comune con il fascismo. Attraverso questi agenti il controspionaggio polacco aizzava la lotta frazionista nel partito, sia nel gruppo di Kostrzewa e Warski, sia in quello di Lenski e Henrykowski, e sfruttava inoltre entrambe le frazioni per disorganizzare il partito e la sua attività tra le masse, nonché per provocare l'allontanamento degli operai dal Partito comunista.
Questa agenzia di spionaggio ha svolto un ruolo particolarmente infame nei confronti dell'URSS, eseguendo gli ordini dello spionaggio fascista. Sfruttando i pregiudizi nazionali dei settori più arretrati della nazione Polacca, ha cercato con le sue azioni provocatorie di impedire un avvicinamento fra la nazione polacca e le nazioni dell'Unione Sovietica, nonché di distruggere, nell'interesse della soldataglia fascista, la causa della pace che è difesa con un sacrificio senza limiti dal grande Paese dei Soviet. Il fascismo polacco trasferiva contemporaneamente questi agenti del nemico di classe in URSS facendoli passare per emigranti politici, quando invece lo scopo reale era quello di praticare la sovversione e una nociva attività spionistica.
Tutti i tentativi intrapresi per eliminare gli agenti del fascismo polacco dalle file del movimento comunista, mantenendo l'attuale struttura del Partito comunista polacco, sono risultati infruttuosi dal momento che gli organi dirigenti del partito erano nelle mani di spioni e di provocatori che sfruttavano la situazione difficile, illegale, del partito per restare nella sua dirigenza. Tenendo conto di quanto sopra e per offrire ai comunisti polacchi onesti una possibilità di ristrutturazione del partito e della sua purificazione dagli agenti del fascismo polacco, la Presidenza del Comitato esecutivo dell'internazionale comunista, in base allo statuto e alle risoluzioni dei Congressi dell'internazionale comunista, decide di:
1. Sciogliere il Partito comunista polacco in quanto inquinato da spie e provocatori.
2. Raccomandare a tutti i comunisti onesti di spostare, fino al momento della ristrutturazione del Partito comunista polacco, il punto di gravità della loro attività su tutte le organizzazioni di massa delle quali fanno parte operai e lavoratori e di battersi per l'unità del movimento operaio nonché per la formazione del fronte popolare antifascista in Polonia.
[…]
G. Dimitrov, D. Manuil'skij, M. Moskvin, Kuusinen, Florin, Ercoli [Palmiro Togliatti]
[Bigazzi: 189-191 in italiano; Chase 286-289 in inglese]
L’Operazione Polonia.
La distruzione del KPP era in effetti parte di una operazione molto più ampia che aveva come obbiettivo, non solo l’annientamento di una élite, ma l’uccisione di centinaia di migliaia di Polacchi che vivevano, talvolta da secoli, in Unione sovietica. Le “confessioni” dei dirigenti comunisti polacchi vennero utilizzate per giustificare l’”Operazione Polonia” avviata con l’ordine 00485 emesso da Ežov l’11 agosto 1937, approvato da Stalin e dal Politburo due giorni prima, e accompagnato da una lettera riservata Sulle attività di insurrezione fascista, spionaggio, sabotaggio, disfattiste e terroriste dei servizi segreti polacchi in URSS. L’ordine e la lettera impegnavano l’NKVD ad effettuare la «liquidazione totale delle reti di spie dell’Organizzazione militare polacca». [Petrov e Roginskii: 153; Chase: 164; Snyder: 122]
Al contrario di altre repressioni di massa, il cui bersaglio erano categorie di nemici definibili almeno teoricamente per appartenenza di classe, questo nuovo Ordine sembrava considerare un gruppo nazionale, i Polacchi, come un nemico dello Stato, e questo anche se la lettera si preoccupava di chiarire che l’NKVD avrebbe punito le attività terroristiche e di spionaggio e non l’appartenenza etnica [Petrov e Roginskii: 153-154; Snyder: 124-125].
