di Vincenzo Medde

In queste terre desolate – chiazzate di paludi, acquitrini, fossati, ristagni d’acqua, cave, conche e rivoli, luoghi tutti in cui prosperavano le zanzare, i terribili vettori della malaria – imperversava il morbo, che a metà degli anni Ottanta dell’Ottocento colpiva l’87% dei comuni, cioè 316 su 364. La Sardegna era conosciuta da molto tempo come isola malarica; scrittori, viaggiatori, visitatori, funzionari governativi ne avevano infinite volte lamentato l’insalubrità e la pericolosità, ma negli anni Ottanta si resero disponibili anche in Sardegna dati statistici che permettevano di avere un’idea molto più precisa che in passato della diffusione del morbo nell’Isola.

di Vincenzo Medde

1. LA MALARIA “MALATTIA NAZIONALE ITALIANA”

Nei decenni che seguirono l’Unità d’Italia la malaria costituiva «il più grave problema di sanità pubblica a livello nazionale» (Snowden, p. 45). Nel 1882 il senatore Luigi Torelli pubblicò la prima carta della diffusione della malaria in Italia, presupposto conoscitivo per quella che nel 1884 chiamava la necessaria «guerra nazionale» per liberare l’Italia dalla «tirannia della malaria».

di Vincenzo Medde

«Lo Statuto speciale, che dà vita alla Regione autonoma sarda, fu approvato dall’Assemblea costituente in una delle ultime febbrili sedute del gennaio 1948, dopo un rapido esame degli articoli e senza quella discussione generale che precede normalmente l’esame e l’approvazione di un disegno di legge. […]
Così la Sardegna ottenne, quasi senza dissensi, l’autonomia regionale cui aspirava da quasi un secolo. Eppure, proprio in quei giorni, per singolare coincidenza, ricorreva il centenario dei moti popolari di Cagliari e di tutta l’Isola che portarono appunto, tra il novembre del 1847 e i primi mesi del ’48, alla soppressione degli antichi istituti autonomistici e alla totale unificazione della Sardegna con gli Stati Piemontesi e quindi con la nascente nazione italiana». Renzo Laconi

Qui appresso una sintetica ricostruzione cronologica delle fasi che portarono alla conquista dello Statuto della Sardegna autonoma.

di Vincenzo Medde

Pietro Soddu, Sardegna. Il tempo non aspetta tempo. Dialogo tra un Autonomista, un Federalista e un Sovranista, Edes, Sassari 2014.

Le sorti del popolo sardo non sono più, se non in minima parte, nelle sue mani, così come non lo sono le sorti di nessun popolo, neanche dei più grandi e dei più potenti […] perché le forze della globalizzazione operano al di fuori di tutti i confini, al di sopra di tutte le leggi, al di là di ogni controllo, operano senza vincoli e senza obblighi. (pp. 14-15)

Mitologia e politica. Noterella in margine al libro di Pietro Soddu
Sardegna. Il tempo non aspetta tempo. Dialogo tra un Autonomista, un Federalista e un Sovranista

di Vincenzo Medde

Il dominio del mercato e della tecnica

Per mettere mano a un progetto politico di qualche ambizione, così si argomenta nel Dialogo, occorre disporre di una corretta analisi della condizione umana, segnata oggi dalla vittoria dell’ideologia del mercato e da una secolarizzazione che ha allontanato gli uomini prima dalla trascendenza e dalla fede e poi dalle grandi ideologie che hanno caratterizzato gli ultimi secoli, ciò che poi ha indebolito anche la politica come idea generale della possibilità di cambiare il mondo.

di Pietro Soddu

La critica severa, argomentata, appassionata dei miti fondanti del nazionalismo sardista e indipendentista e dell’idea consolatoria di una presunta “costante resistenziale sarda” nel libro di Pietro Soddu, Sardegna. Il tempo non aspetta tempo. (V. Medde)

di Adriano Vargiu

La saggezza del popolo: Tempus de gherra, faulas finzas a terra, è un proverbio sardo, ma lo troviamo diffuso anche nel meridione italiano: In tempo di guerra le bugie sono frequenti quanto i granelli di terra che occupano il suolo.
Seconda guerra mondiale: dalla Dichiarazione di guerra di Mussolini alla Francia e all’Inghilterra, 10 giugno 1940, alla Liberazione, 25 aprile 1945.
Il mostro della guerra corre tutta l’isola: bombardamenti, spezzonamenti, distruzione, morte, sfollamento, fame.

La tragica uccisione a tradimento di Alberto Bechi Luserna

di Adriano Vargiu

Lapide del monumento a Bechi Luserna, Macomer Lapide del monumento a Bechi Luserna

Sulla sinistra della vecchia Carlo Felice, prima della salita per Macomer e davanti alla zona industriale, un monumento semicircolare di pietra lavica, mattoni cotti e trachite, delimitato da due obici, è stato eretto a perenne memoria dell’eroico ufficiale. La località si chiama Castigadu – e non poteva chiamarsi diversamente! – le scritte sulle due lapidi nel monumento: «Qui – per obbedire alle leggi della Patria e per l’onore della “Nembo” – cadde il ten. colonnello Alberto Bechi Luserna – X-IX-MCMXLIII». «Tu eri come un fiore – i barbari ti hanno reciso – come una spiga di grano – maturo».