Nella lettera di 30 pagine, zeppa di nomi e fatti, Ežov presentava una fantasiosa serie di attività che l'intelligence polacca avrebbe condotto in URSS nei 20 anni precedenti. Attività dirette e realizzate dalla cosiddetta Organizzazione militare polacca assieme al Secondo Dipartimento dello Stato Maggiore polacco. Molto tempo prima, si sosteneva, l’Organizzazione militare polacca (POW) aveva assunto la direzione del Partito Comunista Polacco, era penetrata in tutte le sezioni dell'apparato statale sovietico, compresi i Commissariati del Popolo per gli Affari Esteri e gli Affari Interni e l'Armata Rossa. Con l'aiuto di tali organismi, migliaia di nuovi agenti furono trasferiti dalla Polonia all'URSS e, sotto le spoglie di emigranti politici, molti prigionieri scambiati e “disertori” crearono tra le loro fila 30.000 nuovi agenti e formarono un numero enorme di gruppi di spionaggio, reclutati principalmente tra la popolazione polacca in Unione Sovietica. Questa vasta rete era governata da un “centro” a Mosca che agiva su ordine di Varsavia, e singoli gruppi e individui avevano frequenti contatti con la capitale polacca, direttamente o tramite il consolato polacco in URSS. [Petrov e Roginskii: 154-155]
In base a questo impianto accusatorio, interamente fabbricato, che sembrava documentare una profonda ed estesa penetrazione polacca nelle istituzioni sovietiche, l’NKVD diede inizio alla repressione di massa dei Polacchi.
Secondo le procedure di arresto e condanna, un ufficiale investigativo componeva un breve rapporto per ogni arrestato, con l’indicazione del presunto crimine (di solito sabotaggio, terrorismo o spionaggio) e raccomandava una della due pene: morte o gulag. Ogni dieci giorni sottoponeva tutti i suoi rapporti al capo dell’NKVD regionale e a un pubblico ministero, li raccoglieva in un album, annotava la pena raccomandata, e lo mandava a Mosca. In una prima fase, gli album venivano rivisti da una dvoika centrale: Ežov, in quanto commissario per la sicurezza dello Stato, e Andrej Vyšinskij, in qualità di procuratore dello Stato. In realtà, i due si limitavano ad apporre le loro firme dopo un frettoloso controllo da parte dei loro subordinati. In un solo giorno, erano capaci di approvare fino a 2000 sentenze di morte. Così, in realtà, il destino di ogni vittima era deciso dall’ufficiale investigativo e poi più o meno automaticamente confermato.
Nell'ambito dell’“operazione polacca”, vennero prese di mira sei categorie:
- tutti i sospetti membri dell'Organizzazione militare polacca;
- tutti gli ex prigionieri di guerra polacchi rimasti in URSS;
- tutti i rifugiati polacchi che vivevano nell'URSS;
- tutti gli esuli politici polacchi;
- tutti gli ex membri dell'ex Partito socialista polacco;
- tutti gli elementi “nazionalisti” delle regioni e dei distretti dell'URSS in cui vi fosse una forte comunità polacca. [Werth 2006: 27-28]
A queste categorie, i funzionari regionali dell'NKVD furono incoraggiati ad «aggiungere contingenti appropriati, a seconda della situazione operativa locale». Cosa che non mancarono di fare. Così, a Kharkiv, L. Reikhman, il capo dell'NKVD appena nominato, aggiunse alle categorie interessate dall'ordine n. 00485 (“operazione polacca”) queste altre:
- tutti gli ex agenti del Dipartimento degli Esteri dell'NKVD e gli informatori incaricati degli affari polacchi sospettati di disinformazione;
- tutti gli elementi clericali-nazionalisti;
- qualsiasi persona proveniente dai distretti confinanti con la Polonia e già schedata dalla polizia;
- qualsiasi persona che avesse avuto contatti con un rappresentante consolare o commerciale polacco;
- qualsiasi persona che avesse o avesse avuto contatti familiari o altri contatti sospetti in Polonia, e già schedata dalla polizia. [Werth 2002: 135; Werth 2006: 27-28]
La formulazione volutamente ampia di tali categorie consentiva alle autorità locali di estendere indefinitamente la repressione.
Gli squadroni della morte dell’NKVD
Gli uomini dell’NKVD infierirono nelle grandi città come Leningrado, nei villaggi, nelle campagne, ovunque fosse presente una comunità polacca, grande o piccola. Gli abitanti andavano a letto la sera senza sapere se a notte fonda o al mattino presto sarebbero stati svegliati e subito trascinati nel furgone nero – il “corvo nero” o “maria nera”, come veniva chiamato – che aspettava di fuori.
«”Il corvo nero volava”, come ricordavano i superstiti, di città in città, di villaggio in villaggio, portando il lutto». A Zmerinka, un importante snodo ferroviario, l’NKVD nel marzo 1938, rastrellò centinaia di Polacchi e li torturò per ottenere confessioni. A Polonne, la dvoika formata dal capo dell’NKVD e dal pubblico ministero requisì una chiesa cattolica sconsacrata. I Polacchi di Polonne e dei villaggi circostanti furono arrestati e chiusi nelle cantine dell’edificio, dove 168 persone persero la vita. Negli insediamenti più piccoli le forze dell’NKVD apparivano all’improvviso con ordini di arresto ed esecuzione di un certo numero di persone. Partivano dall’assunto che un intero villaggio, una fabbrica o una fattoria collettiva fossero colpevoli, circondavano il luogo di notte e poi torturavano gli uomini fino a ottenere i risultati di cui avevano bisogno. Poi si dedicavano alle esecuzioni e se ne andavano. [Snyder: 132]
«In campagna il compito delle forze speciali dell’NKVD era quello di squadroni della morte». [Snyder: 133].
Nella foresta di Kurapaty, 12 chilometri a nord di Minsk, “corvi neri” viaggiavano notte e giorno in un tale numero da spianare lo stretto viottolo di ghiaia che poi i locali chiamarono «la strada della morte». Nella foresta erano stati sgombrati 15 ettari di pini ed erano state scavate centinaia di fosse. Dopo che i condannati oltrepassavano i cancelli, erano scortati da due uomini sul ciglio di una fossa. Qui sparavano loro da dietro e li spingevano dentro. Quando mancavano le pallottole, gli uomini dell’NKVD costringevano le loro vittime a sedersi l’una accanto all’altra, con le teste in fila, in modo che una sola pallottola potesse penetrare in diversi crani. I cadaveri erano sistemati in strati e coperti di sabbia. [Snyder: 130-131]
Dopo 20 giorni, Ežov riferì a Stalin che nell’ambito dell’operazione polacca erano già stati eseguiti 23.216 arresti. Stalin espresse la sua soddisfazione: «Molto bene! Continua a scavare e a pulire questa sozzura polacca. Eliminala nell’interesse dell’Unione Sovietica». [Werth 2006: 30; Snyder: 127]
Alla fine, dall’agosto 1937 al novembre 1938, l’”operazione polacca”, scatenata con l’ordine 00485 di Ežov, costò 139.835 arresti, 111.091 condanne a morte, 28.744 condanne al gulag. [Petrov e Roginskii: 169 tabella 7.1] Questa la sintesi di Snyder: «L’operazione contro i Polacchi, la seconda per ampiezza dopo quella contro i kulaki, fu per certi aspetti il capitolo più sanguinario del Grande Terrore in Unione Sovietica». [Snyder: 135]
* Link ai due articoli precedenti:
1. Urss 1936-1938. Grande Terrore, repressione di massa e liquidazione delle élite.
2. Urss 1936-1938. Il Comintern complice e vittima della repressione staliniana.
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